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Claudia, Giovanni, Elena: tre storie per capire la salute mentale in Italia

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Il servizio pubblico per i pazienti in cura è una risorsa ma soffre di forti disparità territoriali. In Italia si investe in media il 2,5% della spesa sanitaria per la salute mentale contro il 12% della media europea. Serve avere centri di salute mentale aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

“Ho iniziato a stare male che avevo sì e no 13 anni. Ero alle scuole medie e andavo da una psicologa dell’età evolutiva. Ero brava a scuola ma soffrivo già di una forte, fortissima ansia da prestazione. Arrivata al liceo le cose si sono aggravate, soprattutto perché ero costantemente vittima di bullismo.” Claudia ha 23 anni, vive a Roma e soffre di un disturbo della personalità borderline. “A 15 anni ho visto uno psichiatra del Bambin Gesù che mi ha dato il primo farmaco.” Da quel momento Claudia inizia un percorso difficilissimo fatto di decine di professionisti che la visitano, tutti privatamente, fino al 2018, quando ha trovato il Csm, il Centro di salute mentale a gestione statale: “Avevo una depressione gravissima, la mia psichiatra del tempo mi disse che dovevo andare in comunità e per questo dovevo prima registrarmi alla Asl.” 

In Italia la salute mentale è organizzata in Distretti territoriali gestiti dalle Asl che prendono il nome di Centri di salute mentale. Ogni Csm dovrebbe essere in grado di rispondere alle esigenze del territorio, fornire ascolto e consulenza. La gestione di questi distretti varia in maniera sostanziale da territorio a territorio, perché in Italia non esiste un protocollo nazionale che istituisca una direttiva valida per tutte le strutture in quanto le decisioni sono a discrezione regionale. 

“Sono entrata e uscita da comunità e cliniche più di una volta,” racconta Claudia, “ho cambiato terapie farmacologiche quasi una volta al mese. I vari professionisti che ho visto negli anni hanno lucrato sul mio dolore, nessuno di loro è stato intellettualmente onesto con me perché io continuavo sempre a stare male senza vedere alcun miglioramento.

Solo l’anno scorso ho fatto alcune sedute con uno psichiatra molto bravo che aveva trovato mia mamma. Dopo una visita mi disse ‘in un paese civile Claudia sarebbe già in una struttura per borderline’.

Claudia

Ho ricordi confusi di quel periodo perché prendevo moltissimi farmaci ma il fatto che avesse usato ‘non civile’ mi sembrò significativo. Quell’aggettivo me lo ricordo bene, mi impressionò.”

Claudia è arrivata alle strutture pubbliche di salute mentale solo a ventidue anni, quasi dieci anni dopo aver manifestato i primi sintomi di malessere.

I documenti della seconda Conferenza per la Salute Mentale promossa dal Ministero della salute evidenziano come il Lazio sia tra le regioni più carenti  nella gestione della salute mentale e addirittura non attesti alcun servizio per la Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza  “mancano non solo i letti di ricovero dedicati ma soprattutto le strutture semiresidenziali terapeutiche indispensabili per prevenire il ricovero ospedaliero.” 

Quando un paziente si registra al Csm la cura è totalmente in mano allo Stato. Il problema più grande però sono le attese e la mancanza di personale che rende totalmente inefficiente il servizio rispetto al numero di utenti e alle esigenze che hanno.

In Italia la spesa per la salute mentale calcolata nel Rapporto Salute Mentale del ministero della Salute è pari al 3,6% del Fondo Sanitario Nazionale. I valori regionali variano da un minimo di 2,3% in Basilicata (-37,5%) ad un massimo di 7,8% nella P.A. di Trento (+114,4%). 

La disparità dei servizi territoriali lungo tutto il territorio nazionale, non ha trovato riscontro nel Piano di Ripresa e Resilienza presentato dal governo per sostenere il paese dopo l’emergenza del Covid-19 non è presente alcun riferimento a fondi per la salute mentale.

Claudia racconta anche l’inadeguatezza delle strutture ricettive, con riferimento a un episodio particolare: “La sofferenza mentale non è una malattia qualsiasi. Se hai un problema al cuore vai dal cardiologo per visite di routine a distanza di mesi. Quando invece stai male come nel mio caso devi essere seguito costantemente. Ho avuto delle psicosi, ho tentato il suicidio. Una volta volevo davvero farla finita, ho ingerito quanti più farmaci potessi. Hanno chiamato il 118 e siccome loro sono in contatto con la polizia hanno deciso di farmi un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura.”

Se hai bisogno di parlare con qualcuno, o conosci qualcuno che ha pensieri suicidi, puoi contattare gratuitamente il Telefono Amico al 02 2327 2327 (anche su WhatsApp al 324 011 72 52) o la Onlus Samaritans allo 06 772 08 977.

L’Spdc è un ricovero psichiatrico con trattamenti farmacologici somministrati anche contro la volontà del paziente, una specie di sezione speciale del pronto soccorso: “Quando arrivi lì ti rendi conto che i reparti di psichiatria sono dei parcheggi. Stai lì, ti sedano e ti ributtano a casa. Per me è stato terribile, non lo auguro a nessuno. Quando vieni legato con le fasce intorno ai polsi e vieni sedato come un animale è una delle cose più umilianti che io abbia mai subito,” racconta  Claudia in lacrime. 

Questo trattamento della salute mentale sostituisce la cura con la medicalizzazione forzata continuando a praticare la contenzione come ‘necessaria e bisognosa’. 

Il Centro di salute mentale è spesso dentro i distretti territoriali della Asl in cui si istituiscono delle stanze dedicate alla visita dei pazienti. I pazienti che soffrono aspettano in una sala d’attesa assieme ad altre persone che si trovano lì per motivi completamente diversi, trovandosi così in grande disagio mentre attendono il loro turno con il numero in mano. Lo racconta Claudia: “Il Csm è un posto respingente, che non ti trasmette un’ idea di famiglia e accoglienza. La sistemazione è quella di un ufficio pubblico, scrivanie e sedie in cui si firmano carte, in nulla diverso da un Caf per fare l’Isee.”

La reperibilità e la mancata attenzione sulla terapia somministrata è un altro grande problema: “Durante un ricovero mi tolsero la paroxetina senza motivo e sono quasi finita in sedia a rotelle,” dice Claudia, “lo sbalzo del farmaco assieme alla depressione fortissima che mi debilitava non mi permetteva di camminare. In quel caso fu una negligenza ingiustificata. Ma anche ora ho una tachicardia mattutina provocata dalle medicine ma la psichiatra mi dice che sono ‘sintomatologie del tutto normali’. Quindi ti devi arrangiare, accettare e subire. O io davvero ho conosciuto solo gente incompetente o qui il sistema è marcio.”

Dopo l’ennesima crisi Claudia adesso ha deciso di affidarsi esclusivamente alla Asl e al supporto statale. Il protocollo prevede che dopo un periodo in clinica ne segua uno in comunità in cui avviene una riabilitazione dai due ai quattro anni in cui si mira alla piena autonomia e anche, se possibile, alla sospensione dei farmaci. “La clinica si basa moltissimo sul farmaco, mentre la comunità è una forma di welfare. Ti dà la possibilità di ricominciare a vivere, di essere un membro attivo della società. Io spesso mi sento in colpa perché mi sento un parassita. Non perché io non voglia fare nulla, ma perché non riesco a fare niente,” spiega Claudia.

In materia di salute mentale in Italia è fondamentale la legge 180, detta anche legge Basaglia dal nome del suo promotore Franco Basaglia, il sostenitore della cosiddetta rivoluzione psichiatrica in Italia. Divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia nel ‘61 da cui trasse spunto per scrivere due saggi di enorme successo Che cosa è la psichiatria? e L’istituzione negata. La sua esperienza intellettuale ebbe un risvolto pratico alla fine del 1970 quando, divenuto direttore dell’ospedale di Trieste, fu il primo in Italia a chiudere il manicomio e a creare una esperienza di cura alternativa. La legge che porta il suo nome venne approvata nel 1978: portò alla chiusura dei manicomi in cui da numerose testimonianze, sappiamo che i pazienti venivano criminalizzati e brutalizzati. 

Ancora oggi però è in uso la contenzione e non esiste una struttura corrispondente a un pronto soccorso per i malati psichiatrici.

Gisella Trincas è direttrice dell’associazione nazionale UNASAM che si occupa di divulgazione sulla salute mentale, dà sostegno ai familiari che si trovano ad avere persone sofferenti vicino e conduce una capillare battaglia politica, sociale e territoriale per denunciare la condizione in cui verte il paese. 

In Italia in media si spende il 2,5% della Spesa sanitaria per la salute mentale contro il 12% in Europa. Con simili risorse si fa solo ambulatorio o invio delle persone nelle strutture, che possono non avere niente a che fare con la persona che chiede aiuto: dalle comunità terapeutiche alle case famiglia fino all’inserimento nelle RSA per pensionati e anziani.

Costruire percorsi emancipativi e rispondere ai bisogni reali delle persone vuol dire andare ben oltre il 2,5%. Noi lo diciamo da anni: in qualunque città del nostro paese serve avere centri di salute mentale aperti 24h su 24, 7 giorni su 7. Deve essere un luogo di intervento immediato, riconoscibile. Dobbiamo lavorare sulla cultura per cui se hai un problema di salute mentale puoi andare al csm per superare la difficoltà». 

L’Italia ha chiuso i manicomi e gli ospedali psichiatrici giudiziari senza migliorare le condizioni di vita delle persone che soffrono. Come ribadisce da anni UNASAM, è un problema di ordine politico e sociale.

“Se io sto male il Csm è l’ultima cosa che chiamo, per me non sono un punto di riferimento”, racconta Giovanni,37 anni e vive nella provincia di Torino. «Frequento il Csm solo per bisogni burocratici, tipo se mi scade la patente e devo farmi fare dei fogli. . Mi è capitato in passato di chiederglielo ma loro l’unica risposta che ti danno è di tipo farmacologico. Tu gli esponi un problema sul lavoro e loro ti dicono: ma la stai prendendo questa medicina? Vuoi che alziamo un po’ il dosaggio? Non gli interessa che il tuo problema sia reale o non reale, se sia fattuale o viva nella tua testa, la risposta sono sempre i farmaci», spiega Trincas. 

Quello che ho capito è che il Centro di salute mentale non tende a guarire ma a stabilizzarti

Giovanni

Giovanni prende psicofarmaci da vent’anni e vorrebbe provare a vivere senza. In tutti questi anni non ha mai trovato nel Csm figure che gli permettessero di lavorare sui problemi che causano il suo malessere concentrando sempre l’attenzione sugli effetti. «Quello che ho capito è che il Csm non tende a guarire ma a stabilizzarti. Ti definiscono cronico, tra tutte credo sia la parola più brutta che abbia sentito pronunciare. Dicono che ho uno squilibrio chimico e pertanto l’unico modo per non causare la mia psicosi che mi fa sentire voci e staccare dalla realtà è lavorare sulla chimica. Ma come mai io ho questo problema? Il Csm non ti permette di lavorare su te stesso, di capire le motivazioni e le cause, di acquisire strumenti e di comprendere cosa accada. Io credo che se mai dovessi trovare i professionisti giusti con cui capire le cause del mio malessere allora la mia psicosi non si manifesterebbe all’improvviso. Non mi sveglierei la mattina e sentirei delle voci». 

Giovanni ha sofferto per la prima volta di quello che di lì a poco gli verrà diagnosticato come un disturbo schizo-affettivo, ovvero una combinazione di schizofrenia che provoca deliri e allucinazioni assieme a sintomi depressivi e ansiosi Dopo un primo ricovero in ospedale quando aveva appena 17 anni  è poi andato in una struttura che definisce manicomiale. 

Uscito dopo qualche mese, 20 anni dopo è  un paziente in cura presso il csm e membro attivo dell’associazione Vivamente di Moncalieri che si occupa di salute mentale. “Per i medici l’autonomia dal farmaco è fantascienza. Non valutano la possibilità che tu possa lavorare con percorsi psicologici paralleli che ti renda in grado di maturare una autonomia dal farmaco.” 

I pazienti inoltre non sono sostenuti nell’affrontare economicamente le spese farmacologiche. Uno dei farmaci che Giovanni prende quotidianamente costa  80 euro per 28 pasticche, questo significa che quando va in farmacia per i mesi successivi deve spendere circa 300 euro. L’assunzione del farmaco non è poi priva di effetti collaterali: Giovanni adesso pesa circa 115 chili. I farmaci, infatti, aumentano del 10% il peso corporeo, danno sonnolenza, bloccano delle attività cerebrali e possono portare degli scompensi sul lungo tempo. Nessuno di questi risvolti è mai stato dichiarato dai medici che gli hanno prescritto i farmaci: “Non so esattamente come agiscono sul mio cervello,” dice Giovanni.

Ho chiesto più volte di conoscere una persona anziana con il mio stesso problema. Voglio vedere cosa provocano sul lungo andare.

Giovanni dimostra un grande equilibrio nella posizione critica che assume quando parla del dolore, nonostante la sofferenza provata e le difficoltà che incontra quotidianamente. «Il mio vero problema è il lavoro. Il problema è che il lavoro manca anche per le persone normali, come fa chi come me soffre di disturbi mentali?». In Italia le persone che soffrono di disturbi mentali sono delle categorie protette con diagnosi di disabilità che proviene dall’INPS. Se viene diagnosticata una disabilità superiore al 67% quella persona viene esonerata dal lavoro e percepisce una pensione mensile di appena 298 euro a cui non può accompagnare altre attività remunerative altrimenti perde la pensione. 

“Mi batto molto per lavorare,” spiega Giovanni.  “e questa battaglia è intrinsecamente connessa al tema dell’individualità. qualcosa di cui si parla raramente. Due persone con una stessa diagnosi hanno esigenze completamente diverse. Conosco un ragazzo che ha il mio stesso disturbo e non riuscirebbe mai a fare 8 ore consecutive di lavoro. Io invece ne ho bisogno, provo tantissima soddisfazione nel riparare le cose.” 

Giovanni attualmente ha un contratto indeterminato con un’agenzia interinale che si occupa di trovargli un lavoro come categoria protetta. Grazie a questo contratto percepisce uno stipendio anche quando non è assunto, cosa che, invece, non gli è garantita se decidesse di essere seguito dallo Stato attraverso il Centro per l’impiego. “Cerco di far capire questo: mi è stata diagnosticata una disabilità. Qual è il simbolo del disabile? La carrozzina. Quando vedi una carrozzina capisci già molto, è chiaro ad esempio a livello lavorativo cosa può fare quella persona. Quando si parla invece di disabilità psichica, 8 su 10 ti discriminano, e nessuno sa davvero chi sei. Ecco cosa significa quando parlo di individualità. E’ un tema inscindibile dalla salute mentale.”

Non si può decidere quando stare male, per questo sapere che per me ci sono loro mi dà un sollievo indicibile. Alcune volte li ho chiamati alle tre di notte, altre volte mi sono presentata là senza preavviso. Non parliamo mai della malattia, perché io non sono la mia malattia e questo loro me lo trasmettono sempre.

Elena

Cura significa non soffermarsi sull’aspetto strettamente medico, ma aiutare le persone nei vari aspetti che le definiscono. Trieste è attualmente l’unica città in Italia ad avere un centro di salute mentale aperto 7 giorni su 7, 24 ore al giorno.

Profondamente caratterizzata dalla cultura basagliana, Trieste sperimenta il progetto delle microaree: una rete di case della salute, della comunità e dei cittadini che si coordinano in 4 distretti che coprono ciascuno 40.000 abitanti. 

Questo permette di creare una rete che contempla tutte le esigenze della persona a cui la comunità risponde in maniera capillare sul territorio. Il successo di questa esperienza di integrazione è testimoniata dal libro e film La città che cura. Oggi l’autrice e psichiatra Maria Grazia Cogliati Dezza si dice preoccupata per i cambiamenti nell’organizzazione della cura per la salute mentale: “L’azienda Sanitaria Giuliano Isontina ASUGI ha presentato un atto di organizzazione interna che prevede il dimezzamento dei Distretti sanitari. Da quattro passerebbero a due e verrebbe meno quel prodotto culturale di altissimo livello che abbiamo creato. C’è il rischio che riducano anche l’orario di apertura dei centri. Così si distrugge tutto e le persone vengono trattate come dei silos. A compartimenti stagni, senza vederne l’insieme, la reciprocità, l’interazione. Non esiste cura senza comunità.” 

È nato un appello online accompagnato da una raccolta firme in piazza a cui partecipano associazioni, medici, sindacati e cittadini per difendere i quattro distretti sanitari. Da uno studio condotto dalla SIEP, società italiana di epidemiologia psichiatrica,  i dati rilevati sul Friuli Venezia Giulia “sembrano confermare che una presa in carico ‘assertiva’ dei servizi territoriali, caratterizzata da frequenti contatti con gli utenti, da un’eccellente continuità assistenziale, da un ampio uso di strutture semiresidenziali territoriali, risulti una strategia efficace nella prevenzione e gestione della situazioni a rischio e comporti una riduzione delle urgenze psicopatologiche afferenti al ricovero in Spdc o anche per Tso.” 

Le microaree risultano essere la soluzione vincente per prevenire ricoveri e aiutare il paziente a vivere nel pieno delle sue potenzialità. “Due anni fa ho avuto una crisi il giorno di Natale all’ora di pranzo. La prima cosa che ho fatto è stata andare al Centro di Salute Mentale che per me è come una famiglia,” dice Elena Cerkvenik, triestina di origine slovena che da vent’anni è in cura in uno dei quattro distretti a rischio chiusura.

“A Natale chi mai avrebbe potuto aiutarmi se non loro? Non si può decidere quando stare male, per questo sapere che per me ci sono loro mi dà un sollievo indicibile. Alcune volte li ho chiamati alle tre di notte, altre volte mi sono presentata là senza preavviso. Non parliamo mai della malattia, perché io non sono la mia malattia e questo loro me lo trasmettono sempre. Poi quando vado via mi chiedono ‘allora che fa questo fine settimana? Va a fare il weekend nella casa in montagna in Austria con suo marito?’ Sanno chi sono, cosa amo fare, quali sono le mie passioni. Una delle cose più importanti che fecero per me fu invitarmi alle conversazioni filosofiche perché conoscevano i miei interessi e io lo apprezzai immensamente. Erano anni in cui ricordo la fatica mentale che provavo la mattina appena sveglia a scegliere il gambaletto da indossare. Perché quando si soffre anche la quotidianità può sembrare inaffrontabile.’ 

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