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L’amore non ci salverà dalla precarietà

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Rifugiarsi nelle relazioni romantiche non ci salverà dai problemi del mondo: “Tutto si può rompere in qualsiasi momento”, scrive Tamara Tenenbaum ne La fine dell’amore. Esiste però una terza via per rielaborare amore e desiderio in un quadro di valori sempre più mutevole

Leggendo qualsiasi report degli ultimi anni è evidente che la nostra generazione fa meno sesso di più o meno tutte le precedenti. Eppure, se ne parla continuamente: divulgazione, sex toys, porno etico, piacere femminile; si scambiano opinioni e riflessioni sul tema anche con le fasce meno intime di amici e conoscenti. Ciò che paradossalmente sembra essere rimasto meno alla mercé della collettività è il tema dei rapporti di coppia. Da un lato perché anche questi stanno subendo profondi mutamenti e parlare di relazioni – in particolare quando monogame – assume tratti sempre meno cool, dall’altro perché spesso si tende a far coincidere la discussione sull’amore e le relazioni con quella sulla sessualità e il desiderio, senza operare una distinzione tra le parti. Lo statuto di queste due sfere in realtà può non essere totalmente assimilabile, e anzi, la riflessione su cosa distingue l’amore dal desiderio è fondamentale per indagare il funzionamento dei due piani. 

Fine e nascita dell’amore romantico

Si inquadra in questo filone d’analisi il saggio La fine dell’amore di Tamara Tenenbaum, tradotto e pubblicato in italiano da Fandango. Tenenbaum è una docente di Filosofia di Buenos Aires e nel testo muove fitte considerazioni di matrice politica e sociale su amore, sesso, relazioni e rapporti di potere, oltre a riportare alcuni cenni autobiografici, funzionali a comprendere il contesto e le dinamiche che l’hanno portata alle riflessioni in questione. 

Gli elementi autobiografici sono fondamentali, perchè l’autrice è nata e cresciuta fino ai 23 anni nel quartiere Once di Buenos Aires, all’interno di una comunità ebraica ortodossa, moderna perché in un certo senso meno rigida di altre rispetto ad alcuni criteri, come ad esempio l’abbigliamento. Tenenbaum guarda così al ventaglio tematico di cui si occupa nel saggio a partire da un punto di vista particolare, inconsueto: quello di una persona che non ha avuto idea dell’esistenza di un certo tipo  di rapporti e dinamiche fino, appunto, ai 23 anni d’età. Vivere in una comunità ebraica ortodossa, racconta l’autrice, significa avere delle regole per qualsiasi cosa: sapere con certezza cosa bisogna mangiare, come è consono vestirsi, quali divieti esistono nel rapportarsi con il sesso opposto, e via così, per ogni elemento che riguardi scelte, volontà e decisioni della vita privata e non. Un vero e proprio privato  non esiste, perché i regolamenti impongono delle linee guida rigide da seguire pedissequamente all’interno di ogni contesto. 

Il focus tematico di Tenenbaum sono principalmente i rapporti sessuali, amorosi e affettivi, nelle loro sfaccettate forme, e tutto quello che ci ruota attorno, comprese le maniere in cui questi impattano e hanno impattato, nel tempo, il vivere collettivo e la dimensione sociale, economica e lavorativa:

“Si crede che scrivere di questi temi sia auto-aiuto scadente piuttosto che critica sociale; che siano scemenze che non importano a nessuno, o almeno a nessuno che valga la pena; che siano problemi borghesi, come se le più povere non desiderassero, scopassero, amassero e si sentissero anche loro sole, e che pensarci tanto sia ossessivo e non troppo sano.”

L’autrice scrive ribaltando totalmente questo paradigma, inquadrando le tematiche in maniera solida e alternando riferimenti filosofici puntuali a riflessioni sulla società contemporanea, inframezzate da interviste ed esperienze personali. Il centro propulsore della problematizzazione dei rapporti viene elaborato da Tenenbaum a partire dalla nascita dell’amore romantico, come conseguenza della nascita della soggettività moderna e come spinta a mettere in crisi le istituzioni tradizionali. 

Questo avrebbe consentito alle donne di pacificare il loro rapporto con il desiderio e la sessualità, perché non più soggiogate dalle volontà familiari e dalle necessità economiche. Come scriveva Alexandra Kollontai in Amore, matrimonio, famiglia e comunismo: “per la donna la soluzione del problema familiare non è meno importante della conquista dell’uguaglianza politica e del raggiungimento della sua piena indipendenza economica.” Se infatti all’uomo è sempre stato consentito il libero esercizio del desiderio sessuale al di là della dimensione matrimoniale, per la donna fino ad un certo momento non era mai stato nemmeno preso in considerazione.

L’ampliamento della libertà femminile in tal senso segna un passaggio chiave: se a lungo il matrimonio costituiva un vincolo di matrice economica fondamentale per la sopravvivenza della donna e della famiglia, e il desiderio femminile era per lo più soffocato, con questo cambio di paradigma l’amore romantico viene fatto immediatamente coincidere con il desiderio. Inquadrando così con un certo sospetto quelle donne che non vivono il desiderio e l’amore in maniera univoca, e senz’altro non guardate con lo stesso fascino con cui si guarda agli uomini che vivono la loro sessualità altrettanto liberamente:

“La scoppiata, a differenza dello scoppiato, non è oggetto di desiderio: è oggetto di pietà. Nell’immaginario collettivo, la ribelle che invece vale, l’affascinante, la sensuale, è un’altra: quella che si tiene stretta alla vita del ragazzo in moto.”

Amore e desiderio, ma l’orgasmo?

Ciò che emerge di interessante, anche sulla base di alcune interviste in cui l’autrice si espone, è la dicotomia esistente tra amore e desiderio.

Resta però proprio questo grande elefante nella stanza: che fine fa il desiderio? Modella soltanto questi rapporti e li intesse in nuove forme relazionali? Rimane inespresso o viene soddisfatto e agito materialmente?

Sulla copertina del saggio l’orgasmo è chiuso in una latta come la Merda d’Artista di Piero Manzoni, il cui esperimento simbolico si fonda proprio sull’impenetrabilità del contenuto, che perde il suo valore quando e se svelato. Il desiderio sembra essere evocato in maniera simille: qualcosa di nascosto, che quando viene allo scoperto in tutta la sua carnalità può sconvolgere o riservare delle sorprese inaspettate. Qualcosa di cui si parla tanto, sì, ma che tutto sommato resta ancora chiuso in una scatola perchè è una tensione dai risvolti spesso inspiegabili, contraddittori rispetto a tutte le nostre credenze.

E se la terza via a cui Tenenbaum sembra alludere rispetto alla struttura dei rapporti è chiara nelle sue modalità e dinamiche, lo è meno il ruolo che il desiderio può ricoprire in tal senso. Forse anche perchè, per questa volta, e nonostante il protagonismo dedicatogli in copertina, l’orgasmo come atto in sè non ha tutta questa rilevanza – ne ha di più il desiderio, inteso in modo nuovo, come un motore funzionale a costruire un certo sguardo sui rapporti e le loro peculiarità e sui patti di reciproca intesa che li regolano.  

In questo senso allora anche l’infedeltà ricopre un ruolo nuovo. Pur costituendo storicamente uno dei più grandi tabù esistenti – lo dimostrava bene Esther Perel in Così fan tutti – è probabilmente in questo elemento che risiedono molti dei cambiamenti che i nostri rapporti stanno attraversando. In diverse interviste traspare chiaramente come il rapporto tra due persone tenda a costituirsi mediante un legame che nella maggior parte dei casi, con il passare del tempo, può esulare il desiderio e l’orgasmo, o può richiedere una buona dose di impegno mantenere questa componente attiva e costante.

In questo senso il desiderio si può collocare su un piano differente, volto alla scoperta, alla curiosità per il nuovo e l’inesplorato, chiave di volta che porta alla diffusione delle numerose relazioni aperte di cui Tenenbaum racconta. Queste però non hanno nulla a che vedere con l’infedeltà così come l’abbiamo sempre conosciuta, assimilabile a una bugia o a un non detto, ma più a una maniera nuova di rapportarsi con un bisogno altrui, che può eccitare, così come anche disgustare o infastidire.

Coppie economiche e precarietà

Anche sul paradigma della coppia come un organismo che va tenuto in vita necessariamente con il sudore della fronte l’autrice sottolinea delle perplessità, dal momento in cui se in passato era il vincolo familiare o economico a costringere a un certo impegno, oggi è il sistema entro il quale ci muoviamo che ci abitua che qualsiasi cosa va conseguita con lavoro costante e perseveranza ligia al dovere. E questo ci convince che solo i migliori di noi, quelli che faticano di più e si dimostrano più meritevoli, ce la faranno.

Secondo Tenenbaum sarebbe però proprio il tempo precario in cui abitiamo a spingerci verso la necessità – all’interno di un panorama privo di certezze – di qualcosa di saldo a cui aggrapparci, e all’esigenza di perseverare in vincoli che sono spesso restrittivi e diseguali, e che ricalcano gli stessi modelli contro cui a parole combattiamo. Nonostante la schizofrenia di questo panorama, che sembra un costante ping-pong tra l’esigenza di perseguire i propri desideri e la volontà di tutelare un legame di coppia sincero e soddisfacente, probabilmente un vero e proprio rifugio di stabilità non può costitutivamente esistere:

“Non c’è nessuna unione che ci salvi dalla condizione precaria della vita e dai rapporti umani. Una firma su un foglio o una promessa d’amore non bastano a evitare il fatto che tutto si può rompere in qualsiasi momento. Da questo non si scappa. La tranquillità che sogniamo, l’illusione di sicurezza, è una fantasia di cui dobbiamo liberarci perché, proprio come lo Stato di polizia, porta con sé le sue precarietà.”

Si legge qualche pagina più tardi che è già abbastanza faticoso sopportare l’instabilità dei tentativi di vivere di scrittura che sarebbe masochista accrescere le incertezze con tortuose sperimentazioni relazionali. Si può sostituire a “scrittura” qualsiasi altro genere di impiego per lo più freelance, a partita iva o generalmente precario in cui la gran parte delle nuove generazioni è costretta a tuffarsi. Ciò che però, al di là delle volontà di esplorazione o meno, sembra distinguere le nuove relazioni, quelle del nuovo paradigma, da quelle precedenti è ciò che Deborah Anapol definisce come la “caduta della gerarchizzazione del vincolo di coppia sopra tutti gli altri vincoli.” 

L’invenzione della “terza opzione amorosa”

Questa definizione forse può consentirci anche di cessare la costante insistenza sulle distinzioni tra relazioni monogame, aperte e poliamorose. Ovvero: se siamo parte di un microcosmo composto da tante forme di affetti, amicizie e legami di comunità, e l’amore in quanto relazione di coppia è una parte di queste, ma non gerarchicamente superiore alle altre, forse si instaura anche il rapporto su una base diversa, tenuta in piedi da valori differenti. 

Forse si riesce in questo modo anche a cogliere la pluralità di sfaccettature, desideri e legami multiformi che si instaurano tra le persone, senza che debbano necessariamente andare a essere incasellati ognuno in un suo specifico ruolo, riscoprendo i rapporti di coppia – anche quando formalmente monogami – come spazi basati su equilibri aperti e intellettualmente onesti. Cercando, come scrive Tenenbaum, di vivere consci che non esistano solo due opzioni: 

“Resistere a scegliere tra strutture ereditate e individualismo selvaggio, senza accettare che queste siano le due uniche opzioni; è una posizione scomoda, marginale, nel senso più letterale del termine. Osare combattere per il proprio desiderio al di là di quanto ti è stato insegnato ti spinge al margine, quasi fuori dalla mappa.”

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in copertina, estratto dalla copertina di La fine dell’amore, edizione Fandango Libri

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