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La guerra in Ucraina ha messo in crisi l’industria italiana

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in copertina, foto CC BY-SA RudolfSimon

L’aumento dei prezzi di petrolio e gas sta mettendo in difficoltà il settore produttivo, dalla produzione e distribuzione degli alimenti alle cartiere che hanno sospeso la produzione. L’effetto sui diversi settori è già evidente, come lo è quello sui singoli cittadini, rischiando di portare a un ulteriore aumento delle disuguaglianze

Il 23 febbraio, il giorno prima che il presidente russo Putin annunciasse l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, gli autotrasportatori bloccavano le autostrade del Sud Italia per protestare contro il caro carburante. L’amministratore delegato de La Molisana, Giuseppe Ferro, dichiarava lo stop della produzione, in quanto i camionisti – bloccati dai colleghi in sciopero – erano impossibilitati ad uscire dallo stabilimento. Gli autotrasportatori stavano pagando il costo più alto legato all’aumento del prezzo del carburante: un +25% medio annuo che aveva reso troppo oneroso viaggiare. La guerra non era ancora iniziata, ma l’Italia stava già facendo i conti con un’inflazione pesante. Tanto che le associazioni di categoria parlavano di “uno scenario di grande preoccupazione” per tutta la filiera alimentare, legato alla “prospettiva di una crisi internazionale prolungata dovuta alle tensioni in Ucraina”.

Due settimane dopo, in pieno conflitto armato a ridosso dell’Ue, i timori si sono trasformati in effetti tangibili sull’economia del Paese. In pochi giorni l’aumento del prezzo del carburante ha subito un’ulteriore accelerazione rispetto a quella dei mesi scorsi, e ha spinto il costo della benzina al litro a oltre la soglia psicologica dei 2 euro. Mentre sui social impazzano i meme sui benzinai in stato di grazia, nella vita reale i lavoratori più colpiti si mobilitano per reagire a una situazione che per alcuni è ormai insostenibile. Sull’esempio degli autotrasportatori, il 7 marzo migliaia di pescatori hanno fermato le proprie imbarcazioni in segno di protesta. Le terranno bloccate almeno fino alla fine della settimana, con il rischio che il pesce fresco venga a mancare sui banconi delle pescherie e nei piatti dei ristoranti.

Più in generale, il caro energia ha un effetto importante sui costi di produzione delle imprese, soprattutto quelle energivore come acciaio, alluminio, cemento, ceramiche, fertilizzanti, raffinerie, assieme all’industria del vetro e delle plastiche, fino alle cartiere. Proprio la fabbricazione della carta è stata la prima a cedere dopo lo scoppio della guerra. “In questi giorni sempre più stabilimenti cartari si stanno fermando e stanno riducendo l’attività”, ha spiegato Lorenzo Poli, il presidente di Assocarta. Non solo le imprese di piccole dimensioni; l’ultimo ad aver staccato la produzione è il più grande gruppo cartario italiano, Pro-Gest. Le sei sedi sparse lungo la penisola sono ferme perché “la carta venduta a circa 680 euro a tonnellata oggi richiede 750 euro di soli costi energetici”, fa sapere la società.

Il blocco delle cartiere impatta sull’intera filiera: dalla produzione di imballaggi, alle carte per uso igienico e sanitario (come carta igienica, tovaglioli e fazzoletti) fino alle carte grafiche per l’editoria e l’informazione, oltre al riciclo della carta.Questo è un problema che riguarda tutti i settori energivori, che offrono la base produttiva con cui si alimenta il resto dell’economia italiana.

Preoccupazioni simili riguardano il settore alimentare. In particolare si registra “un aumento dei costi di produzione dei prodotti agricoli”, spiega l’economista Francesco Saraceno, Professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences Po e alla Luiss. Secondo la Coldiretti, dall’inizio dell’invasione i costi produzione dell’agricoltura sono cresciuti di un terzo a causa degli effetti diretti ed indiretti legati all’energia. Anche perché l’aumento del prezzo del gas influisce sui costi dei fertilizzanti, che rientrano tra le categorie energivore. E mentre l’agricoltura nazionale soffre, a causa della guerra è aumentato il prezzo del grano (+40% in una settimana): l’Ucraina (storicamente riconosciuta come il “granaio d’Europa”) e la Russia sono rispettivamente il quinto e il primo esportatore di grano a livello mondiale. Più in generale, l’Ucraina coltiva molti cereali, come il mais con cui si nutre il bestiame. “Per questo motivo, ci sono preoccupazioni legate al prezzo del pane e di altri prodotti”, afferma Saraceno.

Il problema riguarda anche le esportazioni, e non solo di cibo. “Anche se la Russia non è uno dei Paesi principali verso cui esportiamo [è la 14esima destinazione delle nostre merci, vale l’1,5% dell’export ndr] per alcuni settori come l’alimentare e la moda, Mosca è un mercato importante”, sottolinea l’economista. La moda marchigiana – in particolare il distretto calzaturiero dove il mercato russo e ucraino rappresenta l’80% del fatturato – soffre già gli effetti inversi delle sanzioni. Il direttore di CNA Macerata Massimiliano Moriconi ha detto che “sono ogni giorno di più gli imprenditori che ci chiamano” per annunciare il blocco della produzione. Molte aziende in difficoltà “appartengono al settore moda e sono legate a doppia mandata con il mercato russo, oggi completamente precluso ad ogni tipo di transizione e di scambio”.

I russi non solo amano il made in Italy; per loro l’Italia è anche una meta ambita per le vacanze. Confcommercio e Confesercenti stimano che senza i turisti russi la sola Roma perderà un giro d’affari intorno ai 150 milioni di euro l’anno. In Toscana si attendevano 200mila viaggiatori, in Puglia 100mila. Più in generale, nel periodo pre-Covid (2019) i turisti russi che hanno scelto l’Italia come meta per le proprie vacanze sono stati 5,8 milioni e hanno speso nei nostri confini 984 milioni di euro – il 2,2% della spesa dei viaggiatori stranieri nella penisola. È una perdita che pesa più di altreperché secondo i dati di Federalberghi, i russi, assieme agli americani, sono tra i turisti che spendono di più. Ma i problemi non si limitano a Mosca; tutta la mole di turismo straniero verrà rallentata a causa della guerra, perché il conflitto inibisce le persone a partire. E non solo all’interno dell’UE: “Non penso che molti americani verranno in Europa quest’estate”, ragiona Saraceno.

Tra scioperi, blocchi della produzione e vacanze sospese la guerra ucraina sta già avendo un impatto importante sull’economia italiana. Gli effetti saranno sempre più visibili man mano che il conflitto si dipanerà e alcuni riguarderanno direttamente i cittadini. L’aumento dei prezzi infatti ha un impatto molto importante sulla redistribuzione del reddito. “L’aumento dei costi per il riscaldamento, la benzina e i cereali colpisce soprattutto le fasce più disagiate della popolazione”, spiega Saraceno. In poche parole, “la crescita del prezzo del pane non fa la differenza per una persona ricca, mentre chi può fare affidamento solo su un salario minimo ne soffre”.

Visto il costante aumento dell’inflazione, ora ai livelli più alti dal 1995, il rischio è che la guerra – moltiplicando questa tendenza – contribuisca ad aumentare le disuguaglianze.

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