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La vita sospesa nel campo di Shatila, in Libano

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Alla periferia di Beirut un campo che accoglie da decenni i profughi palestinesi sta cercando di ricostruire una nuova normalità tra siriani in fuga dalla guerra, crisi economica e pandemia

Dai tempi della Nakba, la catastrofe del popolo palestinese che è coincisa con la creazione dello stato di Israele, il campo profughi di Shatila resta uguale a se stesso. A Shatila sono le associazioni come Beit Atfal Assumoud a rappresentare le istituzioni per i rifugiati palestinesi, mentre Beirut vive la sua peggiore crisi istituzionale ed economica, che ha messo la impoverito e messo in ginocchio la popolazione. Mentre si percorre Rue Sabra in direzione sud, verso il campo palestinese di Shatila, attraversando il groviglio di bancarelle che vendono frutta e verdura, si ha l’impressione di entrare in un luogo che la storia ha condannato a non cambiare mai. 

L’impatto del campo di Shatila su chi lo visita per la prima volta è molto forte. Nel giro di pochi metri il colore e la vivacità del mercato di Sabra lasciano spazio a condizioni ambientali ben peggiori. Siamo a Beirut Ovest, a pochi minuti di macchina dal quartiere di Hamra, uno dei principali centri economici e culturali della città, non lontano in linea d’aria da Badaro, uno dei nuovi quartieri della vita serale, e dalla ricca Achrafie.

Shatila senza giustizia, a quasi 40 anni dal massacro

Il prossimo settembre si terrà la commemorazione per il quarantesimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila, l’eccidio compiuto dai falangisti libanesi con la complicità dell’esercito israeliano che, tra il 16 e il 17 settembre 1982, causò migliaia di vittime civili tra palestinesi e sciiti libanesi. A quasi 40 anni dal massacro, il campo di Shatila è ancora un corpo estraneo nella città di Beirut, un luogo che semplicemente appartiene a una dimensione diversa rispetto al caos e alla turbolenza che continuano e segnare la quotidianità della capitale libanese. 

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Shatila è uno spazio che vive di commemorazione e di memoria, che si trascina su se stesso, immutabile, nonostante il trascorrere degli anni e l’arrivo delle nuove generazioni. Così come nessun tribunale è mai stato in grado di fare giustizia sui responsabili di uno dei peggiori massacri del secondo dopoguerra, lo stato libanese non è mai riuscito — e non ha mai provato — a normalizzare le condizioni di vita delle centinaia di migliaia di palestinesi che dal 1948 si sono riversati nel paese dei Cedri come conseguenza della nascita dello stato di Israele e di tutto ciò che ne è seguito. 

Una via del campo di Shatila in Libano

Le vite sospese dei rifugiati palestinesi

Quello di Shatila è solo uno dei 12 campi palestinesi che si trovano in Libano. La maggior parte si trova all’interno o nelle immediate vicinanze delle principali città (Beirut, Tripoli, Sidone, Tiro e Baalbeck) e la costruzione risale, in diversi casi, ai primi anni ’50. Molti dei campi sono stati ricostruiti, del tutto o parzialmente, in seguito alla guerra civile e alle diverse invasioni israeliane. Negli ultimi anni, con lo scoppio del conflitto siriano, la popolazione è cresciuta nuovamente con l’arrivo di rifugiati siriani e di rifugiati palestinesi di seconda generazione nuovamente in fuga dalla guerra.

A Shatila, l’aumento della popolazione e la limitata superficie a disposizione hanno costretto a sviluppare in altezza la costruzione di nuove abitazioni. Mentre si percorrono le anguste vie laterali spesso si fa fatica a scorgere il cielo nello stretto spazio che separa un palazzo dall’altro, attraverso i fili elettrici che pendono ad altezza d’uomo. 

Il Libano non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo statuto dei rifugiati. La discriminazione economica e sociale è la realtà a cui sono sottoposti i palestinesi in Libano da decenni, e così, mentre la possibilità di un ritorno alla propria terra di origine appare sempre più come un miraggio e un’illusione, la loro vita dipende indissolubilmente dal lavoro delle organizzazioni umanitarie.

Una via del campo di Shatila in Libano

Negli scorsi anni UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite istituita nel 1948 per assistere i rifugiati palestinesi in Medio Oriente, era stata più volte sull’orlo del baratro come conseguenza dei tagli negli aiuti voluti da Donald Trump, ma l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e il rilancio dei flussi finanziari sembrano aver parzialmente tamponato il problema. 

In questi giorni Sabra e Shatila si preparano all’arrivo di un nuovo inverno, che sarà ancora una volta segnato dalle strade allagate per le incontenibili piogge libanesi, dalla mancanza di luce e acqua e dalla certezza di vivere in un luogo che si trova ai margini di un paese che troppo spesso ha vissuto conflitti e rimozioni forzate. Per chi attende la prossima commemorazione e vive mantenendo intatti i simboli e le icone del passato, il silenzio e l’oblio restano, oggi più che mai, un destino a cui ribellarsi con ogni forza. 

La “risoluta perseveranza” delle associazioni palestinesi

Nel campo di Shatila, l’associazione Beit Atfal Assumoud ha una scuola che accoglie più di 100 bambini dai 3 ai 9 anni. “The National Institution of Social Care and Vocational Training” (NISCVT, o Beit Atfal Assumoud per i locali) è un’organizzazione nata nel 1976, con centri operativi in dieci campi in tutte le aree del Libano. Il nome rimanda alla “Sumud,” la “risoluta perseveranza” che rappresenta uno dei valori fondamentali per il popolo palestinese.

L’arrivo del Covid ha complicato le cose, visto che per molti è stato impossibile seguire la didattica a distanza. Con la ripresa delle attività in presenza, da settembre, i bambini di ogni classe sono stati divisi in due gruppi per limitare i contatti. All’interno delle scuole l’insegnamento delle lingue è un aspetto fondamentale, e fin dai primi anni di scuola materna una parte del tempo viene dedicato, sotto forma di gioco, all’apprendimento dei diversi alfabeti (arabo e inglese) e di alcuni termini basilari in inglese. 

Un negozio nel campo di Shatila

A Shatila si trova anche uno studio dentistico gestito dall’organizzazione, dove con l’arrivo del Covid vengono organizzate riunioni con le famiglie per creare maggiore consapevolezza sulla pandemia. All’interno del campo si svolgono anche varie attività ricreative, che vanno dalla danza alla pittura, alla musica e al teatro. Si tengono, infine, corsi di recupero e sessioni di sostegno psicologico per le famiglie.

“La nostra organizzazione è libera da qualsiasi affiliazione religiosa e politica,” precisa il direttore Kassem Aina nel corso del nostro incontro nel quartier generale nel quartiere di Sabra. Nata in seguito al massacro di Tal Al Zaatar — perpetrato, ancora una volta, dalle falangi libanesi e che per numero di vittime non è secondo a quello di Sabra e Shatila — con lo scopo di fornire assistenza umanitaria ai bambini palestinesi rimasti orfani, negli anni l’organizzazione si è consolidata diventando un riferimento per la società civile.

“Uno dei nostri punti di forza è lo stretto coordinamento con le altre organizzazioni che operano nei campi, lavoriamo tutti con lo stesso obiettivo e fare rete è fondamentale”

I centri sono finanziati da organizzazioni di diversi paesi europei e asiatici — Giappone su tutti — e tra i beneficiari si trova, insieme ai palestinesi, un numero crescente di libanesi e di siriani. “Siamo indissolubilmente legati alle sorti e al destino del popolo palestinese, ma i principi dell’assistenza umanitaria sono una nostra priorità e andiamo oltre ai confini politici, religiosi e etnici.”

La diaspora palestinese nella crisi del Libano

Il lavoro che le organizzazioni palestinesi svolgono sul campo non è sufficiente a colmare il vuoto normativo ed esistenziale a cui la storia ha condannato le vittime dell’esodo, ma rappresenta al contempo l’ultimo argine alla solitudine e all’emarginazione. Mentre Israele dichiara guerra alle Ong che in Palestina si battono per la difesa dei diritti umani, nel contesto della crisi libanese e della pandemia di Covid il ruolo delle associazioni che operano nei campi appare sempre più come un faro nella notte.

Il Libano sta attraversando la peggior crisi economica della propria storia. La lira libanese ha perso più del 90% del proprio valore e gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà e povertà estrema. La situazione è ancora più grave per i rifugiati palestinesi e siriani, con un tasso di disoccupazione fuori controllo e molte famiglie che faticano a mettere in tavola un pasto a fine giornata. In tutto il paese è diventato sempre più difficile reperire alcune delle medicine più comuni come il paracetamolo e la situazione peggiora ulteriormente nei campi; le farmacie sono semivuote e i prezzi sono aumentati vertiginosamente dopo la rimozione dei sussidi statali: una situazione che ha un impatto negativo soprattutto sugli ultimi, in fondo ai quali si trovano i rifugiati.


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