Lo ius soli sportivo è un’aberrazione: la cittadinanza non è un premio, è un diritto

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Il dibattito sollevato dal Coni su Marcell Jacobs e le Olimpiadi è un’altra occasione persa per sostenere una riforma che renda la cittadinanza un diritto per tutti, e non un premio per gli atleti in cambio di medaglie

Lamont Marcell Jacobs ha appena vinto l’oro nella finale dei cento metri alle Olimpiadi di Tokyo. È il primo italiano a tagliare questo traguardo, il secondo a infrangere la barriera dei 10 secondi: il più veloce al mondo nell’era post-Bolt, hanno titolato le più importanti testate internazionali.

Jacobs, nato in Texas da padre afroamericano e madre italiana, è cresciuto a Desenzano del Garda, motivo per cui anche il Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana ha sentito l’urgenza di commentarne la vittoria in Giappone: “È destino della Lombardia far correre l’Italia sempre più forte,” ha scritto sulla sua pagina Facebook. Un commento curioso, considerando che Fontana aveva fatto notizia sulle stesse testate internazionali di Jacobs per la frase di qualche anno fa, “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate.”

Come ogni volta che un atleta italiano e nero vince qualcosa, portando gloria alla nazione che rappresenta, si sente l’esigenza di premiare la capacità di integrazione, di eccellere, di essere straordinari nonostante le condizioni di svantaggio di partenza, e si sente l’esigenza di farlo portando la cittadinanza come una conquista, un merito, una medaglia d’oro, appunto. Lo ha fatto il presidente del Coni, Giovanni Malagò, commentando: “Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana”. Il commento di Malagò sembra anche figlio di quel fenomeno descritto bene da Romelu Lukaku in una riflessione sul The Players’ Tribune, “Quando le cose vanno bene, i giornali mi chiamano Romelu Lukaku, l’attaccante belga; quando vanno male, l’attaccante belga di origini congolesi.” C’è da domandarsi come Fontana, Malagò, e insieme a loro Salvini e Meloni, definiranno Jacobs se non dovesse più essere il più veloce al mondo.

Più che una cittadinanza in termini ricompensativi, in Italia è sempre più urgente una riforma seria della legge 91/1992: come mostra bene un grafico dell’ISPI, i bambini nati sul suolo nazionale da genitori immigrati devono aspettare il compimento del diciottesimo anno di età per ottenere la cittadinanza italiana, e da quei numeri bisogna partire per delineare una riforma che ponga la cittadinanza come un diritto — che siano sportivi o meno, che portino a casa medaglie olimpiche o meno — non come una coccarda. Bisogna poi precisare che lo ius soli sportivo, sebbene non nelle modalità a cui faceva riferimento Malagò, in Italia esiste dal 2016, e permette agli atleti stranieri residenti in Italia da prima del compimento del decimo anno di età di tesserarsi nelle federazioni sportive nazionali, al pari dei loro coetanei italiani di diritto e di sangue. In sostanza, garantisce quel minimo sindacale che è l’accesso a un diritto dell’infanzia e dell’adolescenza — lo sport. 

Tra l’altro è fuori luogo parlare di ius soli sportivo in riferimento alla vittoria di Lamont Marcell Jacobs, che ha ottenuto la cittadinanza proprio grazie al principio dello ius sanguinis, come previsto da una legge che il Coni dovrebbe chiedere di riformare per tutelare i tanti atleti che invece non riescono a indossare la maglia azzurra perché i genitori sono entrambi cittadini extra-UE. “Sono anni che c’è una formidabile polemica sullo ius soli. Come Coni hanno provato a tirarci per la giacchetta e noi abbiamo sempre sostenuto la tesi che si tratta di una materia politica”, ha anche spiegato Malagò. Ma non è lo sport anche politica quando si tratta di diritti civili? Lo abbiamo visto con la fascia arcobaleno di Manuel Neuer agli Euro2020, le mani incrociate sopra la testa di Raven Saunders sul podio per il lancio del peso a Tokyo2020, il judoka algerino Fethi Nourine che si è ritirato per non combattere contro un avversario israeliano, in segno di solidarietà per la causa palestinese. Lo sport è anche politica, è anche sostegno a riforme come quella della legge sulla cittadinanza, per tutti, non solo per gli atleti e le atlete che si distinguono.

Nella narrazione mediatica della vittoria di Jacobs, poi, alcuni giornali hanno subordinato il suo essere nero al suo essere americano: la sua esperienza, in poche parole, non sembra essere paragonabile a quella degli italiani senza cittadinanza con altre origini e senza o con altre capacità rispetto a quelle dimostrate da Jacobs nella finale dei 100 metri.

E se da una parte non è vero, come ha detto ieri Matteo Salvini, che “oggi a diciotto anni si può scegliere se diventare cittadino italiano. Non c’è nulla da cambiare.” Perché qualcosa da cambiare c’è. Uno: se sei arrivato in Italia a diciotto mesi come Jacobs, ma non sei figlio di almeno un genitore italiano, l’ottenimento della cittadinanza è subordinato ad altre condizioni, più preclusive; due: perché si dovrebbe aspettare diciotto anni per essere italiani quando si è nati e cresciuti sul territorio nazionale? Ed è folle, come propone invece Malagò, legare la cittadinanza italiana a meriti sportivi, a medaglie vinte e glorie olimpiche, transitorie e molto precarie.

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in copertina: foto Polizia di Stato, via Facebook

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