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Il patto di sangue con la Libia che nessuno vuole mettere in discussione

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in copertina, elaborazione da un grab dal video di Sea Watch

Oggi il Parlamento voterà il rinnovo dei finanziamenti alla Guardia costiera libica: altri 10,5 milioni di euro per abusi e violenze sui migranti, con la complicità del Pd. Ma in molte piazze ci saranno iniziative di protesta

È atteso per oggi il voto del Parlamento sul rifinanziamento delle missioni all’estero, che comprende anche il rinnovo dei fondi alla “guardia costiera libica.” Quest’anno il governo ha deciso di stanziare in proposito 500 mila euro in più, arrivando a un totale di 10,5 milioni di euro. Per le 17 è stato organizzato in piazza Montecitorio un sit-in per chiedere alle forze politiche di non votarlo, ma sono previsti presìdi e iniziative in molte altre città d’Italia. Ieri mattina, alla Camera, c’è stata una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche i rappresentanti di alcune Ong, come Sea Watch, che ha fatto rivedere il video dell’attacco di una motovedetta libica a un’imbarcazione di migranti: “Nessuno potrà dire che non sapeva.”

È utile ricordare infatti che la vedetta coinvolta nell’ormai noto arrembaggio ha una storia ben precisa, che la lega direttamente al governo italiano. Sea Watch il 3 luglio l’ha ricostruita con precisione: è stata ceduta alle forze libiche personalmente dall’allora ministro Minniti il 15 maggio del 2017, e meno di 6 mesi dopo era stata già coinvolta nell’omicidio di 20 persone in una “intercettazione” di una nave di migranti. Nel marzo 2018, l’equipaggio della vedetta aveva minacciato Open Arms di aprire il fuoco contro la nave umanitaria se non gli avessero “restituito” i migranti appena soccorsi.

Negli ultimi quattro anni — secondo i calcoli di Oxfam — il totale delle missioni in Libia è costato all’Italia 213 milioni di euro — anche se le stime variano: se, come l’Espresso, si decide di calcolare anche la partecipazione alle missioni navali Irini, Mare Sicuro e Sea Guardian, più un numero imprecisato di fondi che transitano fuori dal piano, si può arrivare a circa 755 milioni di euro. Le procedure bandite dal centro navale della guardia di finanza raggiungono, nel periodo da fine marzo a fine giugno 2021, il valore di 5,8 milioni di euro: gruppi elettrogeni, ricambi per motori, manutenzione straordinaria delle eliche, pitture, apparecchiature radio. Questi fondi arrivano dall’EU Trust Fund, ma l’impegno di spesa fa capo direttamente al Viminale.

La campagna contro l’approvazione dei finanziamenti quest’anno è più forte del solito e con una risonanza mediatica maggiore: il Tavolo Asilo e Immigrazione, che riunisce numerose ong e associazioni del terzo settore — tra le altre: Arci, Amnesty International, MSF e Oxfam — ha inviato una lettera aperta a Draghi per chiedere di interrompere i finanziamenti. La questione mette in imbarazzo il Pd — che, ricordiamo, ha la principale responsabilità politica degli accordi con la Libia, siglati nel 2017 da Minniti e da allora sempre rinnovati. Con una mossa pilatesca, ieri Enrico Letta ha proposto che entro sei mesi la “patata bollente” del supporto finanziario e militare alla Libia passi all’Unione europea — un buon modo per scaricare la colpa su qualcun altro, quando uscirà il prossimo video di spari contro i migranti.

Intanto, nel Mediterraneo le vite di centinaia di persone continuano ad essere messe a rischio: da 24 ore Alarm Phone ha segnalato un’imbarcazione con circa 80 persone a bordo in area Sar maltese, con diverse navi mercantili a breve distanza, che però non intervengono in soccorso. Con le navi delle Ong bloccate tramite pretesti dal governo italiano, il Mediterraneo centrale sembra destinato a rimanere terreno di caccia della Guardia costiera libica.

Non è un caso, quindi, se il numero dei morti in mare quest’anno è raddoppiato rispetto allo stesso periodo nel 2020: 1146 persone hanno perso la vita nei primi sei mesi dell’anno cercando di raggiungere l’Europa. I rimpatri in Libia, invece, sono triplicati: 15.300 persone. Nel comunicare i dati, l’Oim ha chiesto per l’ennesima volta agli stati di “adottare misure urgenti e proattive per ridurre la perdita di vite umane sulle rotte migratorie marittime verso l’Europa e per rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale.”

Ovviamente il rinnovo degli accordi non è problematico solo per il finanziamento a un’autorità che spesso assume comportamenti pirateschi, ma anche per quanto accade poi in Libia. La situazione per le persone migranti nel paese è sempre più difficile, dentro e fuori dai centri di detenzione: la città portuale di Zwara ad esempio ha recentemente annunciato l’espulsione di tutte le persone residenti “illegalmente,” che hanno avuto tempo fino al 10 luglio per andarsene volontariamente o regolarizzare la propria posizione, prima dell’applicazione di un “vasto piano” — su cui non si conoscono dettagli — per mettere in atto forzatamente la misura.

Come spiega Nancy Porsia in un lungo articolo per Valigia Blu, anche i centri di detenzione “ufficiali,” gestiti dal governo libico, sono sovraffollati all’inverosimile e attraversati da violenze quotidiane. Il primo luglio, nel lager di Gharyan, a 100 chilometri a sud-ovest di Tripoli, c’è stata un’esplosione che le autorità hanno tenuto nascosta, ma che è stata documentata grazie alle foto satellitari ottenute da Domani. Nel centro erano detenute circa 600 persone, a poca distanza da un deposito di munizioni. Impossibile risalire al numero delle vittime, anche perché le autorità delle Nazioni unite non hanno accesso alla struttura: secondo l’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari di Tripoli, potrebbero essere centinaia, mentre il direttore del centro nega del tutto che ci siano morti e feriti. In seguito all’esplosione, alcuni reclusi sono riusciti a fuggire, inseguiti dai miliziani: “Hanno sparato alle persone che hanno tentato di fuggire,” conferma un funzionario del ministero dell’Interno libico.

L’Italia finanzia aguzzini e torturatori impiegati nei lager, anche se — diversamente dai finanziamenti destinati alla guardia costiera — è difficile stabilire le cifre precise che vengono erogate: nel memorandum del 2017 si parla di un “adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza summenzionati già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell’Unione Europea.” I fondi stanziati per gli interventi nei campi di detenzione sono stanziati nel cosiddetto Fondo Africa, un piano affidato dal 2017 alla Farnesina. Com’è la vita in questi “centri d’accoglienza? A Shar al-Zawyah, sempre un campo di detenzione “ufficiale,” due ragazze minorenni di origine somala hanno provato a togliersi la vita dopo aver subito continui stupri da parte degli agenti del governo libico che gestiscono il campo, in cui sono internate. Nonostante Msf dopo averle curate in ospedale a Tripoli ne avesse chiesto il rilascio, sono state di nuovo rinchiuse nello stesso lager. L’inviato dell’Alto commissariato per i rifugiati nel Mediterraneo Centrale ha dichiarato che “La maggior parte delle donne rifugiate evacuate dai centri di detenzione dove erano state trattenute per più di 9 mesi avevano figli o erano incinte a causa degli stupri da parte delle guardie.”

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