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Che cosa prevede la nuova legge anti-rifugiati nel Regno Unito

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L’introduzione dell’illecito penale per chi entra nel paese “illegalmente” e maggiori poteri per le guardie di frontiera: il Regno Unito post-Brexit chiude i propri confini con una legge apertamente xenofoba

La ministra dell’Interno britannica Priti Patel ha presentato ieri al parlamento britannico il “Nationality and Borders Bill,” la riforma della cittadinanza e del diritto d’asilo nel Regno Unito post-Brexit. I contenuti della legge erano già stati anticipati e discussi da tempo, ma solo ora è possibile conoscere il testo nel dettaglio — in attesa che venga calendarizzata la seconda lettura, quando il percorso parlamentare della legge entrerà nel vivo. Come previsto, si tratta di un deciso inasprimento della repressione per chi cerca di raggiungere il paese “illegalmente.” Lo stesso ingresso entro i confini britannici per chi non ha i documenti diventa un reato punito dai sei mesi ai quattro anni di prigione. Tra le altre cose, la proposta di legge prevede:

  • Il carcere a vita per chi viene condannato per “traffico di esseri umani”;
  • Maggiori poteri per le guardie di frontiera, che potranno bloccare i migranti direttamente in mare e forzare i respingimenti;
  • Il rimpatrio per chi arriva nel Regno Unito dopo essere passato attraverso un “paese sicuro” e uno status di protezione “inferiore” per chi entra illegalmente nel paese ma non può essere rimpatriato;
  • L’utilizzo di “metodi scientifici” per accertare l’età dei richiedenti asilo, per evitare che le persone si dichiarino “falsamente minorenni.”

In più, il governo avrà la possibilità di bloccare i visti dai paesi che si rifiutano di accogliere le persone rimpatriate. 

Secondo le analisi dello stesso ministero dell’Interno, le nuove regole escluderebbero dalla protezione circa 9.000 persone che potrebbero vedersi riconosciuto lo status di rifugiati con le regole attuali. Per questo, secondo le associazioni per i diritti umani, si tratta di una legge dichiaratamente anti-rifugiati: Amnesty International ha parlato senza mezzi termini di “vandalismo legislativo.” 

La legge arriva in un momento di grande tensione politica attorno al tema delle migrazioni: nei primi sei mesi dell’anno, quasi 6.000 persone hanno raggiunto il Regno Unito attraversando il canale della Manica, con un aumento che la destra nazionalista britannica è intenzionata a bloccare.

Di conseguenza, il governo ha intensificato al massimo la retorica che sfuma i confini tra migrazione e criminalità: la ministra Patel aggiorna i propri follower su Twitter ogni cento “criminali stranieri deportati,” spiegando che si tratta di “stupratori, assassini, rapitori e pedofili.”

Oltre a introdurre vere e proprie discriminazioni tra i richiedenti asilo, la riforma permetterà anche al governo di deportare i rifugiati mentre le loro domande sono ancora in fase di valutazione — una misura che per essere messa in pratica avrà bisogno di essere accompagnata da nuovi accordi internazionali, che per ora non esistono ancora. Lo scopo, evidentemente, è quello di realizzare centri di detenzione per richiedenti asilo all’estero, dove saranno inevitabilmente più esposti a ulteriori infrazioni dei loro diritti umani.

Secondo Michelle Pace, associata di Chatham House raggiunta dal New York Times, i piani presentati nel Nationality and Borders Bill “non possono essere implementati da un punto di vista puramente legale,” perché infrangono la Convenzione di Ginevra del 1951. Una dichiarazione che però potrebbe invecchiare male, perché i paesi europei in questi anni hanno infranto sistematicamente la legge internazionale per soffocare i flussi di migranti, incontrando ostacoli solo molto raramente. 

È quello che è successo, proprio questa settimana, al governo di Johnson e Patel, che dovrà riportare nel Regno Unito un richiedente asilo sudanese, che era stato deportato in Francia meno di 14 giorni dopo aver raggiunto l’isola su una piccola imbarcazione. La corte ha riconosciuto che l’uomo era stato sottoposto a condizioni di “moderna schiavitù” e torturato in Libia, dopo essere stato costretto a lasciare il Sudan perché perseguitato. 

L’uomo ha denunciato le autorità britanniche, rivelando che il ministero dell’Interno avesse una “policy segreta” per cui le autorità non ponevano, nei propri interrogatori, le domande emesse dai loro stessi uffici per individuare le persone che sono state vittima di schiavitù. Senza fare il proprio dovere, i funzionari ne hanno approvato la deportazione in Francia, dove l’uomo si è trovato, ovviamente, senza dimora e senza sostegni.

In Unione europea le cose non vanno tanto meglio

La riforma presentata da Patel coinvolge direttamente i paesi confinanti — in primis la Francia, con cui il governo di Londra dovrà trovare un accordo per i rimpatri “a caldo” — ma l’Unione europea non ha battuto ciglio. D’altra parte, nel blocco comunitario non va tanto meglio: la Danimarca ha approvato di recente una legge analoga che permette di processare le richieste d’asilo in centri di detenzione al di fuori del territorio europeo.

In Italia invece il Parlamento sta per iniziare la discussione sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, che prevede anche — alle schede 47 e 48 — la collaborazione con i guardacoste libici, con un fabbisogno di 10 milioni e mezzo di euro nel 2021 — mezzo milione in più rispetto all’anno scorso. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, che riunisce numerose ong e associazioni del terzo settore — tra le altre: Arci, Amnesty International, MSF e Oxfam — ha inviato una lettera aperta a Draghi per chiedere di interrompere questi finanziamenti: oggi le motivazioni saranno illustrate in una conferenza stampa prevista per le 15 al Senato.

Non sembra però che, nell’arco politico della maggioranza, qualcuno sia intenzionato a metterli in discussione — nemmeno dopo il video della tentata strage in mare da parte di una motovedetta libica (donata dall’Italia) ai danni di un’imbarcazione di migranti. Eppure la situazione in Libia è ben nota a tutti: come spiega Nancy Porsia in un lungo approfondimento per Valigia Blu, anche i centri di detenzione “ufficiali,” gestiti dal governo libico, sono sovraffollati all’inverosimile e attraversati da violenze quotidiane. Intanto, il futuro del paese — che dovrebbe andare a elezioni entro la fine di dicembre per lasciarsi alle spalle la guerra civile — è ancora avvolto nell’incertezza.

Intanto, con 572 naufraghi a bordo, la nave Ocean Viking è ancora in attesa di un porto sicuro: “Entro un paio di giorni,” ha scritto su Twitter l’ong, “le razioni di cibo preconfezionate saranno esaurite.” Due giorni fa, al largo del porto tunisino di Sfax, sono stati trovati altri 21 cadaveri: erano a bordo, probabilmente, di un’imbarcazione affondata tra il 2 e il 4 luglio.

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