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In Italia ci sono 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, ma il nemico sono i sussidi

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Draghi e Mattarella applaudono durante le celebrazioni per la Festa della Repubblica. Foto: Presidenza del Consiglio dei Ministri

Secondo i nuovi dati Istat, c’è un milione in più di persone che vive in condizioni di povertà rispetto al 2019. Eppure, nonostante l’Italia sia un paese ricco, membro del G7, la destra continua a voler tagliare i sussidi

La povertà assoluta in Italia riguarda poco più di 2 milioni di famiglie e 5,6 milioni di individui — rispettivamente il 7,7% e il 9,4% del totale — in aumento di un milione rispetto al 2019, quando era stato registrato un miglioramento: è il livello più elevato dall’anno in cui sono iniziate le serie storiche, il 2005. A certificarlo sono i nuovi dati dell’Istat diffusi ieri, che testimoniano l’impatto disastroso della pandemia sui redditi delle fasce di popolazione più vulnerabili. Se si considera invece la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni, in lieve diminuzione dal 2019 (10,1% del totale).

Ovviamente la povertà non colpisce tutti allo stesso modo: l’incidenza è nettamente superiore tra gli stranieri — 29,3% contro 7,5% dei cittadini italiani — oltre che tra le famiglie con un maggior numero di componenti e tra le famiglie monogenitoriali, che registrano il peggioramento più marcato dal 2019. A dimostrazione che l’Italia è un paese fondato sul welfare “informale” delle persone più anziane e ostile al lavoro giovanile, la povertà familiare diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento: riguarda il 10,3% delle famiglie con una persona di riferimento tra i 18 e i 34, il 5,3% di quelle con una persona di riferimento oltre i 64 anni. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 767 mila: in totale, 1 milione e 337 mila minori, il 13,5% del totale.

Ci sono grandi differenze anche a livello geografico — l’incidenza è più alta al Sud, ma la crescita più ampia è stata registrata al Nord (+1,8%) — e in base al livello di istruzione e alla condizione professionale: l’incidenza è all’11,1% tra le famiglie con una persona di riferimento che ha al massimo la licenza elementare, al 4,4% se ha un diploma. Tra chi lavora, l’incidenza maggiore riguarda chi si trova nella condizione di operaio o assimilato: il 13,2%, in aumento del 3% dal 2019.

In questo quadro disastroso, l’unica nota positiva è la diminuzione dell’intensità della povertà assoluta — cioè, detto brutalmente, “quanto poveri sono i poveri” — che si registra in tutte le ripartizioni geografiche: dal 20,3% al 18,7%. L’Istat riconosce apertamente che tale dinamica “è frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni, ecc.) che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà.”

Eppure, i sussidi a sostegno delle famiglie e dei cittadini più poveri — che sono stati insufficienti a evitare un forte aumento della povertà, ma che almeno hanno tamponato la sua intensità — sono da giorni sotto attacco costante di una campagna di stampa montata ad arte sulla “mancanza di lavoratori stagionali” nel turismo e nella ristorazione, che ignora sistematicamente il problema dei bassi salari, della precarietà dei contratti e dell’irregolarità diffusa in questi settori.

Mentre la lotta alla povertà dovrebbe essere in cima all’agenda politica, in un paese che già prima della pandemia si trovava al terzo posto in Europa per percentuale di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, gli attacchi al Reddito di Cittadinanza rischiano di fare breccia nel governo. Pochi giorni fa è stato presentato un emendamento al decreto Sostegni bis — fortunatamente bocciato — che prevedeva l’obbligo di accettare lavori stagionali per i percettori del RdC. Commentando i dati Istat, la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra (Leu) ha detto che, al contrario, il sussidio andrebbe rafforzato, correggendo il peso che attribuisce alla presenza di minori nel nucleo familiare ed estendendolo anche ai cittadini stranieri, eliminando il vincolo dei dieci anni di residenza. Il ministro Orlando, più genericamente, ha detto che alla misura servono dei “correttivi.”

Con l’arrivo del capitale da investire del Pnrr, la necessità di dare sollievo a milioni di persone che vivono in condizioni difficilissime dovrebbe essere prioritaria. Al contrario, invece Mario Draghi ha nominato un “Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica” per valutare l’impatto degli investimenti, composto da 5 economisti: tutti e 5 — Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro — sono su posizioni di liberismo oltranzista. La nomina smentisce sia chi si aspettava — su chissà quali basi — una conversione di Draghi al keynesismo e a forme di economia più umana, sia chi si lamentava del governo Conte 2 per l’eccessivo potere assegnato ai tecnici nei progetti di gestione delle risorse del Pnrr.

La linea di Draghi in realtà avrebbe già dovuto essere evidente — tra le altre cose — fin dallo stralcio di qualsiasi proposta di salario minimo dal Pnrr. Ma come riportavamo qualche giorno fa, l’Italia ha un problema non solo con il salario minimo — anche con il salario medio: nel corso degli ultimi quindici anni nel nostro paese sono scesi, rispetto alla media degli altri paesi Ue, anche i salari medi. Secondo dati dell’International Labour Organization, tra il 2000 e il 2017 gli stipendi reali in Italia sono diminuiti dello 0,5% — mentre, ad esempio, in Francia sono aumentati dello 0,7% e in Germania dell’1%.

— Leggi anche: Parlare di aumentare i salari in Italia è ancora un tabù

Dopo questa carrellata di dati sconsolanti, è importante ricordare comunque che l’Italia è sotto moltissimi punti di vista un’economia ricca: l’ottava a livello mondiale — e infatti ha partecipato come di consueto al G7 — davanti per prodotto interno lordo a paesi come Brasile, Australia, Russia. Affrontare il problema della povertà in un paese come il nostro, che ha un Pil di 2 mila miliardi di dollari, significa anche porsi una domanda: dove si fermano tutti questi soldi?

— Leggi anche: La tassa di successione proposta da Letta è il minimo per un paese civile

 

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