La tassa sulla successione proposta da Letta è il minimo per un paese civile

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in copertina, foto di Enrico Letta, via Facebook

In Italia crescono le disuguaglianze, mentre i conti in banca dei più ricchi sono difesi da tutta la destra: oltre alle successioni, è necessario parlare anche di salario minimo e patrimoniale — ma l’argomento è tabù

In un’intervista concessa a Massimo Gramellini e pubblicata sul settimanale 7 del Corriere della Sera, in edicola oggi, il segretario del Pd Enrico Letta illustra una proposta politica che si potrebbe definire di sinistra: una “dote” di 10 mila euro da concedere ai diciottenni — la “generazione Covid,” secondo Letta — sulla base dell’Isee, da spendere per motivi specifici: formazione e istruzione, lavoro e imprenditoria, casa e alloggio. La misura non dovrebbe essere finanziata a debito, ma rivedendo in senso progressivo la tassazione sulle successioni e sulle donazioni sopra i patrimoni da 1 milione di euro, portando al 20% l’aliquota massima, per le eredità e le donazioni oltre i 5 milioni di euro.

Una delle card pubblicate dal Pd su Twitter per spiegare la proposta

Secondo Letta, la “dote” per i diciottenni avrebbe l’obiettivo di fornire un supporto economico alla generazione più precaria al momento dell’ingresso all’università o nel mondo del lavoro, e farla pagare all’1% più ricco della popolazione servirebbe, timidamente, a ridurre le disuguaglianze. Ma parlare di tasse sui grandi patrimoni, in Italia, è un tabù: la proposta di Letta ha sollevato il solito fuoco di sbarramento da tutto l’arco politico, dalla Lega a Forza Italia, passando ovviamente per Italia Viva — secondo Luciano Nobili la proposta è “di cattivo gusto” — e Calenda. Anche il presidente del consiglio Draghi, durante la conferenza stampa di presentazione del decreto Sostegni bis, ha bocciato la proposta, ripetendo il ritornello secondo cui “è il momento di dare soldi ai cittadini, non prenderli.”

Completamente isolato — e poco compatto anche al proprio interno — è molto difficile che il Pd possa portare avanti la proposta. E infatti dal Nazareno si sono affrettati a chiarire che la proposta riguarda “la prossima legislatura.” Come per lo ius soli o la proposta di estendere il diritto di voto ai sedicenni, lanciata da Letta all’inizio della propria segreteria, il Pd cerca sporadicamente di introdurre nel dibattito alcune idee politiche di sinistra, ma le abbandona subito, per la necessità o la comodità di scendere a continui compromessi con la destra.

Se per gran parte della politica italiana parlare di tasse di successione o di patrimoniale equivale a evocare lo spettro dell’Unione sovietica, basta un rapido confronto con il resto d’Europa per capire che la proposta di Letta è tutt’altro che fuori dal mondo: eliminata da Berlusconi nel 2001 e reintrodotta da Prodi nel 2006, la tassa su eredità e donazioni oggi prevede un’aliquota del 4%, con una franchigia da 1 milione di euro, se l’erede è il coniuge o un parente in linea retta. L’aliquota sale fino all’8% in altri casi. In Francia l’aliquota arriva fino al 45% e la franchigia è di soli 100 mila euro, in Germania fino al 30% con franchigia non oltre i 500 mila, in Regno Unito fino al 40%, in Spagna fino al 34%. Non stupisce, quindi, che l’Italia incassi dalle tasse di successione solo circa 800 milioni, contro i 6 miliardi del Regno Unito e i 14 miliardi della Francia.

Pochi giorni fa, gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti — non proprio di orientamento marxista — hanno detto senza mezzi termini che l’Italia è un paradiso fiscale per le successioni: “È ipocrita continuare a lamentare le crescenti disuguaglianze di opportunità senza affrontare il nodo della imposta di successione.” Secondo alcuni studi, chi parte nel 10% più povero della popolazione ha una probabilità bassissima — del 4% — di arrivare ai redditi del 10% più ricco nell’arco di una generazione.

Su the Submarine abbiamo spesso riportato come la pandemia abbia accentuato le disuguaglianze in tutto il mondo e in Italia. MA sia il governo Conte che quello attuale non sembra che si siano dati la lotta diretta alle disuguaglianze come priorità, sperando — in pieno ossequio all’ideologia liberista — che dando più soldi alle imprese un po’ del denaro prodotto grondi sulla testa dei poveri. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto “Sostegni bis” che contiene altri 40 miliardi di aiuti all’economia. Secondo Draghi, che ha presentato la misura con un una conferenza stampa, sarebbe un decreto “in parte diverso dai precedenti, perché guarda al futuro” — anche se nel futuro ci sono soprattutto contributi a fondo perduto per le imprese, a cui andranno 17 miliardi più 9 di aiuti per il credito e la liquidità, mentre ai lavoratori “e alle fasce sociali in difficoltà” andranno 4 miliardi per l’introduzione del contratto di rioccupazione e con il bonus assunzione. Non è difficile notare che i contributi per le imprese sono sei volte più corposi rispetto a quelli per i lavoratori dipendenti.

La critica più costruttiva che si potrebbe avanzare alla proposta di Letta, anziché gli strepiti della destra, è semplicemente che non è abbastanza ambiziosa e radicale. Come fa notare Marta Fana, “non puoi liquidare 3 generazioni tenute in povertà con 10k euro, una volta, così per toglierteli dai piedi e dire pure che sei stato pio e generoso.” L’idea di Letta è in sostanza quello di staccare un assegno alle persone una volta nella vita, ma non si preoccupa di quello che succede dopo. Problemi come il diritto alla casa, inaccessibile dalla maggior parte dei giovani e di certo non risolvibile con le politiche attualmente in programma o con assegni di diecimila euro, e il basso livello dei salari italiani rispetto a quelli europei non sembrano essere compresi nella proposta e nello sguardo d’insieme del Pd.

Insomma, è necessario affrontare le disuguaglianze in modo sistemico e sistematico: magari cominciando con un’imposta sulla successione — che sarebbe il minimo per portare il paese a livello dei vicini europei — ma anche pensando a una riforma fiscale di ampio respiro, che includa una tassa patrimoniale come quella rilanciata nei mesi scorsi da Nicola Fratoianni. L’Italia ha un risparmio privato altissimo, e questo risparmio è diviso in modo ampiamente disuguale tra la popolazione. E non può che passare per l’approvazione di una legge sul salario minimo — anche qui, l’Italia è tra i fanalini di coda dell’Europa: ma il governo ha troncato qualsiasi discussione in proposito, stralciando le timide aperture inserite nelle bozze del Pnrr dalla versione definitiva.

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