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L’esperienza di Crema con i medici cubani può aiutarci a elaborare un modello di sanità differente

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in copertina, Stefania Bonaldi con un gruppo di medici della Brigata Henry Reeve, alla conclusione della propria missione a Crema. Foto via Facebook

“Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata”

Stefania Bonaldi, classe 1970, è stata eletta sindaca di Crema per il Pd nel 2017. L’anno scorso si è trovata a gestire la pandemia nel suo comune, 35 mila abitanti ad appena 25 km da Codogno. Sono le sue parole ad avermi portata nel suo ufficio in municipio, davanti al Duomo cittadino del Trecento: quelle scritte in una lettera di protesta indirizzata a Mario Draghi, qualche giorno dopo il controverso voto dell’Italia per la risoluzione sui blocchi coercitivi unilaterali al consiglio dei Diritti Umani dell’ONU. Lo scorso marzo l’Italia infatti ha votato contro la sospensione di sanzioni economiche verso alcuni paesi, tra cui Cuba. Quella delle sanzioni a Cuba è una questione sta particolarmente a cuore a Bonaldi — e sta a cuore a tutta la città di Crema. Allo scoppio della prima ondata pandemica lo scorso marzo è arrivata a Crema per portare aiuto la brigata Henry Reeve, formata da 52 medici e sanitari Cubani. La città è stata aiutata in modo decisivo da un contingente sanitario fornito dal governo cubano — e l’amministrazione si è molto risentita dell’ennesimo attacco internazionale contro il governo dell’Avana. 

A marzo 2020 la situazione a Crema “si palesa quasi immediatamente” come gravissima, ci racconta Bonaldi. Il primo caso di Coronavirus in Italia viene diagnosticato nella vicina Codogno durante la notte tra giovedì 18 e venerdì 19 febbraio 2020. Il giorno dopo, la mattina di venerdì, iniziano ad apparire i primi casi anche al pronto soccorso di Crema e la città si trova a fare i conti con l’emergenza “in presa diretta.” In poco tempo la situazione precipita. All’ospedale di Crema fanno riferimento i circa 180 mila abitanti dei dintorni, “vengono immediatamente chiusi reparti su reparti, e trasformati in reparti Covid.”

Stefania Bonaldi, foto: Matilde Moro

Per contestualizzare la tragica impreparazione delle autorità italiane: “Il 27 febbraio,” una settimana dopo, “a Milano si facevano ancora gli aperitivi e si diceva che il Covid non avrebbe fermato Milano.” Verso metà marzo la situazione, nonostante siano stati riconvertiti a Covid la maggior parte dei reparti, a Crema resta critica: “Probabilmente la strategia che non è mai stata palesata, ma che posso comprendere, della regione, era quella di salvare il più possibile il capoluogo.” Non era difficile immaginare che una volta raggiunta Milano, i contagi sarebbero aumentati esponenzialmente. Di conseguenza si cerca di concentrare l’azione sugli ospedali periferici. 

A questo punto, in una situazione di difficoltà che non accenna a migliorare, “si inizia a chiedere aiuto”: prima alla regione e poi, attraverso il ministro della difesa Guerini, “rispetto alla possibilità di aumentare il personale o costruire ospedali da campo.” Il ministero interviene come può, con la costruzione di una struttura da campo. Tuttavia non è disponibile ulteriore personale. Avviene di conseguenza una triangolazione con la regione e il ministero della Salute: “Il ministro Speranza, su indicazione dell’associazione Italia-Cuba, viene a conoscenza di questa disponibilità dei sanitari cubani a fare azioni di solidarietà anche a livello internazionale e decide di contattarli.” Anche in questo caso si tratta di un esempio che è parte di un’azione più ampia: in quel periodo Speranza prende contatti con enti sanitari internazionali su più fronti. È in quel momento che arriva anche un gruppo di medici cinesi a Bergamo. 

I medici cubani si presentano a Crema “in un clima surreale”: è il momento del lockdown più duro, le città sono deserte e non c’è quindi la possibilità di organizzare alcun tipo di accoglienza. La brigata viene accompagnata in città dalla protezione civile. Bonaldi descrive la scena del loro arrivo nella lettera a Draghi: “I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi.” A quel punto è la comunità locale a intervenire: donando abiti nuovi, dimostrando un grande senso di solidarietà e ospitalità. L’alloggio viene fornito in parte da una struttura della diocesi con un pagamento alberghiero calmierato, e in parte dall’albergo Rialto. Alcuni dei sanitari vengono impiegati nell’ospedale da campo e altri integrati nel personale dell’ospedale. 

“Abbiamo subito capito,” spiega Bonaldi, “che l’approccio alla malattia era un approccio diverso rispetto a quello iper-ospedalizzato” caratteristico della sanità italiana e in particolare di quella lombarda: “La sanità cubana,” al contrario, “è una sanità che si vanta – e si vanta meritatamente – di essere squisitamente territoriale, impostata sulla base di un umanesimo culturale che è intrinseco nel loro modi di guardare la società, il mondo, le persone.”  La medicina e la cura del paziente a Cuba si praticano generalmente casa per casa. Questa profonda differenza comporta all’inizio qualche difficoltà di adattamento.

Si tratta di due sistemi opposti di riferirsi alla cura. Davanti a casi come questo è sicuramente complesso definire quale sia la migliore strategia, ma qualcosa possono dircelo i numeri. Considerata una popolazione quasi pari — circa 10 milioni di abitanti in Lombardia e circa 11 a Cuba — i numeri dei decessi presentano una sproporzione difficile da ignorare: le morti causate dal Covid in Lombardia sono ad oggi più di 33 mila, a Cuba hanno solo da poco superato il migliaio. È certamente vero che la Lombardia è stata una delle prime zone colpite, con tutte le maggiori problematiche che questo comporta, eppure “i numeri ci danno anche altre chiavi di lettura.” 

Varrebbe la pena, secondo Bonaldi, analizzarli accuratamente e poi mettere in discussione il nostro sistema sanitario, “non per fare processi a nessuno,” ma per renderlo più solido, giusto ed efficace per il futuro. In questo contesto la Lombardia in particolare offre un caso di studio interessante: “nella prima fase ci si è molto concentrati sull’assistenza ospedaliera.” Non si tratta solo di un fatto circostanziale, ma di una problematica consolidata nel tempo: “Si veniva da una storia degli ultimi 20 anni in questa regione nella quale il potenziamento della sanità è avvenuto attraverso il potenziamento della rete ospedaliera, per altro con un forte potenziamento della rete ospedaliera privata.” Il pronto soccorso è sempre presente nelle strutture pubbliche, ma non sempre in quelle private, il che ha prodotto nella regione un importante sovraffollamento, soprattutto all’inizio della pandemia. 

“Non c’è stato invece un coinvolgimento della rete territoriale,” spiega Bonaldi, “che da noi è costituita dai medici di base.” Anche in questo caso il fatto non dovrebbe sorprendere: quella costituita dai medici di base e dalla sanità territoriale è una realtà in cui si investe troppo poco da troppo tempo: “Viviamo una condizione particolare per cui i medici di base sono dei liberi professionisti, hanno delle convenzioni con l’ATS, ma non sono dipendenti. E questo, che sembra un tema solo di tipo contrattuale, in realtà ha determinato tutta una serie di lacune.”

I militari italiani dispongono l’Ospedale da campo di Crema, pochi giorni prima dell’arrivo della Brigata Henry Reeve. Foto: Marta Clinco

La mancanza di coordinazione ha prodotto un meccanismo per cui i medici di base si aspettavano aiuto dagli enti regionali – soprattutto per quanto riguarda gli aspetti più concreti della prima gestione pandemica come il reperimento di d.p.i. – mentre la regione sperava che i medici, in quanto tecnicamente liberi professionisti, sarebbero stati fondamentalmente autonomi. “La medicina territoriale,” sottolinea la sindaca, “non è stata coinvolta, ma perché non c’è, o è estremamente rarefatta.” Esiste in realtà una legge, la legge 23 di Regione Lombardia, dovuta alla riforma Maroni, che definisce il ruolo delle ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali) come integrativo tra ospedali e sanità territoriale, “il cui principio non è però mai stato applicato.” 

L’arrivo dei medici cubani in un contesto come quello descritto ha inevitabilmente portato a una messa in discussione del sistema: la medicina a Cuba è “una medicina che si fa casa per casa,” in cui “il rapporto medico-cittadino molto più ristretto,” e dove c’è una vera e propria “cultura dell’attenzione legata alla persona nel suo contesto di vita, una dimensione che noi abbiamo visto fortemente depauperata.” A Crema nei durissimi mesi dello scorso anno si è toccata con mano una maniera di curare e di prendersi cura completamente diversa: “Io credo che questo ci debba umilmente far ripensare prima di tutto al fatto che la sanità debba essere pubblica, o almeno debba esserlo nella sua maggior parte.” Se è evidente che il privato che lavora in sanità debba avere dei profitti, “è altrettanto evidente che un diritto come quello alla salute non possa essere dispensato in base al censo e non possa essere fruito in modo iniquo: il diritto alla salute è un diritto costituzionalmente garantito e deve essere uguale per tutti.” 

La pandemia, nota Bonaldi, ha “messo in luce una fortissima disparità di trattamento,” che non dovrebbe essere accettabile: “Una situazione pandemica esige un intervento uniforme,” ma non dobbiamo fermarci a questo. “Anche in una situazione normale la sanità dev’essere un diritto esattamente fruibile e garantito ovunque nello stesso modo; questo non è avvenuto e credo che debba essere un elemento importante da valutare per il nostro paese per il futuro.” 

— Leggi anche: Un anno di conflitto tra pandemia e salute

Per quanto riguarda la lettera spedita a Draghi, la sindaca si dice contenta del riscontro avuto, soprattutto a livello internazionale. Dalle forze della sinistra del nostro paese, purtroppo, non arrivano invece forti segnali di sostegno. Qualcuno è persino scontento della sua posizione, che viene percepita come eccessivamente schierata. C’è indubbiamente la necessità di riaprire un dibattito sia sul tema della sanità che su molte altre questioni sociali, ma dovrebbe nascere da “un’impostazione politica diversa”: “Non bisogna farne una questione ideologica, ma politica sì.” Allo stesso modo per la sindaca è una questione di principio e di giustizia riconoscere i figli delle coppie omosessuali e rilasciare la Carta d’Identità ai richiedenti asilo. Per queste scelte e battaglie è stata spesso criticata, ma, da giurista, lei risponde che “la cartina tornasole è la Costituzione.”

La città di Crema intitolerà il piazzale dove era sorto l’ospedale da campo alla brigata Henry Reeve. Cuba nel frattempo ha sviluppato internamente quattro diversi vaccini, con una ricerca pubblicamente finanziata. Verana2 è all’ultima fase di sperimentazione e la somministrazione è già cominciata. È notevole “che un paese soggetto a un embargo economico da sessant’anni riesca a investire in questo modo sui propri ricercatori e punti a cominciare una campagna vaccinale con un proprio vaccino,” e a distribuirlo anche – come già annunciato – in tutto il Sudamerica. Questo tipo di atteggiamento e di concezione della sanità denota un’attenzione umanitaria che Bonaldi definisce “encomiabile,” in antitesi a un modello sempre più privatizzato e inevitabilmente guidato dalla necessità di produrre profitto, troppo spesso a discapito delle fasce più povere della popolazione o delle minoranze.

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