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È ora di smetterla con le lamentele sui “giovani che non vogliono lavorare”

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foto: Florian Plag

Contratti irregolari, turni massacranti, assenza di tutele: se bar, ristoranti e alberghi faticano a trovare lavoratori stagionali, la colpa non è certo del reddito di cittadinanza

Ogni anno, l’arrivo dell’estate è accompagnato dalla solita polemica sulla mancanza di forza lavoro da impiegare nelle attività turistiche. Per la verità, si tratta di una narrazione che trova spazio tutto l’anno tra le pieghe dell’informazione ma solo avvicinandosi all’alta stagione si trasforma in un argomento di dibattito di primo piano. In genere, i primi ad esporsi sono le associazioni datoriali, gli imprenditori del turismo, i sindaci e le figure istituzionali, che si lamentano di non trovare persone disposte a lavorare durante il periodo estivo, alimentando la retorica dell’indolenza giovanile verso i lavori più “faticosi” e della mentalità choosy

Proprio in questi giorni si sta riaprendo la consueta querelle, tra dichiarazioni polemiche e tafferugli nei talk-show. Quest’anno l’argomento suscita più interesse rispetto al solito, perché non riguarda solo la stagione estiva: con l’Italia in zona gialla da più di un mese, i ristoranti hanno riaperto – ora anche al chiuso — e grazie alle certificazioni verdi, al buon andamento delle vaccinazioni e ai dati epidemiologici contenuti è attesa un’estate con importanti flussi turistici. I prossimi mesi potrebbero essere decisivi per il rilancio di un settore che solo in Italia vale oltre 90 miliardi di euro l’anno, circa il 6% del Pil – 13% se si considerano tutte le altre attività dell’indotto, anche quelle che producono beni e servizi non relativi esclusivamente al turismo. 

Questa volta, però, il comparto deve fare i conti con più di un anno di pandemia che ha alterato gli equilibri del mercato del lavoro. I numeri sono eloquenti: in questi mesi, secondo la FIPE, sono andati persi 150 mila lavoratori dei pubblici esercizi (bar, ristoranti). Federalberghi parla di una perdita di 200 mila posizioni di lavoro stagionale e 150 mila a tempo indeterminato: -37,3% per l’occupazione dipendente negli alberghi italiani, con punte del 45,5% per il lavoro a tempo determinato. Repubblica scrive di “percentuali allarmanti quantificate tra il 50 e il 75%” in meno di lavoratori stagionali – senza però citare alcuna fonte.

Si tratta di una conseguenza diretta delle restrizioni anti-Covid: come ha spiegato anche il direttore generale della FIPE, Roberto Calugi, a causa del blocco delle attività turistiche migliaia di professionisti hanno deciso di cambiare lavoro e interrompere i contratti. Il calo di personale c’è, è rilevante, e davvero molte attività rischiano di non riaprire — impossibile negarlo. Sarebbe però riduttivo spiegare la mancanza di lavoratori del turismo dando la colpa solo alla pandemia. Una teoria molto popolare è quella che dà la colpa del calo di manodopera al reddito di cittadinanza. Secondo questa tesi i giovani preferirebbero tenersi stretto il sussidio piuttosto che passare la stagione estiva a lavorare. In questo caso, più che una spiegazione logica e consequenziale, sembra un pregiudizio dei datori di lavoro nei confronti di chi percepisce il reddito. 

Di certo, presa singolarmente, non è una motivazione abbastanza solida da giustificare la mancanza di personale — dato che l’importo medio del RdC è di 559 euro mensili. I sindacati hanno da sempre presentato un’altra versione dei fatti: il lavoro offerto dal settore turistico non è attrattivo perché è precario e dedito allo sfruttamento — non perché i giovani preferiscono i sussidi. “I lavoratori stagionali sono sfruttati al di là di ogni limite, non hanno nessuna rappresentanza,” ha spiegato a Today Giovanni Cafagna, Presidente dell’Associazione Nazionale Lavoratori Stagionali (ANLS). Le storie del lavoro stagionale sono ben documentate. Si parla di turni massacranti, lavoro nero e sottopagato. Proprio in questi giorni, la Filcams Cgil  ha raccolto una manciata di testimonianze significative. C’è Andrea, barista di Napoli, che racconta: 

“Il mio lavoro era molto intenso, tra viaggiatori, turisti, pendolari che passavano per la stazione centrale, facevo dai mille ai 2mila caffè al giorno. Da ottobre sono a casa, aspetto la Fis (fondo di integrazione salariale, ndr), combatto.”

Gli fanno eco le parole di Giorgia, cuoca di 20 anni a Brindisi, che a Repubblica ha raccontato: “Lavoravo dalle 10 alle 12 ore al giorno per 700 euro al mese. Dal 16 giugno sino al 31 agosto senza neanche un giorno di riposo. Non mi sono mai fermata. Ho guadagnato circa 2 euro l’ora.” Ancora: un cameriere stagionale con un contratto part time ha spiegato che, sebbene sulla carta avrebbe dovuto lavorare 6 ore al giorno, “in realtà lavoravo il doppio e a fine mese non vedevo un centesimo in più sulla busta paga così che gli straordinari diventavano una cosa ordinaria. Per di più, a fine giornata, non potevo mettermi in tasca neppure le mance,” perché il datore di lavoro le pretendeva indietro. 

Leggi anche: Il blocco dei licenziamenti ha funzionato? 

Che il settore turistico abbia un problema di lavoro irregolare lo dimostrano anche i dati. L’ultimo report dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro presenta l’attività di vigilanza effettuata nel 2020. Il settore “attività servizi alloggio e ristorazione” risulta quello con la più alta percentuale di irregolarità (73%), con quasi 7 mila ispezioni irregolari su più di 9 mila effettuate. Lo stesso comparto detiene il più alto numero di lavoratori in nero accertati, 4830 lavoratori, quasi il doppio del settore costruzioni (2649), che segue al secondo posto nella classifica. Il settore “attività servizi alloggio e ristorazione” arriva invece secondo (1281 lavoratori) per numero di irregolarità riscontrate negli orari di lavoro, dietro solo alle attività manifatturiere (1364).

Infine, ma non meno importante, l’emorragia di lavoratori stagionali pare essere dovuta anche a scelte prese a livello politico. Già nel 2017, il più autorevole portale di settore dedicato ai titolari di stabilimenti balneari, Mondo Balneare, spiegava come la diffusa carenza di personale fosse in parte dovuta alla riduzione dell’indennità di disoccupazione. Infatti, con l’introduzione della nuova indennità di disoccupazione NASpI, in vigore da maggio 2015, i lavoratori stagionali che hanno lavorato 6 mesi all’anno non possono più percepire altrettanti mesi di prestazione di disoccupazione – come accadeva in passato – ma solo 3. 

La narrazione svilente dei giovani attaccati al divano o ai sussidi viene dunque contraddetta dalle loro storie, dai dati ufficiali e dall’impatto di precise scelte politiche. Se neanche il dramma della pandemia è riuscito ad allentare questa polemica sempreverde, è facile constatare – come accaduto per il passo indietro del Ministro Orlando sul blocco dei licenziamenti – che la volontà politica di riformare il lavoro precario rimane ad oggi non pervenuta: l’estate del rilancio non coinciderà con un rilancio dei diritti.

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