“Quei morti sono una conseguenza degli accordi con la Libia”

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Foto: Oscar Camps

“In questi sei anni si è cercato di annullare queste persone, di togliere loro ogni personalità. Per convertirle in «migranti», «irregolari», «invasori»,” ha detto il fondatore di Open Arms al manifesto

Mario Draghi, lo stesso che faceva i complimenti alla Libia per l’ottimo lavoro svolto, ha definito inaccettabili le foto dei bambini morti sulla spiaggia di Zwara diffuse dal fondatore di Open Arms, Oscar Camps. “Sul tema dell’immigrazione il nostro atteggiamento deve essere efficace ma soprattutto umano,” ha detto il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa al termine del Consiglio europeo, senza spiegare cosa si intende per “efficace.” Per Draghi le migrazioni restano innanzitutto “un problema,” che peraltro non è stato neanche affrontato nel corso del Consiglio: sarà calendarizzato per il prossimo, ma anche per allora sarà difficile trovare un accordo con gli altri stati: lo fa intendere Emmanuel Macron — che ieri con Draghi ha avuto anche un incontro bilaterale. Secondo il presidente francese, sul nuovo pacchetto migratorio “i disaccordi sono ancora troppo profondi.”

Intervistato dal manifesto, Oscar Camps dice chiaramente che quei morti sono “una conseguenza degli accordi con i libici,” siglati dall’Italia nel 2017 e da allora sempre rinnovati. Camps cita la foto di Alan Kurdi, l’altro precedente di una foto scioccante che avrebbe dovuto scuotere le coscienze europee sulla violenza delle frontiere, ma che invece non ha cambiato nulla. “In questi sei anni si è cercato di annullare queste persone, di togliere loro ogni personalità. Per convertirle in «migranti», «irregolari», «invasori». La disumanizzazione fa sì che quelle morti non facciano più male. Oggi è evidente che dopo Alan Kurdi non sarebbe cambiato nulla nel Mediterraneo, che l’inazione dell’Ue e dei paesi costieri sarebbe continuata. Così questi esseri umani sono stati trasformati in carne morta, uccisi prima che affoghino.”

Un’altra morte che non fa più male è quella di Musa Balde, il 23enne guineano che si è tolto la vita all’interno del Cpr di Torino. Ma il suo non è un caso isolato: sempre al Cpr di Torino un ragazzo egiziano sarebbe caduto da un’inferriata mentre protestava contro la detenzione, e secondo le testimonianze è rimasto senza soccorsi per 45 minuti: ora si trova in coma in un ospedale. A Milano, invece, secondo le testimonianze della rete Mai più lager – NO ai Cpr, all’interno del centro di detenzione di via Corelli un ragazzo iracheno che aveva tentato il suicidio ingerendo del detersivo è stato messo in isolamento, dove ha tentato il suicidio di nuovo. “Ci giungono diverse testimonianze di tagli autolesionistici, minacce e tentativi di suicidio, e assunzione di sedativi,” mentre continuano gli scioperi della fame. Per ricordare Musa Balde e chiedere la chiusura di tutti i Cpr, la rete ha convocato una manifestazione venerdì 28 maggio alle 18 in piazza San Babila. Ieri c’è stato un presidio per Musa Balde anche a Imperia.

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