“Con nostro figlio Andrea Rocchelli nel fossato di Sloviansk”

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in copertina e all’interno, foto: Andy Rocchelli, Cesura

Nonostante una sentenza ribaltata per vizi di forma e un discutibile documentario sulla morte del figlio, la famiglia Rocchelli continua a tenere alta la memoria di Andy, fotogiornalista ucciso nel 2014 dall’esercito ucraino nel Donbass

Sette anni fa in Ucraina, nel Donbass, una scheggia di mortaio delle forze armate ucraine raggiungeva il fotogiornalista Andrea Rocchelli, ferendolo a morte mentre documentava le condizioni dei civili bombardati dall’esercito ucraino durante il conflitto. Con lui perse la vita anche Andrej Mironov, mentre rimasero feriti il fotogiornalista William Roguelon e il loro autista. 

Nel 2019 il Tribunale di Pavia, con una sentenza importante, aveva condannato in primo grado a 24 anni di reclusione Vitaly Markiv, volontario italo-ucraino della Guardia nazionale ucraina: il 24 maggio 2014 Markiv aveva partecipato attivamente all’operazione che aveva individuato come target i giornalisti, abbattendo su di loro 30 colpi di mortaio e artiglieria leggera. Per l’accusa, sarebbe stato lui la “sentinella” che segnalò come sospetti il fotoreporter e il suo gruppo vicino a una fabbrica trasformata in deposito di armi dai filorussi, poco prima della pioggia di colpi. Markiv avrebbe dunque contribuito materialmente ad aiutare chi aprì il fuoco. La Corte definì l’attacco non accidentale. Markiv e i suoi avevano “calibrato progressivamente la mira per una ventina di minuti.” 

Andy era nato a Pavia nell’83, da Elisa e Rino, che ci raccontano: “Andrea era uno spirito libero, intransigente con se stesso, aperto agli altri per comprendere il mondo in cui viveva.”

Era di base nel piacentino, dove ha tuttora sede Cesura, il collettivo indipendente di fotografi che aveva contribuito a fondare nel 2008. 

“Andy era partito a febbraio 2014 per documentare gli scontri in piazza Maidan. Era un periodo in cui avevamo davvero pochi mezzi, pochi assignment e quindi pochi soldi. Ma non gli importava. Era riuscito a farsi ospitare da una onlus di Kiev con cui collaborava, che gli ha permesso di lavorare e scattare in quel periodo. Da lì è rimasto diverse settimane, inviando in studio il materiale, e quando è tornato si è subito messo a stampare una fanzine, poi uscita con la nostra casa editrice Cesura Publish, Ucraina Revolution. Andy era così, subito pronto a partire quando era necessario, e poi a tornare e mettere insieme un prodotto editoriale in modo indipendente, senza aspettare la rivista o il giornale di turno. Era sempre pronto a mettersi in gioco, a creare molto da quel poco. Era in grado di capire quali fossero le potenzialità di tutti gli strumenti che avevamo a disposizione e farne il massimo, nonostante tutti i limiti dell’autoproduzione. Abbiamo sempre definito Andy come un firestarter, colonna portante del gruppo che ha sempre spronato tutti quanti — oltre a se stesso — a cercare di perseguire gli obiettivi e affrontare le difficoltà. Era una pietra focaia” racconta Alessandro Sala, tra i soci fondatori del collettivo. 

La sentenza, però, è stata ribaltata in appello. L’anno scorso infatti il processo è giunto in appello a Milano, trascinandosi una variegata folla italo-ucraina a sostegno dell’innocenza di Markiv e l’eco, da Kiev, dell’hashtag #FreeMarkiv. Che il 3 novembre ha esultato: otto testimonianze di militari ucraini, infatti, sono state invalidate in quanto i soggetti non erano stati esplicitamente informati del fatto che avrebbero potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Una circostanza che non riguarda il contenuto delle loro deposizioni ma che, per un vizio di forma, le ha rese nulle: la Corte d’Assise, pur ritenendo colpevoli le forze armate ucraine dell’omicidio di Rocchelli e Mironov, ha assolto dunque Markiv per non aver commesso il fatto. Scarcerato, Markiv ha fatto subito ritorno in Ucraina. “Noi di Cesura ci siamo costituiti parte civile nel processo. Ci interessa principalmente la ricerca della verità e della giustizia per Andy e per Andrej, per questo siamo sempre stati a fianco della famiglia e degli avvocati in questa battaglia. Siamo soddisfatti del lavoro che è stato fatto, nonostante la sentenza dello scorso anno” afferma Alessandro Sala riguardo il processo. La Procura Generale di Milano è comunque pronta a presentare ricorso contro l’assoluzione in secondo grado. 

“Ci spiace vedere tutte le energie del processo di Pavia, anche se solo in parte, vanificate” continua Sala. Per un errore di rito, un vizio di forma, non è stato possibile prendere in considerazione e validare ai fini processuali alcune testimonianze chiave contro Markiv, determinando di fatto la sua assoluzione. “Le motivazioni della sentenza — continua Sala — confermano comunque tutto ciò che c’era sul piano probatorio del processo di Pavia.”

Accanto al dispiacere per una sentenza ribaltata per questioni formali nonostante i fatti rimangano confermati, la famiglia si è ritrovata a fare i conti anche con le tesi di un documentario italo-ucraino autoprodotto, “The Wrong Place” (poi modificato in “Crossfire”) dei giornalisti Cristiano Tinazzi, Danilo Elia, Olga Tokariuk e Ruben Lagattolla, non ancora reso pubblico nella sua versione definitiva. Il documentario — che nonostante il cambio di titolo mantiene la tesi origniaria — è tutto costruito per provare a mettere in discussione la sentenza di primo grado, ridimensionando le accuse a Markiv, chiamando in causa testimoni inediti, ricordando — a partire dal titolo — quanto fosse rischioso per i giornalisti salire sulla collina Karachun. Il documentario, presentato dalla difesa durante il processo come prova a favore dell’innocenza di Markiv, non è stato accettato: “Sostenere che ci sono posti sbagliati per i giornalisti è assurdo, peraltro sconfessato dai fatti. Che Andy sia andato nel posto sbagliato lo si dice anche nel ricorso della difesa di Markiv. Esiste una cosa vergognosa, una lista nera, curata dall’agenzia di sicurezza ucraina, liste di persone che il governo ucraino considera terroristi e Andy è indicato come terrorista e sulla sua foto c’è una croce, ‘eliminato’. Anche per queste ragioni il documentario ‘The wrong place’, il posto sbagliato, rappresenta un altro momento dolorosissimo per la famiglia Rocchelli” commenta l’avvocato dei genitori Alessandra Ballerini, che fornisce assistenza legale anche alla famiglia di Giulio Regeni. 

La tesi del “posto sbagliato” — come afferma Ballerini, un’assurdità in relazione al compito del giornalista — così come quella di un Andy inesperto e impreparato, non convince il giudice e chi Rocchelli lo conosceva bene: “Un fotogiornalista che sta documentando una guerra o un conflitto non è mai nel posto sbagliato nel momento in cui sta documentando ciò che accade, a maggior ragione quando ci sta facendo vedere i bunker di Sloviansk dove i civili si rifugiano. Quella storia non esisterebbe se Andy non l’avesse raccontata. Andy non era per niente inesperto o sprovveduto: è sempre stato a contatto con persone che lo hanno aiutato nel suo percorso e lo hanno accompagnato, tra cui lo stesso Andrej, che non era solo un fixer, ma un amico e collega esperto di quei territori. Andy aveva 8 anni di esperienza in zone difficili e di conflitto, con tutto ciò che questo comportava. Il suo maestro era stato Alex Majoli, che ci ha totalmente cresciuti nei primi anni affidando a noi i suoi insegnamenti e la sua esperienza, quando ancora Cesura non esisteva. Andy sapeva quello che faceva.”

Cesura, il collettivo fondato anche da Andy, inaugura quest’anno la prima edizione dell’Andy Rocchelli Grant, premio fotografico editoriale dedicato all’amico e collega scomparso: “Andy era una fiamma insostituibile, e per fare in modo che i suoi valori come fotografo e come uomo possano continuare ad ardere, abbiamo deciso di istituire un grant in suo nome. Lo scopo è individuare il migliore dummy fotografico inedito e premiare il vincitore con la produzione e la pubblicazione del libro da parte di Cesura Publish, casa editrice del collettivo.” La giuria (composta da David Campany, Tamara Corm, Arianna Arcara, Lucia Rocchelli, Alex Majoli e un altro membro ancora da annunciare) si riunirà a settembre 2021 per selezionare una short list di 15 finalisti. A dicembre 2021 verrà annunciato il libro vincitore.

“Il motivo del grant è dare la possibilità a nuovi talenti o autori di poter stampare un libro con il proprio progetto fotografico, cosa fondamentale per Andy e per Cesura. Cesura Publish esiste per non dover scendere a compromessi con il mercato editoriale o con qualsiasi cliente per pubblicare la tua storia. Vogliamo che la fiammella che Andy ha sempre cercato di far bruciare nel suo lavoro e nel gruppo continui ad ardere, e speriamo ogni anno, a ogni nuova edizione, di continuare questa pratica preziosa. Lo dedichiamo ai libri fotografici, che riteniamo essere l’obiettivo più alto del lavoro di un fotografo, e anche uno dei più complicati da raggiungere. Preferiamo ricevere dummy fisici, ma sono accettati anche PDF sottoforma di libro, anche se non sarà la versione definitiva.”

In ogni caso, ciò che pare chiaro dagli esiti processuali in entrambi i gradi di giudizio è che il posto sbagliato per chi si occupa di informazione non esiste. Sostiene Elisa, la madre di Andy: “Ogni giorno io penso a mio figlio Andrea e sono con lui nel fossato di Sloviansk, mentre i colpi di mortaio si avvicinano fino a colpirlo a morte. Gli anniversari servono anche soprattutto per fare bilanci. Il bilancio di questi sette anni è fatto di luci e di ombre. La verità sulla dinamica fattuale della dinamica nella quale Andrea è stato ucciso è stata raggiunta. Le nostre prime intuizioni – che non si trattasse di un incidente ma di un attacco deliberato e accanito e che che la responsabilità fosse ucraina – sono state confermate. Malgrado il diverso esito in secondo grado, la ricostruzione dell’accaduto non cambia. La responsabilità è attribuita con assoluta nettezza da entrambe le corti alla Guardia nazionale e all’esercito ucraino. A Pavia come a Milano è stato riconosciuto come l’attacco contro civili inermi, per di più fotografi intenti a svolgere il proprio lavoro, si configuri come una violazione dei diritti umani e un crimine contro l’umanità.”

“Questi punti fermi per noi sono stati già un traguardo,” conclude Elisa. “Hanno acquisito un valore che trascende l’assassinio plurimo di Sloviansk: è la difesa della libertà di stampa, il riconoscimento della dignità e necessità del lavoro di giornalisti e fotografi, un impegno a tutelare — proprio nei contesti di crisi, che sono i più difficili da raccontare — la vita di chi per passione, coraggio e con onestà vuole capire e testimoniare. Speriamo che questo processo possa avere un effetto deterrente nei confronti di chi punti le proprie armi contro i giornalisti, contro chi lavora per un’informazione non edulcorata e autentica. Questo è l’unico modo che abbiamo per ricordare nostro figlio, che ha creduto in un’idea alta ed eticamente impegnativa del suo lavoro di testimonianza, con grande sensibilità, fuori dagli schemi ideologici.”

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