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Le stragi negli Stati Uniti sono ricominciate, ma anche questa volta non si farà abbastanza per fermarle

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Il vero problema non sono nemmeno le stragi di massa, ma il centinaio di persone che tutti i giorni muore a colpi d’arma da fuoco: uno stillicidio minimizzato o ridicolizzato da buona parte della politica e dei media statunitensi

La situazione delle sparatorie di massa negli Stati Uniti è di nuovo allarmante: l’attacco di Atlanta, del 16 marzo, sembra aver scatenato un vero e proprio effetto valanga. Nei sei giorni successivi ci sono state altre sei sparatorie: il 17 a Stockton, in California, che per fortuna non ha lasciato nessuno in pericolo di vita; il 18 sono state ferite quattro persone a Gresham, in Oregon; sabato 20 ci sono stati tre episodi di sangue in un giorno: a Houston, Dallas, e Philadelphia; lunedì, come scrivevamo ieri, un uomo ha ucciso dieci persone a Boulder, in Colorado.

Per capire quanto è grave la situazione: i dati più completi sulla mortalità causata da armi da fuoco negli Stati Uniti sono aggregati dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, secondo cui nel 2019 hanno perso la vita per colpi d’arma da fuoco 39.707 persone. Su quest’onda stragista, ieri è intervenuto brevemente Joe Biden, chiedendo che vengano prese misure di “buon senso” per mettere al bando le armi d’assalto e rendere più rigidi i controlli necessari per ottenere ottenere il porto d’armi.

Durante lo scorso anno, con la pandemia che ha ridotto drasticamente il numero di sparatorie di massa, la questione è abbastanza uscita dal dibattito pubblico, anche se i democratici già prima di queste stragi avevano instito per portare avanti proposte di riforma, nonostante la situazione in Senato renda difficilissimo approvarle. Nelle scorse settimane i democratici della Camera hanno approvato due leggi che estendono i controlli per le armi, ma i testi finora non sono andati al Senato, dove i democratici non hanno una maggioranza abbastanza solida. Ieri il leader dei democratici al Senato Schumer, commentando i fatti di Boulder — in cui il responsabile era armato con un fucile semi–automatico e una pistola — ha promesso di portare i due testi di legge in Senato. Gli ha risposto il leader repubblicano McConnell, che si è detto disponibile al confronto sulla materia, ma che ha bocciato i testi che devono arrivare dalla Camera. Tra le misure proposte dai democratici che per i repubblicani sono indigeribili c’è la rimozione della scappatoia che rende possibile completare l’acquisto di un’arma se i controlli non sono terminati entro tre giorni.

La questione delle armi è un argomento su cui il partito repubblicano è progressivamente sempre più scollegato dalla realtà. Gli Stati Uniti restano saldamente il paese con il maggior numero di armi pro capite al mondo, con 120,5 armi da fuoco ogni 100 abitanti, più del doppio dello stato al secondo posto in questa classifica allarmante: lo Yemen, che si ferma a 52,8 armi per 100 abitanti. Ma dove sono tutte queste armi? Sono in possesso del 3 percento della popolazione, super–armati, in larghissima parte uomini bianchi, che possiedono decine di armi da fuoco a testa.

Infografica: Small Arms Survey

I repubblicani restano arenati alla retorica secondo cui avere più persone armate rende il paese più sicuro, perché, teoricamente, sarebbero capaci di fermare eventuali stragisti — ma si tratta, senza girarci troppo attorno, di una favola: diverse simulazioni hanno dimostrato che in momenti di emergenza le persone armate ma che non hanno ricevuto addestramenti specifici non sono in grado di affrontare la situazione di pericolo. Il tema è stato meno acceso lo scorso anno, ma la necessità di intensificare i controlli per poter comprare armi è riconosciuta dal 90% della popolazione statunitense. Ciononostante, si tratta comunque di una posizione completamente indigeribile per i repubblicani: le due proposte dei democratici per espandere i controlli sono state votate da solo 8 repubblicani in tutta la Camera

L’impatto e il potere dell’NRA — nonostante le ripetute accuse di corruzione — sulla politica statunitense è incalcolabile, e direttamente collegabile alla perdita di vite umane. In effetti, la città di Boulder aveva già messo al bando i fucili d’assalto come quelli usati dall’attentatore, ma un giudice, solo 10 giorni prima della strage, aveva preso le parti della lobby dei produttori di armi e aveva stroncato la regolamentazione locale.

L’effetto della diffusione delle armi è anche culturale. Dai media alla polizia stessa — per cui un terrorista che uccide 8 persone in una strage razzista stava “avendo una brutta giornata” — la società statunitense ha sviluppato un umorismo macabro con cui affronta, in modo sempre più desensitizzato, le stragi continue. La sovrapposizione dei due casi, quello di Atlanta e di Boulder, racconta un microcosmo di come una parte della società statunitense vede le stragi. Da un parte c’è Robert Aaron Long, che secondo Fox News non ha ucciso sei donne asiatiche perché è sessista e razzista, ma perché ha disturbi mentali o psichici; dall’altra c’è Ahmad Al Aliwi Alissa, che soffriva davvero di disturbi mentali, ma la cui storia non sarà mai approfondita, perché il suo nome, per una fetta consistente dell’informazione e dell’opinione pubblica, racconta già tutta la storia che c’è da sapere.

La verità, in realtà, è un’altra ancora: le stragi di massa costituiscono una percentuale bassissima delle morti per colpi d’arma da fuoco — meno del 2 percento — ma la loro prevalenza nel dibattito rende possibile minimizzare l’impatto della diffusione delle armi, romanzando storie individuali o riducendole in caricatura, in modo da non affrontare mai il problema.

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