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Anche per il governo Draghi la lotta alle mafie non è una priorità

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Oggi è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Il governo finora ha ignorato il tema, ma la crisi innescata dalla pandemia rischia di favorire la criminalità organizzata

Lo scorso 17 febbraio Mario Draghi era al Senato per il suo discorso programmatico sulle azioni del Governo. Draghi ha parlato di giovani, di Meridione e di donne, ma non ha mai pronunciato la parola mafie. Il presidente del Consiglio ha corretto il tiro in sede di replica, menzionando la criminalità organizzata e facendo un riferimento al rischio infiltrazioni per le risorse del Recovery Plan. Un mese prima — il 19 gennaio — Giuseppe Conte si trovava nella stessa aula per cercare una maggioranza politica dopo la crisi aperta da Italia Viva. Nel suo discorso aveva a sua volta trascurato il tema mafie, con una piccola citazione anche in questo caso solo in sede di replica come “virus della mafia,” e con l’omaggio a Paolo Borsellino, nato il 19 gennaio 1940. 

Questi due momenti della vita parlamentare recente raccontano una dato di fatto: la lotta alle mafie non è una priorità della politica italiana. L’argomento può infatti risultare divisivo per l’ampia maggioranza che sostiene il governo Draghi, composta da forze politiche che storicamente hanno avuto atteggiamenti ambigui nei confronti della criminalità organizzata — come Forza Italia — per non parlare dei numerosi casi di collusione mafiosa di questi anni, con protagonisti uomini politici importanti, alcuni dei quali ex deputati ed ex senatori.    

In questo momento momento sarebbe invece importante mantenere i riflettori accesi sulla lotta alle mafie. Da qualche mese è iniziato il più grande Maxiprocesso alla ’ndrangheta, la mafia di gran lunga più potente in Italia. Se cala l’attenzione sull’operazione “Rinascita – Scott” — di cui ha parlato lunedì 15 marzo la trasmissione televisiva Presa Diretta — le ’ndrine non potranno che ringraziare. Ma in generale tutte le organizzazioni mafiose ne possono beneficiare perché sono impegnate a cogliere le occasioni offerte dalla pandemia e a rafforzarsi sui territori. 

Abbiamo parlato con Fabio Giuliani, referente di Libera Campania.

“C’è una completa sottovalutazione del problema, marginalizzato nel dibattito pubblico. Eppure siamo un paese con un alto tasso di corruzione e con una presenza storica delle mafie,” afferma Fabio Giuliani, di Libera Campania, con cui abbiamo parlato per approfondire la situazione. Giuliani conosce bene le situazioni che si respirano nei territori. “Noi guardiamo ai grandi livelli di povertà e ci siamo accorti di un’assenza di politiche di welfare. Quando non ci sono le istituzioni le risposte si trovano altrove. Ci sono altri che hanno un doppio interesse, non solo economico. Troppo spesso ci dimentichiamo dell’impatto a livello di reputazione delle politiche di welfare criminale.” In questo momento infatti le mafie sono interessate ad aumentare il proprio consenso sociale per controllare meglio il territorio. Lo stesso Giuliani nel marzo 2020 è stato suo malgrado testimone della violenza mafiosa: i clan camorristi hanno sparato alla sua auto. 

Ma quello che succede in Campania e a Napoli è un problema che riguarda l’intero paese perché, come fa notare,  “anche altre aree del paese non sono più territorio di espansione per le mafie ma insediamenti veri e propri da tempo immemore.” Quindi, ovunque “c’è disagio vi è qualcuno che prova a dare risposte sfruttando l’assenza delle istituzioni.” 

Isaia Sales è professore di “Storia delle mafie” all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

“Le mafie sono sicuramente in grado di proporre aiuti al sistema commerciale-imprenditoriale più immediati e più attraenti di quelli pubblici, per la ampia disponibilità di liquidità e per l’opportunità che loro si presenta di riciclare illeciti profitti. E di farlo al Sud come al Centro-Nord, dal piccolo negoziante al medio imprenditore, dal settore commerciale a quello terziario fino a quello industriale,” spiega Isaia Sales, tra i massimi studiosi italiani di criminalità organizzata. Le organizzazioni mafiose hanno poi una grande capacità di adattarsi al mutare degli eventi. “I cambiamenti delle mafie sono, quasi sempre, necessitati o dalle risposte repressive delle forze di sicurezza o dalle nuove opportunità che ad esse si presentano nel corso della storia,” sostiene Sales. Quindi tutto ciò che “si verifica nell’universo mafioso è frutto della necessità o delle opportunità.”

Rispetto alle imprese e ai cittadini che stanno affrontando difficoltà economiche importanti in questi mesi, la criminalità organizzata è in grado di recuperare con più facilità attività che aveva sospeso o ridotto durante la pandemia. “Via via che riprenderanno le attività legali, riprenderanno anche quelle illegali. Ma mentre la domanda di beni illegali tornerà presto a livelli pre-crisi — droga, prostituzione e gioco non risentono quasi mai a lungo delle crisi economiche — la situazione nuova che si è creata nell’economia legale potrebbe oggettivamente favorire sia il ritorno nei circuiti illegali di chi si era allontanato, sia l’offerta di capitali criminali rimasti inoperosi in questi mesi per la mancanza di opportunità di reinvestimento,” afferma Sales. Per il professore in questo eventuale scenario i capitali mafiosi potrebbero “incontrare una estesa domanda di prestiti e di sostegno da parte di settori dell’economia legale in difficoltà e con una maggiore pervasività rispetto a ogni periodo precedente.”

In questo momento la classe dirigente del paese dovrebbe tenere alta l’attenzione su attività, come quelle della criminalità organizzata, che rischiano di avere conseguenze negative nel  lungo periodo. “Il problema della sottovalutazione ce lo trasciniamo da diverso tempo, da prima dell’emergenza Coronavirus,” ricorda ancora Giuliani. “La criminalità organizzata rappresenta un ostacolo enorme. La gestione efficace dei beni confiscati potrebbe rivelarsi cruciale. Eppure manca la cultura di proporre il contrasto delle mafie come un’idea di sviluppo di un paese. Questo avviene in barba ai 1031 nomi di vittime innocenti che vengono letti ogni 21 marzo”

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