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Come Renzi ha fatto fuori Conte e costretto il centrosinistra all’ennesima svolta a destra

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Non era facile eliminare Conte e allo stesso tempo dare un ulteriore colpo alla credibilità del centrosinistra: eppure Renzi ce l’ha fatta

E Giuseppe Conte? L’ex avvocato del popolo è ormai escluso dai giochi per la formazione del nuovo governo. Viene descritto dai retroscena come “amareggiato” e sicuro che fosse tutto “già scritto” in virtù di un accordo tra Renzi e il centrodestra. “Ho fatto male a dimettermi, se non avessi fatto quel passo forse, ora…” è il ragionamento che gli viene attribuito. Ma dopo il tramonto dell’opzione dei “responsabili,” l’ex premier non aveva molte alternative davanti a sé. Ai ministri che l’hanno chiamato per esprimergli vicinanza, ha concesso una battuta: “Per citare il poeta, sono sereno.”

Il prossimo presidente del Consiglio incaricato infatti sarà Mario Draghi. L’ex presidente della Banca Centrale Europea è atteso oggi alle 12 al Quirinale, dopo il fallimento completo del “mandato esplorativo” affidato al presidente della Camera Roberto Fico. Ieri sera è diventato chiaro che dalle trattative tra i partiti della vecchia maggioranza non è venuto fuori nulla, semplicemente perché non era previsto che venisse fuori nulla fin dall’inizio: Italia viva ha giocato di nuovo al rialzo per farlo saltare, con richieste sempre più esigenti sia sui temi che sui posti di potere. Renzi è per l’ennesima volta riuscito a bluffare, costringendo tutti i partiti a scendere a patti con la sua linea, nonostante il suo minuscolo peso elettorale grazie a un’abile e spregiudicata manovra di palazzo.

La situazione è stata ben descritta dalla delegata di Leu De Petris, che ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione, per concludere alla fine della giornata che “ci hanno portato a spasso per tutto il tempo.” Durante la mattinata, il Pd ha presentato un “lodo Orlando” per la giustizia, che veniva per l’ennesima volta incontro alle posizioni di Italia viva, a cui aveva riluttantemente aderito anche il M5s — e che aveva fatto esultare il centrista Bruno Tabacci, secondo cui “qualcosa di muove.” Ma da Iv è arrivata secca la replica di Renzi da fuori: “Zero assoluto.” Il primo a rendersi conto della vacuità del suo compito e dei veri piani di Renzi probabilmente è stato proprio Fico — che in questi giorni si è in realtà seduto pochissimo al famoso tavolo. Dopo aver riferito a Mattarella la conclusione del suo incarico, ha dichiarato che “Allo stato attuale permangono distanze alla luce delle quali non ho registrato l’unanime disponibilità di dare vita a una maggioranza.” 

Non era un mistero per nessuno che l’eliminazione di Conte fosse il primo obiettivo di Renzi. Per il senatore di Rignano sull’Arno la nomina di Draghi è un trionfo Quello che si configura ora è un governo “del Presidente.” Ieri, nel proprio intervento, Mattarella è stato molto chiaro: andare a elezioni nel pieno della pandemia e con l’incombenza della campagna vaccinale e del Recovery Fund sarebbe irresponsabile, quindi l’unica soluzione è un governo di “alto profilo.” In questo governo Renzi si aspetta di giocare un ruolo da ago della bilancia e di arbitro tra gli interessi delle altre forze politiche — visto che, ideologicamente, Italia viva è probabilmente il partito più vicino al presidente del Consiglio incaricato.

Sembra chiaro infatti che le politiche del governo Draghi potrebbero essere quelle care a Renzi di una progressiva erosione dello stato di diritto da destra, limitando la spesa dello stato per i meno poveri e favorendo chi ha già di più, nella speranza — vera o menzognera — che opi i ricchi rimettano questi soldi sul mercato, facendo “circolare l’economia.” Poltiche chieste anche dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha parlato di “Sussidistan” per criticare le politiche sociali dello scorso governo, nonostante i ricchi contributi che lo stato ha dato e continua a dare alle imprese. All’ultimo Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione Draghi ha ripetuto più o meno la stessa cosa, invitando ad abbandonare la “fase dei sussidi” e distinguendo tra un debito buono — sottinteso: quello “produttivo” — e un debito “cattivo” — sottinteso: quello dei sussidi alle persone. 

È alla fine successo quello che aveva temuto Beppe Grillo: l’uomo più impopolare del paese ha fatto fuori quello più popolare. Mentre gli indici di gradimento di Conte, nonostante non siano più ai livelli plebiscitari della scorsa primavera, rimangono ancora altissimi, quelli di Renzi sono drammaticamente bassi. La maggior parte degli italiani non ha ben chiaro perché sia stata aperta questa crisi di governo, e chi si è fatto un’idea sospetta soprattutto che l’obiettivo di Renzi fosse il suo tornaconto personale. Un’impressione che è stata forse consolidata dalle notizie degli ultimi giorni, con la sfacciata piaggeria dimostrata da Renzi verso il mandante dell’omicidio Khashoggi Mohammed bin Salman nel corso della sua controversa partecipazione all’autocelebrazione della monarchia saudita.

Ora che è riuscita a imporre il proprio candidato, la scommessa di Iv prosegue a questo punto, sulla possibilità che un numero sufficiente di partiti scelgano di sostenere il futuro governo. Tra tutte le forze politiche, Iv è infatti quella che ha dichiarato il suo sostegno al premier incaricato con più entusiasmo. Le altre si sono mostrate più caute, almeno come primo approccio: il segretario Zingaretti ha sostanzialmente confermato l’appoggio del Pd dichiarando che “abbiamo fatto davvero di tutto per ricostruire una maggioranza, in un momento difficile” e che “da domani saremo pronti al confronto per garantire l’affermazione del bene comune del Paese.” Zingaretti personalmente preferirebbe tornare alle elezioni, ma i gruppi parlamentari del partito è troppo fortemente contrario a questa eventualità.

Il Pd sembra insomma in una situazione che, a causa la linea che il partito si è dato proprio a partire dal governo Monti, lo costringerà per l’ennesima volta a imboccare la via della responsabilità nazionale. Al centrosinistra conviene questa scelta autoimposta — ammesso che questa categoria sia ancora utilizzabile nello scenario politico di oggi, diviso tra ultradestra, M5S e centro liberista di Pd e Iv? Gli ultimi dieci anni hanno mostrato che partecipare a ogni sorta di “governi tecnici” e condividere il programma economico e migratorio della destra ha conseguenze nocive sul consenso e sull’essenza stessa dei partiti di centrosinistra, che sono arrivati oggi a contare da soli meno del 30% dei voti. La percentuale di persone disposte a votare il Pd scende ancora se si considera la percentuale di astensione nel paese, scendendo a poco più di una persona su 7. Non proprio un successo per quello che, dieci anni fa, voleva essere un partito a vocazione maggioritaria, votato da un italiano su due. Anche questo risultato è in parte “merito” di Renzi, che ha avuto un ruolo di primo piano nel partito nel corso dell’ultimo decennio.

Se il Partito democratico probabilmente si piegherà ancora alla “responsabilità,” l’incognita è più significativa per la formazione del governo Draghi riguarda forse il Movimento 5 stelle. Il capo politico Vito Crimi ha dichiarato infatti che il partito non voterà la fiducia al governo Draghi: “Il Capo dello Stato ha dovuto dunque prendere atto della situazione e intraprendere la strada più impervia, quella di un governo tecnico. Una tale tipologia di esecutivi è già stata adottata in passato, con conseguenze estremamente negative per i cittadini italiani.” Il movimento però è diviso, come al solito, tra un’ala più fedele allo spirito delle origini e una più accomodante verso le dinamiche parlamentari, che potrebbe votare la fiducia al presidente del Consiglio incaricato. Su Draghi pesano anni di bombardamenti dovuti al suo ruolo di punta nelle “élite” europee e il suo ruolo di primo piano nella banca d’affari Goldman Sachs dal 2002 al 2005, in uno dei periodi di più spudorato avventurismo finanziario degli ultimi decenni, che avrebbe poi condotto alla crisi del 2008.

Anche l’atteggiamento delle forze di destra non è né chiaro né omogeneo: un governo Draghi sarebbe probabilmente vicino alle posizioni sia di Confindustria che dei principali partiti dell’area, ma da Fratelli d’Italia Meloni ha fatto sapere che voterà contro — lasciando però uno spiraglio di collaborazione: “All’appello del presidente rispondiamo che, in ogni caso, anche dall’opposizione ci sarà sempre la disponibilità di Fratelli d’Italia a lavorare per il bene della Nazione.” La posizione di Salvini e Berlusconi sembra invece più sfumata. Il segretario leghista ha dichiarato che “La Lega e il centrodestra sono per l’apertura dei cantieri, la rottamazione delle cartelle, la flat tax, un piano vaccinale serio e una riforma della giustizia. A chiunque voglia ragionare di futuro e di Italia non dico mai di sì o di no per simpatia o pregiudizio.” Berlusconi ha stima personale di Draghi e il suo partito sembra essere quello con più probabilità di votare la fiducia — anche se qualsiasi decisione, sostengono dal partito, verrà presa con l’obiettivo di non spaccare la coalizione.

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