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Alla fine il governo non è riuscito a “salvare il Natale”

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in copertina, elaborazione da foto della presidenza del Consiglio

Un mese fa Conte aveva promesso che dopo “i sacrifici” ci sarebbe stato un “Natale piú sereno.” Non è andata così — e non c’è nessun piano concreto per evitare una terza ondata

Dopo una lunga discussione, il Consiglio dei ministri ha trovato un’intesa sul nuovo Dcpm, anche se manca ancora la firma di Conte, attesa per stasera, dopo gli ultimi incontri in extremis con i rappresentati delle regioni. Il contenuto più importante è senza dubbio quello sulle festività. Il governo ha deciso di seguire i promotori della linea più rigorista come i ministri Boccia e Speranza: se le misure saranno confermate, tra il 21 dicembre e il 6 gennaio saranno impediti gli spostamenti tra regioni; a Natale, Santo Stefano e Capodanno anche quelli tra i comuni per impedire pranzi e cene con parenti che non siano propri conviventi. L’opposizione all’interno del governo è arrivata soprattutto da Italia Viva, che avrebbe voluto maggiori possibilità di ricongiungimento e di apertura per i locali — alla fine, sono riusciti a spuntare solo la possibilità per i ristoranti di tenere aperto per il pranzo di Natale, probabilmente con un massimo di 4 commensali. Chiusi, invece, i ristoranti degli alberghi a Capodanno: sarà consentito solo il servizio in camera, per evitare eventuali festeggiamenti. La cornice normativa del Dpcm è contenuta in un decreto legge approvato dal Cdm, che, tra le altre cose, estende la possibilità di durata dei Dpcm fino a 50 giorni.

Non tutti sono d’accordo con il provvedimento del governo: la Valle d’Aosta ha deciso di andare allo scontro frontale con il governo, varando un’ordinanza che di fatto annullerebbe la maggior parte delle misure anti-contagio decise dal governo. La regione è particolarmente interessata a garantire la possibilità di sciare sul proprio territorio, basando una buona parte della propria economia sul turismo invernale. Il governo, però, ha già annunciato che impugnerà l’ordinanza al Tar, dato che le regioni in questo momento hanno il potere solo di emanare ordinanze per inasprire le misure decise dal governo centrale, e non per alleviarle. Critico anche il governatore ligure Toti, che ha definito senza senso il divieto di spostamento intercomunale: “Se quello che sento sul Dpcm è vero, prevedo una notte e mattinata davvero difficili.”

Non doveva andare così. O per lo meno, ci era stato detto altrimenti: quando un mese fa sono state introdotte le zone rosse, arancioni e gialle, le espressioni all’ordine del giorno era monotematiche: “salvare il Natale,” garantire un Natale “il più normale possibile,” “sereno,” eccetera. Già allora il presidente del Consiglio Conte ammetteva che non ci sarebbero stati “veglioni, cene e balli” e spiegava che l’interesse nel Natale fosse largamente economico: “Se ci arriviamo in serenità, anche la fiducia nei consumi non sarà depressa e potremo vedere i benefici economici.” La questione natalizia era diventata in quei giorni centrale di tutta l’azione anti contagio della politica europea. Oggi, all’indomani del nuovo dpcm e solo quattro giorni dopo la riapertura dei negozi di vestiti permessa dal passaggio di molte regioni da zona rossa a zona arancione, è evidente che il rilassamento con un occhio all’economia c’è stato, invece quello per garantire la “serenità” dei cittadini, no.

È importante sottolineare che la decisione di non concedere un “liberi tutti” per la settimana di Natale è soprattutto una decisione di responsabilità e non un accanimento gratuito. L’andamento della curva è incoraggiante, ma il numero di casi giornalieri è ancora altissimo: ieri si sono registrati 20.709 nuovi casi, su un totale di circa 207 mila tamponi. Tra i dati più rilevanti degli ultimi giorni va segnalata la discesa della percentuale di positivi sul totale dei tamponi eseguiti: nelle ultime due settimane è passata dal 15,9 al 10,7%. Sempre alto, però, il numero dei decessi: ieri ne sono stati comunicati 684. Rischiare di andare incontro a uno scenario drammatico come quello verso cui stanno correndo gli Stati Uniti dopo gli spostamenti di massa del giorno del Ringraziamento sarebbe una politica irresponsabile.

Se è vero che sono molte le categorie che sembrano lontanissime dai pensieri dell‘esecutivo — i piccoli centri di provincia, chi ha affetti oltre i confini regionali, ad esempio, di cui recentemente si è tornato a parlare — il dato di fatto è un altro. Un mese fa nella comunicazione del governo mancava un dato fondamentale: non si era giustificata in nessun modo l’azione pigra e inefficace delle settimane successive. All’epoca, quando si parlava, in tutta Europa, di “salvare il Natale,” lo si faceva ignorando come l’andamento della curva durante la prima ondata costituisse un precedente che dimostrava come difficilmente ci sarebbe stato il tempo per riportare il contagio sotto controllo entro le Festività. È difficile non guardare ai discorsi che si molti politici di quelle settimane come un tentativo di “far digerire” i nuovi lockdown, per quanto più leggeri di quelli di primavera. Questo fallimento delle politiche anticontagio di tutta l’Unione Europea è stato così generale, prevedibile e totale che sembra quasi scontato che i governi non debbano pagare un prezzo politico. All’indomani della prima ondata, il consenso per i partiti di governo sembrava almeno intatto — in Italia la situazione era addirittura più sorprendente, con Conte trasformato in una specie di eroe nazionale o di meme. In questa seconda ondata le cose sono solo parzialmente diverse. Le proteste seguite all’introduzione delle prime misure “pesanti” anti-contagio, ad esempio a Napoli e a Milano, si sono confermate come episodi isolati: il disagio in cui versa la popolazione di tutto il paese sembra non trovare uno sfogo, nonostante la situazione di semi-clausura a cui siamo costretti da nove mesi è di fatto imputabile sostanzialmente all’incompetenza del governo nell’imbastire politiche di tracciamento dei contatti e, più in generale, ai disastrosi tagli bipartisan alla sanità degli ultimi due decenni.

Quanto più preoccupante è come, di fronte ad una flessione della curva del contagio — ma mentre continuano a morire tantissime, troppe, persone tutti i giorni — il paese sembra non avere nessuna strategia per impedire che questa situazione si ripeta, se non la prossima campagna vaccinale. 

Ieri il ministro Speranza, come previsto, ha riferito in Parlamento sul piano nazionale per i vaccini, qui l’intervento completo del ministro, confermando che per il momento non è previsto l’obbligo di vaccinazione, e che il farmaco sarà gratuito per tutta la popolazione. In base ai piani attuali l’Italia nei prossimi mesi potrà contare su circa 202 milioni di dosi totali, di cui inizialmente 8 forniti da Pfizer e oltre 1 milione da Moderna. Nel caso in cui tutti i vaccini si dimostrassero efficaci e sicuri, l’Italia potrebbe ricevere 40,38 milioni di dosi da Astrazeneca, 26,92 da Johnsson, 20 da Sanofi, 26 da Pfizer-Biontech, oltre a 10 da Moderna. Con quali tempistiche? È prevista una prima partita di dosi all’inizio del 2021, mentre secondo Speranza “il cuore della campagna vaccinale, secondo le previsioni, sarà tra la prossima primavera e l’estate.” Si procederà in ordine di priorità: operatori sanitari e sociosanitari; residenti e personale delle Rsa; persone in età avanzata (over 80). Vaccinare quante più persone e il più in fretta possibile è ovviamente una soluzione più radicale — e molto attesa — al contagio, ma purtroppo, sia per tempi di produzione che per inevitabili difficoltà di distribuzione, sarà anche una soluzione lenta, che richiederà non solo mesi, ma probabilmente anche più di un anno secondo l’OMS. Insomma: non può essere una soluzione contro la terza ondata, che potrebbe arrivare nei primi mesi del 2020. Per impedire nuovi, ulteriori lockdown, è necessario che il governi lavori per rafforzare drasticamente i meccanismi di tracciamento e test, che questo autunno non sono stati all’altezza della situazione, costando la vita a migliaia di persone.

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