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L’Azerbaijan attacca il Nagorno Karabakh mentre si fa bello col mondo — e finanzia il Vaticano

Abbiamo parlato con Simone Zoppellaro, autore di Armenia Oggi, della tragedia umanitaria causata dal regime di Ilham Aliyev

in copertina mezzi azeri avanzano in Artsakh, in fotogrammi pubblicati dal ministero della Difesa armeno, via Facebook

Abbiamo parlato con Simone Zoppellaro, autore di Armenia Oggi, della tragedia umanitaria causata dal regime di Ilham Aliyev

I conflitti in Medio Oriente spesso vengono miscelati dalla stampa e dalla percezione pubblica occidentale in un calderone indistinto. Sta accadendo lo stesso anche con quello, appena scoppiato, tra Azerbaijan e Armenia sul territorio conteso di Nagorno Karabakh-Artsakh, politicamente azero ma abitato e amministrato da armeni. In questo caso c’è un altro fattore che contribuisce alla rimozione di quanto accade dal dibattito pubblico: la notevole influenza del regime azero su politici e media di tutto il mondo, soprattutto in occidente, dal Vaticano all’Unione Europea. E come al solito, chi patisce di più la violenza sono le popolazioni civili di quei luoghi.
Abbiamo raggiunto al telefono Simone Zoppellaro per farci illustrare un po’ meglio la situazione. Zoppellaro in questo momento non è in Armenia, ma nel corso dei suoi viaggi ha maturato numerosi contatti sul territorio: negli ultimi anni si è occupato in modo esteso delle vicende armene. Nel 2016 ha pubblicato Armenia Oggi: drammi e sfide di una nazione vivente, in cui ricostruisce la situazione di un paese non così lontano dal nostro, attanagliato da numerosi problemi — uno su tutti quello che si è acutizzato in modo drammatico negli ultimi giorni: la guerra costante con l’Azerbaijan.

Ciao Simone. Com’è la situazione in Armenia e in Artsakh?

La situazione è drammatica. Ci sono centinaia o addirittura migliaia di morti, raccogliendo informazioni grazie a amici giornalisti e alla rete di contatti che ho. Le forze azere continuano a bombardare il Nagorno — che è un posto con un solo centro urbano significativo, Step’anakert, che è stato colpito da missili, bombe a grappolo diverse volte. Come dice Daniele Bellocchio, che è sul campo, i pochi civili rimasti — la maggior parte sono evacuati e fuggiti — vivono come topi, ammassati in rifugi antiaerei. Persino le operazioni all’ospedale cittadino, a cui continuano ad affluire feriti, vengono svolte in rifugi sotterranei.
La situazione è più che disperata, dunque, considerando tutto il contesto: l’Azerbaijan è pure stato colpito — è stata colpita ad esempio Ganja, la seconda città del paese. Anche giornalisti esperti di medioriente scappano; la situazione è di una gravità assoluta per un giornalista, per un civile, pericolosissima.

Come si è arrivati a tutto questo?

C’è un cessate il fuoco del 1994 che ha posto fine a una guerra da 30 mila morti e circa un milione di profughi. Una guerra che però non ha mai avuto veramente fine: il cessate il fuoco viene periodicamente violato — l’ultima volta nel 2016, con la cosiddetta guerra dei 4 giorni. Poi è rimasta sopita per qualche tempo, e oggi è tornata a esplodere — perché non c’era un accordo di pace, e tutte le questioni non sono state risolte. Quello che preoccupa di più è l’intervento della Turchia, che si è intromessa attivamente e non solo politicamente — boots on the ground come si dice in inglese — e il dramma della popolazione civile. Una cosa che chi è lì dice che ricorda Sarajevo ai tempi dell’assedio.

Da qui, oltre alla situazione drammatica dei civili, è difficile anche farsi un’idea delle dinamiche di potere nella regione. Quanto il dittatore azero Aliyev è mosso direttamente dalla Turchia?

Difficile dirlo. Il rapporto tra i due dittatori non è semplice, sono due personaggi politici molto diversi. Erdogan ha trovato nella religione il collante per rilanciare un progetto di stato, Aliyev è un nazionalista, che eredita il potere dal padre, e ha messo la religione fuori dalla sfera politica. Vista anche la peculiarità del modo e del momento internazionale, con l’Europa preda della pandemia, sembrerebbe un’iniziativa di Erdogan, ma di certo non va trascurato Aliyev. Il regime di Aliyev è un regime potente, che ha un’influenza enorme in Italia ad esempio, in Germania, negli Usa, in Ue. Aliyev senza dubbio non considera sé stesso un servo di Erdogan. Questo va raccontato al pubblico italiano, che probabilmente può avere una percezione diversa.

Il regime di Aliyev, tra l’altro, ha anche ottimi agganci con il Vaticano — basti vedere l’imbarazzo con cui è stato accolto il patriarca armeno a Roma. Ma quali sono di preciso?

Sono — quello che sappiamo — ad esempio fondi milionari investiti per il restauro delle catacombe dei santi Marcellino e Pietro a Roma. Ma c’è anche una diplomazia culturale legata alla promozione della cultura in genere, messa in piedi per pulire la coscienza di uno stato che nel proprio territorio ha cancellato i monumenti cristiani, armeni, nella maniera più brutale. Da un lato dunque il regime azero finanzia attivamente il Vaticano per dare un’immagine all’estero di un paese tollerante, mentre all’interno reprimo non nella maniera più dura opposizione e cancella le tracce della sua presenza armena e cristiane.

Citerei il caso del cimitero di Djulfa, uno dei monumenti più importanti per la comunità armena, composto da antichissime lapidi di pietra, usate come poligono di tiro dall’esercito azero. Tempo fa ho percorso il confine tra Iran e Azerbaijan — sul confine si vede benissimo che le chiese in territorio azero sono lasciate del tutto deperire. Si reprime all’interno e si promuove all’esterno, anche con lo sport, anche con l’eurovision. È una strategia molto articolata, che sta influenzando i media anche italiani e anche cattolici. Non è un attacco ai media cattolici — però si vedono articoli che elogiano il regime di Aliyev che appaiono nel mondo cattolico.

A livello militare, invece, com’è la situazione?

L’armenia non ha nessun motivo in questo momento per attaccare, vuole solo difendere lo status quo — lo sostengono anche autorevoli analisti di Caucaso come Thomas De Waal, che non è centro un filoarmeno. Quello che preme ad Aliyev è vincere un territorio che considera suo, anche in maniera legittima se vogliamo. I giornalisti comunque stanno scappando dall’Artsakh, ce ne sono pochissimi, soprattutto russi. D’altro canto l’Azerbaijan non concede l’ingresso ai giornalisti — e molti giornali non mandano i reporter per paura di lamentele dell’Azerbaijan. Una macchina articolata che copre un massacro, che da qui a pochi giorni può essere terrificante e che già oggi riguarda centinaia o migliaia di persone.
Per l’Armenia una situazione abbastanza disperata: c’è uno squilibrio geopolitico incredibile. La Russia, sua alleata, non interviene; l’Iran discute con chi stare perché una volta era filoarmeno ma le cose stanno un po’ cambiando; la Turchia è già intervenuta. L’Occidente è filoazero, anche solo per il petrolio: pensiamo ad esempio al Tap, un progetto che parte proprio dall’Azerbaijan, con una complicità o almeno un’omertà con un regime che è una delle dittature più spietate che esistano.

Cosa si può fare, da qui?

Bisogna arrivare a sensibilizzare associazioni per i diritti umani. Finora non ho visto muoversi molto nell’ambiente, anche se la situazione è davvero tragica. Bisogna che Ue e Stati Uniti intervengano, altrimenti verranno estromessi dal tavolo della pace, com’è nei piani di Erdogan. E per farlo serve sensibilizzare anche la politica, la guerra in Nagorno Karabakh-Artsakh deve diventare un tema sui media.

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