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Il coronavirus accelererà o ritarderà la transizione energetica?

Secondo diversi esperti il processo di decarbonizzazione è ostacolato dal crollo dei prezzi del petrolio, ma la strada verso un futuro dominato dalle rinnovabili dovrà essere accompagnata da un calo drastico dei consumi energetici

Secondo diversi esperti il processo di decarbonizzazione è ostacolato dal crollo dei prezzi del petrolio, ma la strada verso un futuro dominato dalle rinnovabili dovrà essere accompagnata da un calo drastico dei consumi energetici

“La società ha dovuto rinunciare a beni e libertà di valore per affrontare collettivamente l’epidemia globale. Uno sforzo di proporzioni simili è necessario per una transizione energetica di successo,” si legge nel recente report Fostering Effective Energy Transition del World Economic Forum (WEF) di Davos.

Il Transition Energy Index 2020 mostra costanti progressi nella sostenibilità energetica di 94 paesi negli ultimi 5 anni, ma questi passi avanti rischiano di essere ancora troppo lenti. Inoltre, secondo il WEF, “la transizione energetica è a rischio senza crescita economica” e il calo del PIL e dei prezzi del petrolio danneggia anche il percorso verso la decarbonizzazione.

Un ruolo di estrema importanza per il raggiungimento degli obiettivi ambientali futuri è rivestito dal tipo di investimenti e di salvataggi per la ripartenza, che devono perseguire “al tempo stesso obiettivi economici e ambientali,” come si legge nello studio della Oxford Review of Economic Policy dal titolo “I pacchetti fiscali per la ripresa dal Covid-19 accelereranno o ritarderanno i progressi nella lotta al cambiamento climatico?” Curato da celebri economisti tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz e Nicholas Stern, autore del rapporto Stern (2006) sugli effetti del riscaldamento globale, il documento individua, grazie alle evidenze della letteratura e ai pareri di 276 esperti provenienti da tutto il mondo, 5 fondamentali politiche efficaci per tutti i paesi: investimenti in infrastrutture per le energie rinnovabili, efficienza energetica degli edifici, spesa in istruzione e formazione professionale, investimenti diretti alla resilienza e la rigenerazione dell’ecosistema e ricerca e sviluppo delle energie pulite.

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Secondo l’Emission Gap Report 2019 dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), le emissioni di gas a effetto serra dovranno diminuire annualmente del 7,6% per i prossimi 10 anni per fare in modo che la temperatura globale non aumenti di oltre 1,5ºC. L’Agenzia Internazionale per le Energie (IEA) ha annunciato a fine aprile che, a causa dell’attuale crisi, per il 2020 si attende un calo delle emissioni dell’8%. Considerando che questa riduzione dei gas serra è stata provocata da un disastro sociale e economico — oltre che sanitario — è chiaro che per raggiungere l’obiettivo annuale del 7,6% indicato dall’UNEP sono necessari cambiamenti strutturali del nostro rapporto con l’energia. L’obiettivo di riduzione dei consumi globali deve inoltre tenere presente che il 20% della popolazione mondiale utilizza lo stesso quantitativo di energia del restante 80%, come ha fatto emergere il nuovo report del WEF.

Ma purtroppo al momento gli interventi implementati dai governi per uscire dalla crisi sono ancora diretti a sostenere i colossi dei settori inquinanti. I governi del G20 hanno immesso 7,3 trilioni di dollari per far ripartire le loro economie e la recente pubblicazione dell’Oxford Review of Economic Policy, che ha analizzato i provvedimenti, sostiene che solo il 4% delle politiche adottate siano “verdi,” ovvero con il potenziale di ridurre le emissioni di gas serra a lungo termine. Molte compagnie aeree e petrolifere in questo periodo stanno inoltre ricevendo enormi aiuti economici: attraverso il CARES Act, il governo statunitense ha concesso 32 miliardi di dollari di salvataggi (inclusi sussidi e prestiti) per le compagnie aeree della nazione; la Banca d’Inghilterra ha deciso invece di rilevare il debito di BP, Total e Shell. Non possiamo saperlo, ma se ci fosse un “libero mercato” forse queste aziende fallirebbero, scalzate dalle energie rinnovabili.

Secondo i dati IRENA (Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili), un modulo di fotovoltaico oggi costa l’80% in meno rispetto al 2009 e i prezzi delle turbine eoliche sono scesi del 30-40% in dieci anni. Un rapporto del Boston Consulting Group, società di consulenza multinazionale, prevede che, a fronte dei costi sempre più bassi delle batterie di litio, il 25% delle auto nel 2030 sarà completamente elettrico. “Al momento le rinnovabili sono fra i pochi investimenti sicuri,” sostiene Ugo Bardi, docente all’Università di Firenze e autore del saggio The Limits to Growth Revisited (2011), aggiornamento del famoso rapporto del 1972 del Club di Roma sull’esaurimento delle risorse naturali. Il mercato petrolifero è nel pieno di una crisi storica, che ha portato il prezzo del greggio WTI (West Texas Intermediate), standard del mercato statunitense, a segnare per la prima volta valori negativi. Ma non è ancora chiaro che impatto avrà questo crollo sullo sviluppo delle rinnovabili. Secondo Bardi “siamo quasi certamente arrivati al picco del petrolio, che avviene quando i costi di produzione aumentano a livelli tali da scoraggiare nuovi investimenti. Il risultato non può che essere un calo della produzione ed è proprio ciò che sta succedendo.” Per Bardi, “non si tratta necessariamente di una cattiva notizia per le rinnovabili, anche se avremo meno risorse disponibili per investire in una nuova infrastruttura energetica.”

foto CC Armin Kübelbeck

Il Global Energy Review 2020 dell’IEA, che fornisce un prospetto sui consumi di energia dei prossimi mesi, in effetti si aspetta che “le uniche fonti energetiche la cui domanda sarà in aumento quest’anno saranno le rinnovabili,” nonostante il calo del fabbisogno globale di energia previsto intorno al 6%. Ma la crescita del 5% del settore delle rinnovabili prospettata dall’IEA fa riferimento solo al 2020. Secondo Francesco Gracceva, responsabile dell’Osservatorio del sistema energetico di ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), “si tratta di una reazione di breve periodo dovuta all’attuale situazione, che non determina un reale cambiamento dei trend a lungo termine.” Gracceva sottolinea che “gli scenari di lungo periodo, come quelli dell’EIA (Energy Information Administration) statunitense al 2050 segnalano che, quando si verifica un calo dell’economia e un calo dei prezzi del petrolio, anche le rinnovabili ne risultano penalizzate.” Nel nuovo report del World Economic Forum, si legge che “all’inizio del 2019, il prezzo medio del petrolio era superiore a quello dell’anno precedente e ciò ha contribuito ad aumentare gli investimenti in tecnologie energetiche pulite.” Il mercato delle rinnovabili complessivamente sarebbe quindi danneggiato dal crollo dei prezzi del petrolio.

Gracceva è ideatore e co-autore dell’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano di ENEA, l’ultima delle quali è stata pubblicata il 5 maggio scorso. Se non è da celebrare lo straordinario calo delle emissioni del 10% rilevato negli ultimi 3 mesi, non lo sono neanche i dati di lungo periodo sul perseguimento degli obiettivi climatici. Infatti, l’indice ISPRED, elaborato da ENEA con lo scopo di “sintetizzare la virtuosità del processo di transizione energetica verso la decarbonizzazione,” è in calo per il quarto anno consecutivo, perché non si è verificata negli ultimi anni una riduzione sufficiente delle emissioni. Riassume Gracceva: “L’indice è andato bene quando l’economia andava male e viceversa: dalla storia di questi anni si evince che il disaccoppiamento tra consumi di energia e crescita economica non è avvenuto.” “La vera sfida,” continua l’analista di ENEA, “è che il calo delle emissioni sia accompagnato da un aumento del PIL e del benessere della popolazione: ecco perché oggi non c’è molto da rallegrarsi per il minore inquinamento.”

Tra le cause del peggioramento dell’ISPRED c’è la crescita troppo lenta delle rinnovabili, che nel mix energetico totale rimangono ormai da diversi anni stabili al 18%. L’obiettivo del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima — approvato dal governo nel dicembre 2019 — è quello di raggiungere per il 2030 il 30% del mix totale: le rinnovabili dovrebbero crescere di almeno l’1% l’anno. Inoltre, “non basta che crescano le rinnovabili perché la loro percentuale nel mix aumenti,” spiega Gracceva, “è necessario che, al tempo stesso, diminuisca la percentuale delle altre fonti di energia.” Ecco perché è essenziale puntare alla riduzione dei consumi: l’efficienza energetica degli edifici, responsabili del 36% delle emissioni di CO2 in Unione Europea, costituisce un intervento di larga scala per tutti i paesi, anche secondo il report dell’Oxford Review of Economic Policy precedentemente citato.

Nonostante i dati ENEA forniscano un quadro non molto positivo dei progressi italiani per la decarbonizzazione, nel nuovo report del WEF il nostro Paese è uno di quelli il cui Transition Energy Index è cresciuto maggiormente dal 2015. Possiamo quindi immaginare quanto in salita sia la strada da percorrere in tutto il mondo.

Evitare salvataggi indiscriminati dei settori inquinanti oggi in crisi e eliminare gradualmente i sussidi alle fonti fossili (tra i 160 e i 400 miliardi di dollari all’anno) dovrebbero essere dei punti di partenza per tutti, concordano Ugo Bardi e Francesco Gracceva. Se per Bardi il picco del petrolio si sta già verificando, Gracceva è convinto che le fonti fossili saranno abbandonate per un calo della domanda, e sostituite dalle rinnovabili quando saranno maggiormente competitive.

Secondo il primo studio Global Renewables Outlook: Energy Transformation 2050 sul futuro delle fonti rinnovabili pubblicato in aprile da IRENA, “170 mila miliardi di dollari di investimenti” nelle energie pulite non servirebbero solo a tagliare “del 70% il livello globale di anidride carbonica entro il 2050” ma anche a dare avvio a una fiorente economia: i posti di lavoro nel settore dell’energia crescerebbero “dai 52 milioni del 2017 ai 100 milioni nel 2050” e il “PIL globale aumenterebbe di circa 90mila miliardi di dollari da oggi al 2050.”

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