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L’Italia ha chiuso i porti ai migranti con il pretesto del coronavirus

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Con un decreto emanato per evitare di accogliere i 150 naufraghi soccorsi dalla Alan Kurdi, il governo ha dichiarato che, fino al termine dell’emergenza, quelli italiani non sono “porti sicuri”

Ieri sera il governo italiano ha emanato un decreto, firmato dai ministri Lamorgese, Speranza, De Micheli e Di Maio, che dichiara i porti italiani come “non sicuri” per tutta la durata dell’emergenza sanitaria, dicendo che, in sostanza, non è in grado di garantire la sicurezza delle vite dei migranti in Italia in questo momento. “Non si tratta di essere buoni o cattivi,” avrebbe detto il ministro Di Maio durante una videoconferenza con i suoi omologhi europei, “l’Italia semplicemente non può farlo in questo momento.”

Il decreto è stato approvato senza fare troppo rumore e ricorda i tempi di Salvini al ministero dell’Interno, con la sua campagna per i “porti chiusi” alle navi delle Ong. Si tratta infatti di un provvedimento ad navem valido solo per i salvataggi “effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR italiana.” La logica non è molto chiara: se l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus rende impossibile garantire la sicurezza delle persone salvate nel Mediterraneo centrale, dovrebbe valere per tutti i salvataggi, a prescindere dalla bandiera della nave. Siamo evidentemente di fronte a un virus evoluto, capace di distinguere le navi delle Ong da quelle militari o della guardia costiera.

Non ci vuole molto a capire che è un decreto emanato apposta per non dover accogliere i 150 naufraghi soccorsi dalla nave Alan Kurdi di Sea-Eye (battente bandiera tedesca), che da due giorni stanno aspettando un porto sicuro. Prima dell’emanazione del decreto si ipotizzava di trasferire i migranti a bordo di una nave della croce rossa per un periodo di quarantena. Ma secondo fonti governative riportate ieri dalla RAI, il governo avrebbe chiesto a Berlino di evacuare i naufraghi via aereo e portarli in Germania.

Con la chiusura dei porti — un provvedimento senza precedenti che di fatto sospende la Convenzione di Amburgo del 1979 — il governo italiano mette nero su bianco che, nei prossimi mesi (almeno fino al 31 luglio, quando scadrà lo stato d’emergenza decretato lo scorso 31 gennaio) l’omissione di soccorso nel Mediterraneo centrale sarà la regola.

La stiamo vedendo già in atto: nel pomeriggio di ieri Alarm Phone ha detto di aver perso i contatti con le 80 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, che ha passato due giorni alla deriva. Le autorità italiane e maltesi sono state informate, ma nessuno è intervenuto.

Nel frattempo, a Lampedusa c’è stato un nuovo sbarco autonomo: 67 persone, tra cui quattro donne e tre minori, hanno raggiunto l’isola dalla Libia a bordo di una barca di legno. Hanno dovuto trascorrere la notte all’aperto, perché l’hotspot dell’isola è off limits per la quarantena di altri 34 migranti arrivati due giorni fa. La struttura avrebbe 700 posti, ma da anni attende una ristrutturazione che ne renda agibili tutti i padiglioni.

Che a marzo le partenze dalla Libia si fossero magicamente interrotte era un’illusione: al contrario, l’assenza di sorveglianza e di mezzi di soccorso ha fatto sì che per tutto il mese la “guardia costiera libica” potesse intercettare e riportare nel paese in maniera indisturbata i migranti che cercavano di raggiungere l’Europa. E i respingimenti continuano: ieri è toccato ad almeno 67 persone, come ha denunciato la missione dell’OIM in Libia.

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