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L’assurda guerra delle mascherine tra Lombardia e governo

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La nuova ordinanza della Lombardia, che impone l’obbligo di coprirsi il volto quando si esce di casa, si inserisce nella polemica senza fine del governatore con il governo centrale, e sembra più che altro una mossa di propaganda

Ieri la regione Lombardia ha emanato una nuova ordinanza, che conferma fino al 13 aprile le restrizioni già in vigore ma prevede anche un nuovo obbligo: quello di coprirsi il volto quando si esce di casa. Se non avete una mascherina — dato che non è facile trovarle neanche per il personale medico — niente paura: l’ordinanza specifica che ci si può coprire anche con “sciarpe o foulard.”

Il provvedimento segna un nuovo punto del conflitto tra il governo centrale e la regione, guidata da Attilio Fontana. La tensione è così alta che ieri, a un’intervista al quotidiano La Verità, Fontana ha dichiarato che “Erano già arrivati i militari per la zona rossa a Bergamo. Poi Conte ha cambiato idea,” una dichiarazione bollata come “falsità pura” da una fonte del governo. La polemica in questo caso riguarda la mancata decisione di applicare una “zona rossa” attorno ai comuni più colpiti della bergamasca, che secondo molti ha contribuito a causare un vero e proprio disastro sanitario, ma su cui il governo e la regione si rimpallano la responsabilità da settimane.

Ma la nuova ordinanza non è soltanto un atto polemico nei confronti della maggioranza e di chi, al suo interno, cerca di affrettare una riapertura, ma anche un segnale nei confronti degli amministratori locali “non allineati.” Come il sindaco di Milano Beppe Sala, che pochi giorni fa ha firmato, insieme ad altri sindaci lombardi, una lettera molto dura nei confronti della regione, a proposito della strategia poco chiara sui tamponi e del mancato arrivo dei dispositivi di protezione individuale.

Visto il contesto in cui è stata emessa e l’asserzione su sciarpe e foulard — quasi surreale — la mossa sembra prevalentemente propagandistica. Il principale problema sul fronte mascherine, infatti, non è tanto convincere le persone a mettersele, quanto che nessuno sia ancora in grado di fornire mascherine adeguate in quantità sufficiente nemmeno ai medici — figuriamoci alla popolazione comune. La situazione sembra gestita con un certo livello di improvvisazione, al punto che ci si affida ancora ad espedienti e misure strettamente locali. Come nel caso delle trentatremila mascherine di produzione cinese che ieri hanno avuto “una sorta di lasciapassare” preferenziale alla dogana di Como, e ora verranno distribuite prevalentemente nelle farmacie di Piemonte, Lazio e Calabria.

A due mesi abbondanti dall’inizio dell’epidemia in Italia, sembra che ancora nessuno sia in grado di assicurare un’adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, in primis al personale sanitario, che sta pagando il prezzo più alto per colpa di questa impreparazione. Pochi giorni fa, il Presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, ha denunciato che le oltre 600 mila mascherine fornite dalla protezione civile non erano adeguate per l’uso sanitario. Si è trattato del secondo incidente di questo tipo nel giro di poche settimane — come dimenticare le mascherine ridicolizzate dall’assessore lombardo al Welfare Gallera durante una conferenza stampa, paragonate alla “carta igienica”?

Per questo si sta ricorrendo anche a soluzioni straordinarie, che prevedono addirittura l’utilizzo dei detenuti di alcune carceri italiane — da istituti di Milano, Salerno e Roma — come forza lavoro per produrre le mascherine destinate, almeno inizialmente, agli altri detenuti italiani e al personale dei penitenziari. Le macchine per la produzione dovrebbero arrivare intorno a metà aprile.

Ma allora le mascherine servono, o no?

C’è da dire che la questione è stata gestita in maniera pessima in (quasi) tutto il mondo: per mesi abbiamo sentito dire che l’utilizzo di mascherine era utile soltanto per il personale sanitario e per le persone certamente infette, ma questo argomento si è rivelato sostanzialmente controproducente, e ha reso molte persone — giustamente — scettiche sulla chiarezza delle idee del proprio governo nella gestione della pandemia.

Leggi anche: Perché l’Italia si è dimostrata così impreparata di fronte alla pandemia?

Le mascherine, in realtà, possono aiutare in maniera significativa a contenere il contagio. Eppure anche il capo della Protezione civile Borrelli, in aperta polemica con la decisione della Lombardia, ha dichiarato che non le usa: “Rispetto le regole del distanziamento sociale. La mascherina è importante, se non si rispettano le distanze, per evitare l’infezione da virus.” I consigli ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono abbastanza chiari: la mascherina è strettamente necessaria solo per chi entra a contatto con persone che si sospetta possano aver contratto l’infezione. Ma nel caso delle uscite in pubblico — al supermercato o altrove — come si fa ad esserne sicuri? Contando, inoltre, che c’è una vasta platea di persone asintomatiche o paucisintomatiche a cui non è mai stato fatto un tampone. Per questo, gli stessi esperti dell’Oms si stanno orientando di recente verso una revisione delle proprie indicazioni, raccomandando l’utilizzo delle mascherine in pubblico quando possibile.

In definitiva, visto che mettersi la mascherina è opportuno ma non è detto che riusciate a trovarne una decente, non resta che prodursela da soli. Ma come? Beh, ci sono dei materiali più adatti di altri, secondo uno studio dell’università di Cambridge. La sciarpa come efficacia non è male, ma è tra i più bassi tra gli oggetti di uso comune presi in considerazione. Se volete andare davvero sul sicuro, utilizzate i sacchetti dell’aspirapolvere.

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