Sul caso del sedicenne ucciso a Napoli la stampa italiana ha dato il peggio di sé

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La principale preoccupazione della stampa italiana sulla tragedia di Napoli è cercare di stabilire se la morte di un sedicenne sia stata meritata oppure no.

Una notizia è riuscita a emergere dal rumore di fondo mediatico causato dall’epidemia del nuovo coronavirus: si tratta della morte di un ragazzo sedicenne a Napoli, ucciso la notte del primo marzo con due colpi di arma da fuoco, di cui uno alla nuca, da un carabiniere fuori servizio che il ragazzo stava cercando di rapinare con una pistola giocattolo. In seguito alla morte del ragazzo, i familiari della vittima hanno “devastato” il pronto soccorso dell’Ospedale dei Pellegrini, dove il giovane era stato portato dopo l’accaduto. Il carabiniere è ora indagato per omicidio volontario.

La vicenda spinge a diversi spunti di riflessione: ci si potrebbe interrogare sulle condizioni economiche e sociali che spingono un sedicenne a tentare una rapina a mano armata nel centro della terza città italiana. Oppure si potrebbe riflettere sulla preparazione all’uso delle armi da fuoco delle forze dell’ordine italiane, il cui utilizzo eccessivo della violenza è ampiamente documentato

Gran parte della stampa italiana, invece, ha preferito affrontare la notizia con una serie di articoli discutibili, molti dei quali incentrati in sostanza sulla domanda: ma il giovane se lo è meritato o no? Libero e il Giornale, le due testate che si pongono il quesito, hanno anche una risposta, ovviamente positiva.

Ma non sono solo i tabloid di destra a coprire la notizia in modo distorto e pericoloso. Anche giornali identificati in genere come progressisti, come Repubblica, hanno dato spazio a commenti non molto approfonditi, puntando il dito sulla evidente “cultura criminale” in cui era immersa la giovane vittima — si sa, del resto, che nascere in aree problematiche è una colpa sempiterna che merita di essere punita a colpi di arma da fuoco.

La tendenza generale, in una vicenda che — in quanto molto complessa per implicazioni sociali — andrebbe analizzata con toni più pesati e in modo più approfondito, viene banalizzata per discutere se la vittima abbia meritato o no di morire, un elemento che in un paese civile non dovrebbe nemmeno entrare nella discussione pubblica. 

Questa semplificazione fa passare anche un vocabolario deformato e infantilizzante, quello che utilizza in varie salse l’odiosa espressione baby rapinatore, ampiamente diffusa ad esempio durante la copertura televisiva e radiofonica della Rai.

Del resto la stampa italiana è in buona compagnia. Il ministro dell’Ambiente e probabile futuro candidato per il Movimento 5 Stelle alle elezioni regionali campane, Sergio Costa, ha commentato l’episodio con queste parole: “Una vita in meno è una sofferenza per tutti, però non dimentichiamo che è un rapinatore. E questo è un fatto.”  E l’ostilità verso il sedicenne ucciso per strada è bipartisan. L’ex ministro dell’Interno Salvini, ovviamente, ha ritenuto di dover commentare a sua volta l’accaduto, mettendo in chiaro che “sta dalla parte del carabiniere.”

L’impressione generale è che la notizia, anziché venire inquadrata in un ragionamento costruttivo, con un approfondimento delle condizioni in cui si è svolta la vicenda e un dibattito sulle possibili soluzioni per evitare che eventi del genere si verifichino ancora, sia stata catalogata semplicemente nel dibattito sulla legittima difesa e l’uso delle armi da fuoco.

Lo spostamento a destra dei media, della politica e dell’opinione pubblica del paese ha portato negli ultimi vent’anni a una progressiva radicalizzazione del dibattito al riguardo, accelerata con l’arrivo di Matteo Salvini al ministero dell’Interno e con l’approvazione, alla fine dello scorso marzo, della nuova legge sulla legittima difesa

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