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Quel tremendo di Tutti Fenomeni ci ha raccontato Merce Funebre

“Sono così nella vita, sono un po’ tremendo. C’ho quel modo di rispondere che può mettere anche un po’ in imbarazzo.” Tutti Fenomeni ci ha spiegato quanto ci sia di vero in quello che è stato scritto di lui e come sia riuscito a scrivere un album così ironico e denso.
“Sono così nella vita, sono un po’ tremendo. C’ho quel modo di rispondere che può mettere anche un po’ in imbarazzo.” Tutti Fenomeni ci ha spiegato quanto ci sia di vero in quello che è stato scritto di lui e come sia riuscito a scrivere un album così ironico e denso.

Tutti Fenomeni — o Giorgio, come preferite — è romano ma non è un cultore della romanità. Prima di uscire con il suo disco d’esordio ha pubblicato su YouTube alcuni singoli riconducibili al macrocosmo della trap. Ma quando con la trap avrebbe potuto fare il salto di qualità ha piantato lì e si è messo a fare musica completamente diversa, più complicata, frutto di ricerche e interessi meno convenzionali del comune, zeppa di riferimenti. Il tutto è confluito in Merce Funebre, il primo disco dell’artista uscito il 17 gennaio. In meno di una settimana Merce Funebre è stato già tradotto in meme — quello dove Alessandro Barbero pronuncia un passaggio di “Trauermarsch” —, ma leggere le canzoni di Tutti Fenomeni solo a questo livello non rende giustizia all’artista e al disco, così ci siamo fatti spiegare da lui quanto ci sia di vero in quello che è stato scritto di lui e come sia uscito un album così ironico e denso.

Innanzitutto, come stai?

Bene, sono qui a Milano, ho fatto una due giorni, un po’ di interviste, cose… 

Quella parte noiosissima in cui rispondi sempre alle stesse domande…

Si esatto, io pure alla fine mi areno sulle stesse risposte. Magari la noia mi fa venire un po’ di fantasia. (ride)

 

Visto che il disco è uscito venerdì scorso e sono già usciti parecchi articoli, ti trovi d’accordo con quello che è stato detto finora del tuo disco?

Domanda interessante… Non lo so. Devo dire che comunque io sono la persona più critica nei confronti di me stesso, quindi quello che penso io di me stesso non lo dirò. Quello che hanno capito gli altri non posso dire che è quello che penso io di me stesso ma, comunque, le cose che ho letto non mi sembrano negative. Sono abbastanza contento di come è stato annunciato o recensito. Poi ognuno può interpretarlo come vuole.

In generale infatti mi sembrano tutte opinioni positive.

Mi sembrano tutte cose che evidenziano una discontinuità e un distacco sia con quello che facevo prima, sia con quello che fanno tutti. Quel punto mi va bene. C’erano cose su cui non ero proprio d’accordo oppure delle cose che avevo trovato approssimative. Ad esempio mi ricordo che in un articolo c’era scritta una cosa del tipo “alla fine l’amore è la cosa che redime tutto, questo nichilismo.” E di sicuro io non ho fatto questo nel mio disco. Però in effetti se poi lo ascolti bene i momenti che danno senso alla vita sono quelli d’amore.

Quel tema lì non è centrale nel disco, ma c’è.

Non è centrale nel disco ma in effetti uno che non è me, ascoltandolo, potrebbe interpretarlo in quel modo. In generale tutte le interpretazioni mi hanno fatto vedere sfumature del mio lavoro e comunque mi hanno fatto bene. Anche quelle più critiche.

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Parlando dell’album si è sottolineata molto la produzione di Niccolò Contessa. C’è un aspetto particolare in cui senti che questa collaborazione ti ha aiutato? Un brano che dici sono riuscito a chiuderlo perché lui mi ha dato questo suggerimento.

Beh no, diciamo più che altro è stato per me una figura a cui chiedere consiglio. La musica lui l’ha eseguita, ma è una mediazione tra il mio gusto e le mie intuizioni, e quello che lui sa fare. Invece per quanto riguarda i testi, io gli ho pure provato a chiedere ogni tanto se preferiva un articolo o una preposizione rispetto a un’altra. Ma fondamentalmente faccio tutto io. Alle persone chiedo pareri o cose, ma mi fermo lì. Direi che abbiamo lavorato insieme.

Su binari diversi però.

Si, su undici canzoni solo due, “Mogol” e “Filosofia”, erano delle strumentali pronte su cui ho cantato. 

Ho letto che voi non vi conoscevate nemmeno prima di lavorare insieme.

Io non conoscevo proprio il nome Niccolò Contessa. Conoscevo I Cani, avevo sentito la loro canzone “I Pariolini di 18 anni” una settimana dopo che era uscita, ma io allora avevo tipo 14 anni. Io e Niccolò abbiamo dieci anni di differenza e quando uscirono le prime cose io ero piccolo. Quella canzone in particolare mi piacque molto, ma poi non ho dato continuità perché ero in altre tematiche, stavo al primo anno di liceo. Le altre non mi piacquero e me le scordai. 

Poi è successo che lui si è fatto vivo e io, un giorno, ho capito che avevo beccato un pesce grosso dal punto di vista di quello che serviva a me in quel momento. Io facevo musica usando le basi di fortuna che si trovano su YouTube, usando roba dei produttori. E a un certo punto mi ritrovo uno che mi fa complimenti. Per me era un cantante che mi faceva i complimenti, mi piaceva che si fosse esposto nei miei confronti. Però poi ho scoperto che era un genio del computer che manipola il suono a suo piacimento e io, avendo delle idee di come far suonare le cose, ho realizzato che era perfetto per me. È nato un grande sodalizio.

Immagino che poi avrai scoperto cose sue che non conoscevi o non apprezzavi.

Dopo mi sono ascoltato tutti e tre gli album e adesso li so tutti a memoria e mi piacciono molto.

La sensazione è che certe cose le vediate in modo simile.

Si esatto, quel legame è il motivo per cui lavoriamo insieme. Poi io vengo influenzato da tutto, quindi se ho ascoltato per due mesi i suoi tre album di fila qualcosa la introietto, non posso negarlo. Però l’ho proprio visto, ormai ci frequentiamo da un anno e mezzo e ci siamo entrambi influenzati.

Invece da dove arrivano tutti questi riferimenti classici?

Guarda, diciamo che se non fosse per il calcio, che è l’hobby che mi lega alla popolazione europea, per quanto riguarda tutto il resto del tempo libero non faccio cose convenzionali. Non guardo serie tv, non seguo comici americani, non ho Facebook. E quindi, da quando so che voglio fare qualcosa di artistico, sfrutto quel tempo a mio vantaggio. Leggo, mi informo, trovo delle cose da citare che mi piacciono, trovo delle cose che mi fanno pensare. E Battiato è proprio il mio cantautore di riferimento, ma proprio di riferimento di brutto, tanto, non so come spiegare. Si può dire che in questo mio primo disco ci siano un sacco di cose che piacciono proprio a me. 

Visto che ne hai parlato e che nell’album ci sono alcuni riferimenti calcistici, Lazio o Roma?

Lazio, scritto sulla pietra. Ma non ho niente a che fare con lo stadio, con la curva. Sono, purtroppo, un tifoso solitario, non ho nemmeno amici della Lazio, ma solo della Roma. Mio nonno era laziale, io mi guardo le partite, sto in fissa. Il problema non è tanto che vedo la Lazio, il problema è che dal venerdì al lunedì mi vedo tutte le partite.

Tornando all’album, questo modo di scrivere così diretto invece è una cosa che hai ricercato oppure ti viene naturale?

Sono così nella vita, sono un po’ tremendo. C’ho quel modo di rispondere che può mettere anche un po’ in imbarazzo. Ma è anche una forma di ironia. Ero un ragazzo che faceva delle canzoni con delle basi prese da YouTube. Adesso è come se fossi passato a un gioco molto più realistico. Quando ho scritto le canzoni non pensavo all’album, mi stavo divertendo, ero felicissimo. È stato proprio un bel periodo per me. Poi abbiamo deciso di farlo diventare un disco e ha preso anche un senso tutto insieme. Però non l’ho preso come una cosa strettamente lavorativa, per quello mi hanno aiutato Niccolò ed Emiliano (Colasanti, 42 Records ndr). Non che non volessi essere professionale, ero già felice che stavo facendo delle canzoni di un livello molto più alto di quello che facevo.

Anche perché comunque è il tuo primo disco, quindi immagino non avessi la routine dell’artista che periodicamente lavora a un nuovo album.

Esatto, zero routine. È stata una cosa divertente con un fratello maggiore che sapeva fare delle cose che io non sapevo fare. 

Ho letto che quando hai scritto “Filosofia” eri in un periodo più tranquillo rispetto all’idea di fare musica. C’è stato un momento in cui hai pensato che la musica non fosse la tua strada?

Certamente sì, mi metto continuamente in discussione. Poi sai, i dischi sono pronti già un bel po’ prima di quando escono, quindi ho avuto un po’ di momenti in cui non ero sicuro che era quello che volevo dare agli altri. Invece una volta che è uscito mi sono molto sbloccato da questo punto di vista. Anzi, paradossalmente quando esce un singolo sono più in ansia, mentre ora che è uscito tutto il progetto insieme, che ha una sorta di continuità, mi fa stare più tranquillo. Il fatto che ci sono tutte le canzoni mi protegge di più come cosa, non so come spiegarlo. 

Qual è il tuo rapporto con la musica? 

Mi piace ascoltare canzoni che gli altri non sanno come si chiamano. Sono geloso della mia musica, delle ricerche e del mio tempo speso a ricercare. Le stesse mie canzoni sono il mio tempo passato alla ricerca. 

Nelle mie canzoni il testo era centrale anche prima. Però prima sfidavo un pochino i tabù, quello che non si poteva dire. Questo mondo del rap mi aveva un pochino invaso il cervello. E in più, purtroppo, avevo avuto degli attestati di stima da gente davvero brava a fare rap, e questo aveva fatto sì che rischiassi di continuare a farlo molto seriamente. 

C’è qualcosa in particolare che senti di non apprezzare più come un tempo della trap?

Si, io ho proprio staccato la spina a quella cosa. È stata una fase e comunque me ne pento. Cioè non me ne pento di dire che me ne pento. Poi di sicuro mi ha costruito, mi ha fatto migliorare e mi ha fatto comunque evolvere. Quella parte è fondamentale per me, racchiude anche l’essenza di come scrivo ora, però adesso ho migliorato il vocabolario. Mi sono reso conto che con il supporto di Niccolò Contessa e il mio gusto musicale possiamo andare molto più lontano. 

Da che cosa nascono invece le idee per i video, ad esempio quello di “Trauermarsch”?

Le idee per i video sono sempre e soltanto mie, nel bene o nel male. Per essere a mio agio con me stesso devo essere maniaco del controllo sulla mia immagine. E comunque sono uno che giudica molto le immagini, se vedo il video di una canzone capisco subito se mi piace o no e sono uno che si fa influenzare molto dalle cose. È come nel caso di Contessa, magari non l’ho ascoltato quando avevo 14 anni, ma l’ho riascoltato dopo e mi è piaciuto molto, in un altro modo. Allo stesso modo, nel caso di “Trauermarsch,” tutti i miei amici avevano visto Eyes Wide Shut e io mi sentivo un po’ un coglione a non averlo visto. Anzi di solito quando tutti hanno visto una cosa, io non la vedo, perché non mi va di vederla più tardi. 

Giusto, anch’io non ho mai letto il Piccolo Principe e probabilmente non lo leggerò mai proprio per questo motivo.

Però grazie a dio Eyes Wide Shut è diverso dal Piccolo Principe. In poche parole avevo visto il film qualche mese prima di girare il video, ho visto quella scena e mi aveva folgorato. Ma più che folgorarmi quella scena, mi aveva folgorato la musica di Jocelyn Pook. E quindi la parte finale della canzone è ispirata alla musica che c’è in quella scena. Poi l’idea di fare il video è stata una cosa che ho buttato lì sul tavolo pensando fosse impossibile da fare. 

Diciamo che non è un video canonico.

No no, ci siamo fatti il culo per farlo. 

Invece, parlando di Roma, ormai siamo abituati ad associare agli artisti romani dei luoghi specifici… 

In realtà non amo granché quelli che parlano di Roma. Però sicuramente un luogo che mi ha cresciuto è un parco che si chiama Villa Pamphili, io abito lì vicino. È vicino al Gianicolo, a Trastevere, però non sono uno che si vive la romanità. Molte volte mi hanno detto che non si sente nemmeno che ho l’accento di Roma, mi è capitato. Non sono uno radicato tanto nella città, quanto in alcune sue piccole cose. 

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