La sconfitta PD – 5 Stelle alle elezioni in Umbria è quello che succede quando si sbaglia tutto

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La leadership di Di Maio assomiglia sempre di più a quella della fase della crisi di Renzi: un leader politico che perde sempre, ma che per qualche ragione strutturale del proprio partito non riesce a essere scalzato da qualcun altro.

Anche oggi è il giorno di un’analisi della sconfitta per il “centrosinistra” italiano e i suoi nuovi partner pentastellati. Le elezioni in Umbria sono andate male: la destra ha vinto in una regione che da quando sono state fondate le regioni, nel 1970, non era mai riuscita a controllare. Donatella Tesei è data al 58%, con circa 20 punti di vantaggio sullo sfidante Vincenzo Bianconi. La Lega viaggia verso il 38%, ma bisogna notare anche il risultato di Fratelli d’Italia, che con il 10% ha superato M5S e Forza Italia.

Il dato più rilevante però è indubbiamente quello del Movimento 5 Stelle, che esce a dir poco ridimensionato dal confronto. Alle elezioni del 2018 il partito di Casaleggio aveva incassato il 27,5%, e alle Europee aveva il 14,63%. Praticamente ogni volta che si va a votare il Movimento prende la metà dei voti di prima. In queste ore Di Maio sta cercando di continuare a fare il capo, addirittura mettendo mine sotto le possibili alleanze con il Pd in Calabria ed Emilia Romagna — un perfetto esempio della sbalorditiva astuzia del capo politico 5 Stelle, disposto a sacrificare una vittoria quantomeno possibile, in Emilia, come reazione a una sconfitta che era ampiamente preannunciata.

È impossibile guardare a questo risultato senza aspettarsi un momento di resa dei conti all’interno del Movimento 5 Stelle. La leadership di Di Maio assomiglia sempre di più a quella della fase della crisi di Renzi: un leader politico che perde sempre, ma che per qualche ragione strutturale del proprio partito non riesce a essere scalzato da qualcun altro. I meccanismi che governano il M5S, da questo punto di vista, rendono la tensione interna al partito ancora più forte, e il rischio di reazioni impulsive è ancora più alto. La compagine parlamentare del Movimento non ha effettivi poteri sul capo politico, e al tempo stesso sembra impossibile immaginare che il lato corporate del Movimento sia particolarmente soddisfatto della performance del partito nell’era Di Maio: da fuori, tuttavia, è praticamente impossibile capire dove e come questa tensione verrà sfogata, e a quali conclusioni arriverà l’amministrazione del partito. 

Nonostante i comprensibili proclami di Salvini e Meloni, secondo i quali il governo ha i giorni contati, questa sconfitta della coalizione giallorossa avrà probabilmente l’effetto di consolidare la maggioranza. Quando fuori fa freddo bisogna stare stretti: sembra molto difficile che a qualche membro della coalizione governativa venga voglia di far cadere il governo per lanciarsi verso nuove elezioni politiche nazionali, che allo stato di cose attuale potrebbero essere per tutti, tranne forse il Pd, un vero e proprio bagno di sangue.

Oggi il segretario Pd Nicola Zingaretti è, ironicamente, il più deciso a difendere l’alleanza con il M5S anche alle elezioni locali. La posizione del suo partito in questo caso è potenzialmente interessante, ma anche ambigua e pericolosa. L’ideale per il Pd sarebbe infatti cucinare a fuoco lento gli alleati, proprio come ha fatto prima di loro Salvini, cercando di rosicchiare una fetta sempre più consistente del loro volatile elettorato. Questa tattica, però, al momento presenta due problemi: 1) bisogna avere una proposta politica forte e ideologica con cui mettere sotto i 5 Stelle, qualcuno ha sentito qualcosa di forte e ideologico provenire dal Pd? 2) avere tempo e costanza. La rapidità con cui il M5S sta andando incontro a una spaventosa autocombustione rende incerta la loro stessa esistenza di qui a un anno. Visto l’andazzo, a questo punto è legittimo discutere se al Pd convenga prolungare questa alleanza anche sul lungo termine. D’altronde, però, adesso il Partito non può scaricare del tutto i grillini, visto che farlo significherebbe far cadere il governo. Una brutta situazione, in cui sembra che ci sia odore di sconfitta su qualsiasi strada si intenda percorrere.

Questo è un altro aspetto del problema fondamentale, che sta alla base della coalizione giallorossa: ha senso solo se vince, perché non c’è nessun legame ideologico forte tra i due partiti, e in questa nuova dinamica post–bipolarista cade anche la retorica del governo di coalizione per necessità, come avevano cercato di fare in prima battuta Lega e 5 Stelle. Perché la coalizione possa vivere oltre le speranze di vittoria — ovvero, di acquisizione del potere — serve che il Movimento 5 Stelle sappia riconfigurarsi come vera e propria costola populista del centrosinistra. Un’operazione che sotto l’attuale leadership di Di Maio è semplicemente impensabile — ma che resta di fatto l’unica opzione davanti al partito, di fronte a un centrodestra che, lo dicono i numeri, non avrà bisogno di stampelle per il prossimo futuro — e la condizione di stampella per qualcun altro è l’unico obiettivo politico a cui il partito sembra poter realisticamente ambire.

Si può dire che sta andando quasi tutto come a the Submarine avevamo sperato che non andasse. Il governo giallorosso non sta facendo nulla di quello che serve per far dimenticare all’elettorato la destra: misure concrete e di chiaro, immediato effetto economico sui ceti più bassi della popolazione; scelta e realizzazione di provvedimenti bandiera come la nazionalizzazione delle autostrade; lasciar perdere le divisioni interne o le scissioni ridicole per presentarsi come compatti, relativamente disinteressati e volenterosi. Per spezzare il dominio ideologico della destra, che sta inquinando sempre di più il modo di pensare di questo paese, non servono coalizioni tenute insieme dalla forza dei numeri, ma dall’intenzione di realizzare politiche ben precise in favore della fascia più svantaggiata della popolazione. Se questo governo continuerà con questa strada, invece, difficilmente la destra potrà non essere rafforzata.

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