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I problemi di ieri sono l’ennesima prova che i social network devono essere condotti sotto il controllo della collettività.

Ieri avete dovuto smettere di lamentarvi del caldo almeno per qualche ora: dalle due di pomeriggio Facebook ha avuto problemi di caricamento lunghi ore, e il malfunzionamento ha portato con sé anche problemi di visualizzazione e upload delle Stories di Instagram e di invio dei messaggi, soprattutto vocali e immagini, di WhatsApp.

Come sempre, Facebook risponde alle emergenze come se si trattasse di una piccola azienda che si occupa di un prodotto di intrattenimento, e non come un colosso che controlla tre dei sistemi di comunicazione più diffusi al mondo. L’azienda si è limitata a commentare dicendo che era stato causato da un “errore” durante delle “operazione di manutenzione di routine” — un po’ quello che sostenevano i tecnici della centrale di Chernobyl. Dopo un paio d’ore il sito e i servizi hanno ripreso a funzionare, ma hanno avuto problemi di caricamento per il resto della giornata. Mentre scriviamo almeno una persona nel coworking che ospita the Submarine continua a non riuscire a caricare Storie su Instagram :(

Scherzi a parte. Il black–out ha rivelato al contrario il vero e proprio panopticon con cui le macchine di Facebook vedono il mondo —mentre non venivano caricate le foto, i browser visualizzavano al loro posto il testo “alternativo” che il social network inserisce come misura di accessibilità per le persone ipovedenti o cieche: ogni foto è infatti accompagnata da un tentativo di descrizione che gli algoritmi di riconoscimento d’immagine dell’azienda producono per le persone che usano screen reader, ma che vengono anche utilizzate internamente. Forse è successo anche a voi: nella vostra sezione Foto di Facebook, avevate più “image may contain: cat” o “image may contain: people smiling, outdoor”? 

La mancanza di trasparenza di Facebook è incompatibile con il livello di radicamento che il servizio ambisce di avere nelle nostre vite. E, per qualche ragione, i black–out sembrano diventare sempre più frequenti. Solo lo scorso marzo Facebook e le sue altre proprietà hanno attraversato il periodo di disservizio più lungo dal 2008. Malfunzionamenti, anche della parte Business — che è quella che dovrebbe far cassa — sono estremamente comuni.

Le variabili da prendere in considerazione nel corso dei black–out di Facebook sono infinite. Dalle più banali — chi paga il danno economico per le centinaia di migliaia di realtà commerciali che vivono facendo marketing sulle piattaforme di Facebook? — alle più drammatiche — quanti si sono trovati in pericolo e non hanno potuto scrivere a persone care?

Il senso di impotenza scaturito dalla sensazione che le proprie comunicazioni siano in mano ad un’entità dispotica e fuori da qualsiasi controllo, che può permettersi di andare in down con grande frequenza giustificandosi come farebbe uno stagista alle prime armi, è sintomatico di quanto queste questioni siano importanti, e allo stesso tempo totalmente estranee a quasi ogni agenda politica occidentale — basti vedere la preparazione dimostrata dal parlamento europeo sul tema dell’articolo 13, o sull’audizione-farsa a Zuckerberg. 

Ne parlavamo già due anni fa, ma sembra che la situazione non sia molto cambiata: quasi ovunque manca una figura istituzionale preparata ad occuparsi di tali questioni con le competenze e il peso negoziale necessari a legiferare in merito a una questione tanto delicata. La presenza del termine “digitale” in politica è confinata in qualche delega inclusa in alcuni ministeri, nulla di più gran parte della vita quotidiana dei cittadini si svolge su queste piattaforme. 

Dal disastro europeo nella gestione del diritto d’autore, all’oscuramento di internet in Myanmar e recentemente in Sudan, è facile lasciarsi prendere da un rigurgito libertariano e rifiutare qualsiasi incursione dello stato nella tecnologia: ma, i limiti di competenze tecniche dei nostri politici attuali non fanno altro che sottolineare quanto questi temi siano centrali della nostra vita. E dunque vadano affrontati da qualcuno che non faccia parte del CDA di una multinazionale della Silicon Valley. La politica occidentale, però, ha lasciato i propri cittadini completamente allo scoperto, in balia dei divertimenti di una classe di tecnici selezionata solo attraverso meccanismi di mercato — peraltro profondamente deformati.

L’esempio più immediato: se fosse stato impedito a Facebook di acquisire Instagram e WhatsApp — e se non fosse in corso una profonda unificazione del backend di questi servizi, venendo a creare un monopolio potentissimo — ieri le persone avrebbero avuto strumenti alternativi per comunicare. 

Ma non ci si può fermare qui: questa generazione di servizi digitali è certamente più solida di quelli che l’hanno preceduta, e durerà molto di più di MySpace e Friendster; ma col tempo saranno anche loro sostituiti. Per questo è fondamentale lavorare non solo contro queste aziende, ma per la costruzione di standard condivisi, pubblici, che permettano la costruzione di una nuova generazione di comunicazioni che sia distribuita, mossa da interesse pubblico e collettivo, facile da usare ma non mossa dalla necessità di rilasciare endorfina durante l’uso. 

Non basta reinventare la posta elettronica, non solo per problemi di esperienza d’uso ma perché la forza centripeta dei nuovi servizi monopolisti è fortissima. Qualsiasi alternativa che non potrà offrire compatibilità e pari funzionalità degli attuali prodotti centralizzati, infatti, non avrà mai alcuna possibilità sul mercato. Ormai siamo già tutti su WhatsApp: riuscire ad essere tutti da un’altra parte è una missione praticamente impossibile nel contesto dei meccanismi di mercato. 

È un lavoro per la politica, non per l’accademia. Facebook deve poter continuare a operare: ma deve farlo in un nuovo contesto che permetta di parlare tra utenti di servizi diversi, e di esportare, cancellare, gestire . E se un’evoluzione di queste piattaforme in questo senso ne limiterà i guadagni, bisogna, di nuovo, avere la forza politica di ammettere che quelli erano soldi che — semplicemente — non si dovevano poter fare. Senza un intervento della politica che spinga verso la trasformazione della messaggistica e dei social media in un servizio pubblico, sul lungo termine abbiamo di fronte solo due futuri possibili: il controllo totale di una corporazione su tutto il pensiero umano, o un black–out non risolvibile e di una gravità tale che improvvisamente lasci tutti isolati.

In questo decennio di grande confusione abbiamo scambiato la comodità di queste piattaforme per una nuova forma di libertà, pensando che la diffusione esplosiva di nuove tecnologie potesse essere una risorsa impagabile per la democrazia. Al contrario il risultato che abbiamo ottenuto è stata la resa della nostra libertà a comunicare, ormai, di fatto e forse a lungo, privatizzata.

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Blogger, designer, cose web e co–fondatore di the Submarine.