La lotta ai migranti di Trump ha aumentato in maniera drastica la pressione sulle persone che cercano di raggiungere gli Stati Uniti, spingendole lungo tratte sempre più pericolose.

Se avete aperto un quotidiano online oggi, o avete letto la nostra rassegna stampa, l’avete vista. È la foto della giornalista con base in Messico Julia Le Duc, che ritrae i corpi di un uomo e di una bambina di due anni, sua figlia, morti annegati mentre cercavano di attraversare il confine con gli Stati Uniti lungo il Rio Grande.

La foto arriva nel momento più caldo del dibattito sulla gestione dell’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump, che negli ultimi mesi non è stata solo particolarmente repressiva, ma anche profondamente caotica, con una serie di figure pro tempore entrate e uscite dalla “porta girevole” della Casa bianca, senza assumersi nessuna responsabilità, mentre la popolazione statunitense è sempre più spaccata, tra gli scandalizzati e chi è ormai completamente desensibilizzato.

La notizia che più ha scosso l’opinione pubblica negli ultimi giorni è la testimonianza di un’avvocata, Warren Binford, che ha potuto visionare le condizioni in cui sono costretti i bambini intrappolati nelle strutture della polizia doganale (il Border Patrol) in Texas. Intervistata da Isaac Chotiner, Warren Binford racconta di bambini sprovvisti di coperte per coprirsi, senza accesso ad acqua corrente e sapone per lavarsi, pochissimo cibo, completamente abbandonati a loro stessi, con i bambini più piccoli — spesso di meno di cinque anni — lasciati in custodia ai bambini più grandi, tra gli otto e i dodici. La storia raccontata da Binford è arrivata solo giorni dopo una denuncia simile raccolta da Associated Press riguardo a un altro centro gestito dal Border Patrol a El Paso.

La situazione è così grave, così inimmaginabile, che la rappresentante democratica di New York Alexandria Ocasio–Cortez ha scatenato un dibattito sull’opportunità di chiamare i centri di detenzione “campi di concentramento,” o meno. Gli storici concordano: lo sono a tutti gli effetti.

I meccanismi della burocrazia permettono alla macchina di contrasto alla migrazione di prodursi in comportamenti semplicemente crudeli. I tantissimi cittadini che si sono recati presso i centri di detenzione con pannolini, prodotti sanitari e alimenti si sono visti sbattere la porta in faccia. Non ci sono protocolli che permettono alla polizia di accettare donazioni materiali, e quindi anche se le risorse ci sono, non si possono dare ai bambini prigionieri.

La lotta ai migranti di Trump si è fatta così aggressiva da spingersi ben oltre il confine: a inizio mese la Casa Bianca ha puntato il proprio armamentario della guerra commerciale con la Cina contro il Messico, causando lo shock non solo del governo del presidente Andrés Manuel López Obrador, ma anche tra i repubblicani e nell’industria statunitense, che è, volendo usare un eufemismo, legata a doppio filo con quella messicana. A differenza dello stillicidio contro la Cina, i risultati, dal punto di vista di Trump, sono arrivati subito. L’altrimenti “progressista” governo messicano ha dovuto rapidamente piegarsi alle richieste statunitensi, dispiegando le proprie forze lungo il confine con il Guatemala. La repressione sul confine tra Messico e Guatemala è particolarmente ingiustificata: le persone che migrano da Honduras, Guatemala e El Salvador, scappano da paesi devastati dalla violenza, e sono universalmente considerati eleggibili a protezione umanitaria come rifugiati.

Come se non bastasse, Trump ha ripetutamente minacciato le comunità di migranti senza documenti che vivono vite assolutamente normali nelle grandi città statunitensi. Dietro la minaccia, che inizialmente sembrava una sparata infondata, si è scoperta poi la presenza di una vera operazione dell’ICE, l’authority di controllo delle migrazioni diventata un vero e proprio braccio armato dell’amministrazione, che progettava raid nelle case e nei posti di lavoro di migliaia di migranti, con l’obiettivo di deportare quante piú persone senza documenti possibile. Il raid ora è rimandato, di almeno due settimane, e la Casa bianca ne sta agitando lo spettro per cercare di costringere i democratici a piegarsi e votare una riforma “condivisa” della legge sulle migrazioni.

La stretta, retorica e violenta, contro l’immigrazione, è in qualche modo la fase due della piattaforma xenofoba con cui Trump si è fatto eleggere tre anni fa, e sarà la pietra angolare della sua campagna per la rielezione. Anche se, in qualche modo, un cantiere per la costruzione del muro con il Messico c’è già, la realtà non raggiungerà mai le promesse fantasmagoriche della retorica trumpiana. Serve quindi una nuova valvola di sfogo per soddisfare la base elettorale drogata di xenofobia: una nuova strategia della tensione che renda la vita impossibile agli stranieri, da vantare con progressivi livelli di arroganza durante la prossima campagna elettorale.

Dietro questa facciata di aggressione meticolosa c’è un caos istituzionale praticamente senza precedenti per gli Stati Uniti. L’ultima poltrona a saltare è stata quella di John Sanders, commissario pro tempore alla Protezione delle frontiere, sostituito da Mark Morgan, un fondamentalista anti-immigrazione, frequente ospite di Fox News, e attuale direttore, pro tempore anche lui, dell’ICE. All’ICE gli succederà il suo vice, Matthew Albence. Sanders è stato rimosso dal segretario pro tempore (forse iniziate a vedere una costante) del Dipartimento alla Sicurezza interna Kevin McAleenan, su indicazione della Casa bianca, non soddisfatta delle posizioni non abbastanza estremiste in merito alla gestione del confine. McAleenan gestisce la Homeland Security da poche settimane, dopo il repulisti avviato da Trump ormai due mesi fa con il licenziamento di Kirstjen Nielsen.

Il numero di migranti presi in custodia dalle autorità statunitensi nel solo mese di maggio è stato di 144200 persone, il massimo mensile da 13 anni. La settimana scorsa Zolan Kanno-Youngs aveva descritto per l’Independent come la crescente oppressione del governo statunitense avesse spinto sempre più migranti a cercare di attraversare il confine lungo il Rio Grande, un percorso ad altissimo tasso di mortalità, data le condizioni ambientali ostili. La maggior parte dei morti continua a essere per disidratazione, nel deserto, ma negli ultimi due anni sono almeno undici i morti confermati nel Rio Grande, e le circostanze rendono semplicemente inquantificabile il numero di morti mai scoperti.

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