Lo specchio nero di Dikotomiko indaga le rappresentazioni del neofascismo sullo schermo dal 2001 ad oggi, in un percorso originale di “visioni” eterogenee. Ne abbiamo parlato con uno degli autori.

Una selva di braccia tese a un concerto nazirock. La macabra “preghiera del manganello” intonata da un questurino davanti a una ragazza umiliata. Un esercito di zombie contro un centro d’accoglienza. Ma anche la freddezza omicida di Anders Breivik e le fiaccole spiegate al grido di Blood and soil! dai neonazisti a Charlottesville: sono alcune delle visioni che compongono Lo specchio nero, un singolare tentativo di indagare le rappresentazioni del neofascismo — o dei “sovranismi,” come si usa chiamarli adesso — sul grande e sul piccolo schermo, dal 2001 ad oggi.

Firmato dal “micro-collettivo” Dikotomiko e uscito lo scorso 25 aprile per i tipi di DOTS Edizioni, Lo specchio nero è un oggetto editoriale difficile da inquadrare: non è un saggio, ma neanche una raccolta di recensioni. Piuttosto, un percorso originale attraverso prodotti visivi profondamente eterogenei — si va dal film drammatico al comico, dal documentario al servizio televisivo — accomunati dalla raffigurazione, diretta o indiretta, di un fenomeno che oggi ci sembra scoppiato improvvisamente tra le mani, ma la cui genesi è molto più lontana.

C’è il fascismo dei pariolini di Paolo Virzì in Caterina va in città (2003) e quello militaresco dei celerini di Stefano Sollima in ACAB (2012); il fascismo grottesco parodiato da Guzzanti in Fascisti su Marte (2006) e quello che si traveste da difensore dei poveri e degli ultimi, raccontato con una visita nella sede romana di CasaPound da Abel Ferrara in Piazza Vittorio (2017). E c’è il confronto con l’estero, da The Act of Killing di Joshua Oppenheimer (2012) al neonazi drama di Nicolo Donato Broderskab (2009). Nel pieno stile con cui Dikotomiko si è fatto conoscere sul proprio blog — ma per un breve tempo anche su queste pagine — ad ogni titolo non è dedicata una semplice recensione, ma un testo che cerca di inquadrarne il senso e lo spirito con un taglio più profondo.

Lo specchio nero nasce con una visione chiaramente orientata, ma anche a suo modo laica,” mi spiega Massimiliano Martiradonna, una delle due anime di Dikotomiko. “Non voglio che sia preso come un libro eccessivamente militante: voglio parlare di visioni, perché altrimenti si pensa che da due anni a questa parte i fascisti siano spuntati dal nulla. Il nulla invece è stato il difetto di rappresentazione, non il difetto di esistenza.”  

Spiegami un po’ la scelta di partire dal 2001 e il senso della lunga “premessa biografico-generazionale” con cui si apre il libro — quasi un breve saggio politico sugli ultimi vent’anni.

Tieni conto che sia io sia Mirco Moretti — l’altra metà di Dikotomiko — abbiamo sui 46-47 anni: siamo una generazione abbastanza sconfitta, con gli stessi anni di Salvini e più o meno di Renzi, vedi te cos’abbiamo combinato… La premessa biografico-generazionale si è resa necessaria dopo un confronto con la direttrice editoriale di DOTS, che è molto più giovane di noi: nella prima bozza davamo per scontato che i fatti del G8 rappresentassero per tutti quello che rappresentano per noi, cioè, una cosa autoesplicativa. Invece dovevamo provare a spiegare in poche righe perché il G8 di Genova è stato un discrimine, specialmente in un paese con la memoria corta come il nostro. A me ha fatto strano, perché Genova l’ho vissuta come un incubo. Ma chi ha vent’anni oggi può viverla come io ho vissuto il sequestro Moro, quando avevo cinque anni.

E cosa ti sembra sia cambiato, quindi?

Innanzitutto c’è stato un passaggio epocale al livello del linguaggio. Mentre prima — e lo si vede bene in film come Caterina va in città — c’era la tendenza a ripulirsi la faccia, da parte di Alleanza Nazionale per esempio, per scrollarsi di dosso il cameratismo e il passato neofascista, oggi la tendenza è contraria: ti appropri degli slogan di CasaPound, come “Prima gli italiani,” e in questo modo li elevi… Rispetto all’epoca del berlusconismo ci sono i social, che sdoganano il ventre molle e marcio del paese. Berlusconi l’ha normalizzato per primo. Una volta normalizzato, venuti meno i filtri della preparazione, della militanza e della cultura, il terreno diventa fertile per un ritorno di certe ideologie.

Il libro è diviso in due parti: Prima gli italiani e A casa loro, dedicate rispettivamente a film italiani e esteri. E il punto di partenza è proprio una sostanziale differenza tra i due campi: “Ad ogni latitudine si indaga e si rappresenta il (ri)sorgere dei neofascismi, mentre in Italia si assiste a una sorta di soluzione finale, a un colpo di spugna…”

Sì, l’idea del libro nasce proprio da questo vuoto. Inizialmente volevamo parlare dei valori dell’antifascismo. Poi però abbiamo deciso di provare a guardare verso qualcosa che non c’era in Italia: una rappresentazione dei neofascisti al cinema. Nelle cinematografie di tutto il mondo ci sono interi generi che snocciolano il neonazismo come espediente narrativo — noi parliamo per esempio di neonazi drama. In Italia, invece, la borgata, la periferia e il degrado sono associati più alla malavita, a Gomorra, alla droga, che a una certa presenza politica. Quindi abbiamo dovuto fare un lavoro di scavo, a partire da docufilm come Piazza Vittorio di Abel Ferrara o Inconscio Italiano di Luca Guadagnino, che indaga il rimosso del colonialismo italiano. Passando per un film dissacrante come Fascisti su Marte, che se uscisse oggi sarebbe accolto da polemiche inverosimili.

Ma secondo te questa mancanza è dovuta a un fenomeno di rimozione, o è perché la materia è troppo viva e ancora attuale, e quindi è necessario affrontarla con gli strumenti del grottesco o del film di genere — come fanno Luca Miniero in Sono tornato e Luna Gualano in Go Home, per citare due esempi recenti?

Il problema è che in Italia il fascismo ha assunto le dimensioni di un tabù, perché non è stato affrontato a sufficienza. Tabù che poi diventa totem: eviti di parlarne, lo mitizzi, lo sacralizzi. Se ci pensi, nel resto del mondo non c’è una grossa differenza simbolica tra fascisti e nazisti, il termine fascist in inglese si usa per indicare entrambi. Qui invece, mentre da un lato dopo l’amnistia non sono stati fatti i conti con il fascismo, dall’altro una parte del pensiero di sinistra ha imposto una sorta di fatwa: se non parliamo dei fascismi, non esistono. Nello specifico non ti saprei dire perché: forse è anche per la romanità della maggior parte degli autori italiani, che devono fare i conti con una presenza fascista molto ingombrante. Fatto sta che qui non potrà mai uscire, che so, la storia di un ragazzo neofascista che va in corteo e ammazza una persona — tanto per dire, un plot banalissimo. Neanche a pensarci, neanche un film di serie C: non si può fare.

Il trailer di Broderskab (2009) di Nicolo Donato, un esempio di neonazi drama

Uno dei tentativi di “affrontare il mostro” è stato fatto da Crescere neofascisti, il documentario su Lealtà Azione trasmesso da Sky Atlantic il 18 novembre 2018 e poi fatto sparire in seguito alle polemiche: a molti è sembrato uno spot da cui i giovani neofascisti emergevano come dei bravi boy scout, e guarda caso il documentario non è più visibile sui canali ufficiali di Sky ma si trova ancora, come video “non in elenco” di YouTube, sul sito di Lealtà Azione. Un esempio di come sia difficile raccontare “senza filtri” questa realtà, senza sembrare apologetici?

Questo è un caso particolare, ma penso che sia stato un errore rimuovere il documentario in questo modo. È stato eccessivamente massacrato da tutte le parti. Dal mio punto di vista non è tanto diverso da Nazirock di Claudio Lazzaro, ma anche dalle interviste a CasaPound di Abel Ferrara. Crescere neofascisti è un documentario agghiacciante, e l’avrei lasciato così, rozzo e brutale: è una visione di morte. Vedi questi adolescenti che vanno a lucidare le tombe dei caduti della X Mas, fanno il corteo per onorare il “camerata Ramelli”… L’immagine che viene fuori non è quella di un razzismo trionfante, vittorioso e consolatorio: è una retorica dolorista. Era giusto che scatenasse polemiche, ma ti aspetti che chi guarda un documentario di questo genere abbia anche gli anticorpi per valutarlo.

Di fronte al caso dell’esclusione di Altaforte dal Salone del Libro come ti poni, allora?

È diverso: da una parte hai un’opera che si presuppone documentaria, dall’altra un atto esplicito di provocazione, un cavallo di Troia. Il contesto fa la differenza. Nel caso di Altaforte, avere gli anticorpi voleva dire escluderli dal Salone.

Torniamo alla selezione dei film italiani: ho notato l’assenza di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, un film che ha fatto molto parlare di sé negli ultimi mesi, per via degli sviluppi giudiziari praticamente in contemporanea sul caso Cucchi.

L’abbiamo tenuto fuori perché non parla di neofascismo, sarebbe stato fuori tema. Abbiamo cercato di tenere sempre un’ottica precisa: in Diaz si parla di violenza della polizia, ma ci sono le testimonianze per cui i poliziotti a Bolzaneto cantavano “Un due tre viva Pinochet,” o l’inno del Manganello. Idem in ACAB. La storia di Cucchi è diversa: è un martire dello stato, ucciso da persone che posso anche supporre fossero vicine a una certa ideologia, ma non ci sono testimonianze o documenti espliciti su questo.

Il titolo del libro è chiaramente un omaggio a Black Mirror, immagino. Come a dire: questa è la distopia in cui viviamo…

Sì, esatto. In realtà noi inizialmente pensavamo di chiamarlo Vedo nero. Questo titolo è stato suggerito da Carlotta Susca, la direttrice editoriale, che è un’appassionata di serie TV e ha voluto spingere molto sul racconto del presente. Però ci interessa anche andare più a fondo. Per dire, non mi interessa parlare tanto di Salvini, ma cercare di vedere che cosa ci sta dietro: voglio vedere oltre la felpa.


In copertina: un fotogramma da ACAB di Stefano Sollima (2012)

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