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Non è solo l’ottava stagione: Game of Thrones ha fatto sempre schifo

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Questo articolo non contiene spoiler per l’episodio finale della serie.

Game of Thrones aveva promesso di essere una serie diversa, lontana dai luoghi comuni del genere fantastico. Ma alla fine sono rimasti solo sangue e fiamme.

Nelle scorse settimane, il fandom di Game of Thrones si è trovato a dover fare i conti con una delle peggiori conclusioni di serie televisive che la storia recente ricordi. In molti, giustamente, hanno evidenziato il progressivo crollo qualitativo da quando la serie ha “superato” i libri di George R. R. Martin, ma tutti i difetti che sono emersi in queste puntate non sono strettamente legati a questo crollo qualitativo.

Purtroppo Game of Thrones è sempre stata, fin dal primo episodio, una serie mediocre, che presentava una visione del mondo altamente problematica, e che mascherava i propri difetti dietro valori di produzione altissimi e “colpi di scena” perfetti per la serializzazione consumata in comunità attraverso internet ma privi di effettivo valore contenutistico.

Questo non vuol dire che se Game of Thrones vi è piaciuto avete torto, e non vuol dire che avete fatto male a guardarlo. Game of Thrones è una serie che intrattiene, e non c’è niente di male nel prendere parte a quello che è a tutti gli effetti uno dei fenomeni della cultura pop del momento. I ritrovi virtuali sorti intorno alla serie sono sicuramente posti preziosi che hanno riempito il tempo di molte persone mettendole in contatto tra loro, e questo è, tendenzialmente, qualcosa di positivo.

Tuttavia, ora che Game of Thrones è finito, è giusto cercare di capire se è valsa la pena seguirlo, e che cosa abbiamo visto.

Che eredità lascia Game of Thrones?

Il piú evidente segno della mediocrità della serie è quanto sia difficile immaginare una qualsiasi eredità per la produzione HBO. Com’è cambiata la televisione dopo Game of Thrones? A parte un aumento del budget delle produzioni — in crescita costante già da piú di un decennio — e una rinnovata attenzione allo “shock value,” anche questo ingrediente sempre piú importante della narrativa serializzata, GoT non lascia molto dopo di sé. Che cosa lascia alla cultura pop di massa? ‌Valar morghulis? La decapitazione di una donna di colore come momento topico della terzultima puntata della propria serie? Qualche citazione e nostalgia per i personaggi piú popolari — e poi?

M.A.S.H. ha creato uno schema, tra il maturo e il demenziale, che ha reso possibile un intero genere di sitcom. Seinfeld ha mostrato che era possibile portare in televisione personaggi egocentrici e pieni di difetti e raccontare le storie delle loro disavventure, rendendo possibili Walter White e Tony Soprano. X–Files ha codificato il senso di sfiducia della società nei confronti del proprio governo, contribuendo a creare un nuovo codice complottista e paranoico che è ora tra i pensieri dominanti della società contemporanea (no, non è un merito). Lost ha reinventato in quasi ogni aspetto quello che una serie televisiva può essere, anche di alto concept ma mainstream, rendendo possibili pastiche e serie corali da Fringe a the Good Place, passando per the Walking Dead.

È impossibile vedere in Game of Thrones segni di quello che saranno i suoi effetti sull’industria dell’intrattenimento dei prossimi anni, se non una temporanea fascinazione per la costruzione di epopee fantasy e una ulteriore accelerata nello sdoganare violenza ancora piú esplicita su schermo.

Perché fino a due anni fa abbiamo deciso di tollerare i difetti di Game of Thrones?

Fin dall’inizio, Game of Thrones si è presentata come una serie problematica. Una serie che non si fa problemi a mostrare violenza su bambini, che idolatra la violenza fino a trasformarla in uno spettacolo, che utilizza ripetutamente lo stupro come puro meccanismo narrativo.

Per anni, Game of Thrones ha potuto spacciarsi come una serie che teneva ai propri personaggi femminili grazie al lavoro di analisi sociologica — sicuramente pregevole — compiuto da George R.R. Martin  sul proprio mondo di fantasia. Non solo nessun personaggio era stato rappresentato come un puro cliché da epopea fantasy: in più riprese GoT si proponeva di indagare sulle difficoltà delle donne in una società misogina.

Ma intanto, la storia raccontava, beh, un’altra storia. Uccidendo o compromettendo in maniera irredimibile un personaggio alla volta della propria serie, Martin, Benioff e Weiss hanno costruito un mondo in cui l’unico modo per avere successo è essere crudeli. Così il percorso di crescita di Cersei si riassume nel diventare un’antagonista fumettistica, Arya deve diventare un’assassina ultraviolenta prima di diventare un’eroina, Sansa arriva a interiorizzare le violenze che ha subito, perché l’avrebbero resa forte.

Martin, Benioff e Weiss hanno costruito un mondo in cui l’unico modo per avere successo è essere crudeli.

Per anni, mentre guardavamo le disavventure di Cersei, Dany, Arya e Sansa, pensavamo che gli autori ci stessero portando verso una soluzione che volesse dire qualcos’altro. Invece, stavano raccontando una storia che era esattamente quello che sembrava: un inno all’individualismo, in cui uccidere non ha in definitiva nessuna conseguenza sociale, e peggio, emotiva.

Dove sarebbe questo intreccio geniale e dettagliato che ci sarebbe stato promesso?

C’è un motivo per cui la trama di Game of Thrones è diventata progressivamente piú sconnessa con il superamento dei romanzi di Martin. Il complessissimo setup costruito nella prima parte della saga si sta probabilmente dimostrando un bandolo impossibile da snodare anche per l’autore, che ha lasciato ai produttori televisivi indicazioni sugli eventi principali con cui voleva concludere la saga — ma portare i personaggi nelle situazioni desiderate si sta rivelando piú complesso del previsto.

Non è da escludere che, se Martin riuscirà a finire la propria saga, magari anni dopo l’hype di massa, ci potrà essere una conclusione simile a quella che abbiamo appena visto, ma piú sensata. Oggi, però, è impossibile non notare come ogni singolo grande mistero anticipato, suggerito, sussurrato non sia andato assolutamente da nessuna parte.

Il caso piú evidente di questa incapacità di portare a conclusione le proprie trame è nella rivelazione della vera identità di Jon, ridotta anch’essa a parte meccanica della trama, solo per rompere l’alleanza e la relazione tra Dany e Jon. Cosa ne pensa Jon? La serie non spreca un minuto di introspezione per farcelo capire. Gli autori hanno un terrore così forte per le conseguenze delle proprie storie che hanno preferito un taglio al nero drammatico e cambio di scena invece di mostrarci la reazione di Arya e Sansa alla rivelazione che Jon non è loro fratello.

Non è shock value, è semplicemente non saper risolvere un conflitto. Esattamente come non è creativo, artistico, e nemmeno edgy non aver riservato nessuna rivelazione dietro il Re della Notte.

Non è shock value, è semplicemente non saper risolvere un conflitto.

L’intera sottotrama di Dorne viene mandata via come un moscerino in una riga di dialogo da parte di Daenerys, il ritrovo tra Meera e Bran è completamente vuoto, le vicende di Stannis, Brienne e Sam sono state sostanzialmente inutili, drappeggi che mascheravano una storia incredibilmente piú semplice e piú povera di quanto sembrasse.

La serie si è spesa in ricchissimi dettagli politici sul funzionamento della società che descrive, ma si chiude subito dopo due battaglie colossali, senza prendersi piú di una puntata per analizzarne le conseguenze. A cosa serve avere una densa analisi sociologica e politica di una società fittizia, a cosa serve perdere centinaia di pagine e svariate ore con personaggi secondari se nessuno di questi elementi dà forma alla conclusione, o alle azioni dei personaggi che li circondano?

Ci era stato promesso che stavamo osservando i minuti dettagli di un vasto affresco, e invece stavamo guardando un disegno per bambini.

Come scrivevamo all’inizio, non c’è niente di male nell’essersi divertiti guardando Game of Thrones, scambiandosi gif su Twitter e teorie piú complesse della trama vera su Reddit. È quello che si fa con la cultura pop: la si consuma. E in questo ciclo di consumo, e sostituzione, è arrivato il momento per Game of Thrones di lasciare spazio al prossimo spettacolo per la massa. Ma mentre Netflix, Amazon, Disney e Apple cercano di replicare la sensazione di GoT, forse possiamo imparare qualcosa dalla delusione di molti nei confronti di questa serie.

Forse il segreto era investirci meno tempo e consumarla in maniera meno ragionata — come certamente hanno fatto in molti, che si saranno anche goduti il finale di ieri. Forse si può, come comunità, imparare a pretendere opere che portino i propri colori sul bavero. Opere non didascaliche ma piú mature, che non lascino il proprio commento sull’attualità e sulla nostra società a livello metatestuale, ma che ne facciano il centro della propria indagine. Questo, ancora più che un finale banale, è il vero tradimento di Game of Thrones: aver costruito una saga che sembrava riportare lo scopo speculativo al centro della narrativa di genere televisiva, e che invece era esattamente la storia che appariva in superficie — un feuilleton interessato solo a raccontare di spade magiche, sangue e draghi.

Post scriptum: una lettura politica di Game of Thrones

Nella sempre più trasversale soluzione della cultura pop nella politica, Game of Thrones è stato a più riprese utilizzato da varie sfumature della destra e dell’estrema destra come strumento per popolarizzare le proprie idee. Dalla costruzione del muro con il Messico di Trump al terrorismo anti migranti di Meloni, commentatori e fan progressisti hanno cercato in tutti i modi di difendere la serie dall’abbraccio dell’estrema destra. Ma ne è valsa la pena? GoT ci ha regalato indubbiamente concept di personaggi femminili importanti, ma anche all’apice del proprio valore contenutistico, quando sembrava stesse costruendo una narrativa critica di se stessa, ci faceva tifare per la figlia di un monarca che espandeva la propria influenza ampliando il proprio esercito e sfoderando armi di distruzione di massa che alla fine della serie si sono fatte per niente metaforiche.

Con la puntata conclusiva di ieri, in cui i temi della violenza familiare e dell’abilismo vengono di nuovo affrontati senza nemmeno un minuto uno di autocritica almeno metatestuale, il lavoro di difesa di GoT dall’estrema destra resterà importante — perché non si deve cedere niente al neofascismo — ma suonerà stonato, perché gli autori stessi ci hanno dimostrato che si tratta di una decostruzione del genere e dei suoi cliché a cui sostanzialmente non sono interessati.

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