Oggi, in via definitiva, il Parlamento europeo ha approvato la direttiva comunitaria per il diritto d’autore.

Gennaio 2023. Completamente stufi della presenza opprimente in televisione e sui giornali online di un certo candidato alle elezioni, ricandidato dopo cinque anni di governo, girate, editate e pubblicate su Facebook un video in cui chiedete ai vostri amici e follower di smettere di sostenerlo, per qualsiasi sia la vostra battaglia politica. Nel video, ovviamente, dato che dovete parlare di una persona, ed è un video, non solo nominate il politico, ma mostrate alcune sue foto e estratti video. Sono tutti contenuti Creative Commons, perché, anni dopo l’accensione dei Grandi Filtri, ormai sapete bene come muovervi.

Il video va bene, e inizia a circolare oltre il vostro stretto circolo di follower. Ma due ore dopo, Facebook lo nasconde. Ricevete un messaggio. Un utente (ma voi non potete vedere chi) sostiene che avete infranto il suo copyright. Non importa che sia davvero il proprietario, perché Facebook non ha modo di verificare tutte le segnalazioni. Il vostro video era sfuggito al filtro, ma il partito politico del candidato che state criticando ha registrato il cognome del candidato come marchio registrato, armando migliaia di troll di uno strumento immediato per mettere a tacere qualsiasi forma di critica contro il proprio beniamino. Avevate scelto contenuti liberi da copyright, pensando che bastasse, ma non vi eravate preparati alla possibilità che qualcuno rivendicasse direttamente il vostro, di contenuto. Non potevate prepararvi, perché è impossibile farlo.

Prendete in considerazione la possibilità di aprire un vostro blog, ma ricordate immediatamente che i due editori di giornali (ne sono rimasti solo due) offrono licenze per linkare i propri contenuti solo l’uno con l’altro. Potete, se volete, commentare l’attualità — ma non potete in nessun modo rimandare ai contenuti di cui parlate.

Non ci sono piattaforme di terze parti su cui scrivere, perché quelle statunitensi si sono ritirate dal mercato poco dopo l’implementazione della direttiva. Nei bassifondi di internet, una fitta rete di forum si sta organizzando per chiudere, perché presto l’eccezione temporale di tre anni dalla loro fondazione scatterà, e dovrebbero anche loro accendere un filtro di upload. Si sussurra che alcuni moderatori stiano già lavorando a un nuovo sito, ma tutte le conversazioni e i contenuti caricati dovranno essere cancellati.

Questo scenario, un po’ distopico e un po’ cyberpunk, non è troppo lontano da quella che potrebbe diventare la realtà dell’Internet europeo nel giro di pochi anni dopo il voto di oggi.

Oggi infatti, in via definitiva, il Parlamento europeo ha approvato la direttiva comunitaria per il diritto d’autore. Per cinque voti la direttiva è rimasta invariata: sono stati respinti gli emendamenti che avrebbero rimosso l’articolo 13, quello che obbliga tutte* le piattaforme a installare filtri di upload per evitare le infrazioni del diritto d’autore.

Quella che pochi mesi fa avevamo chiamato la peggiore iterazione della riforma del diritto d’autore dovrà ora essere implementata dai singoli stati.

Quella sul copyright infatti è una direttiva, e non un regolamento — ovvero, sarà compito dei singoli stati produrre leggi che rendano operative le indicazioni dell’Unione europea, realizzandone tassativamente i fini. Non si può neanche prendere tempo, perché oltre due anni, in assenza di una legislazione locale, si considera che, secondo il principio dell’effetto utile, la direttiva abbia effetto diretto.

È facile immaginare che in questa fase attuativa la direttiva non possa che peggiorare: di fatto, aziende europee o estere dovranno adeguarsi alle interpretazioni più strette della direttiva, perché nessun paese europeo da solo costituisce un mercato digitale abbastanza grande da valere l’investimento di infrastruttura dedicata esclusivamente a lui.

Malgrado anni di militanza e attivismo da parte di centinaia di migliaia di creatori di contenuti e utenti di internet, l’Unione europea ha seguito le indicazioni di una ristrettissima lobby di grandi detentori di diritti, che potranno finalmente avere singoli, giganteschi interlocutori da minacciare in caso di infrazioni del diritto d’autore.

Così, dietro la facciata scrostata di proteggere “gli artisti,” dietro la retorica dei grandi editori dell’informazione, che vedono nella legge un salvagente in un mercato che non controllano più direttamente, l’Unione europea ha votato per l’accentramento totale di internet — contro le piattaforme indipendenti, anche gigantesche, sia chiaro, e contro ogni forma di editoria indipendente digitale.

È difficile immaginare quanto grandi e gravi saranno le ripercussioni di questa legge su come in Europa accediamo a internet. Qualsiasi scenario, persino quello con cui abbiamo aperto questo post, rischia di essere perfino ottimista.

Provate ad aprire Tumblr, o Instagram, o Twitter, o Facebook. Scorretelo mentre leggete queste righe e iniziate a togliere:

  • Condivisioni di articoli, che saranno possibili solo se le piattaforme decideranno di pagare gli editori (più probabilmente, smetteranno di permetterne la condivisione);
  • Qualsiasi tipo di meme che utilizzi foto o estratti di video di musicisti, serie tv, film. Niente Drake, niente Pikachu sorpreso, niente Winnie the Pooh;
  • Clip di film e serie tv condivise da pagine dei fandom che seguite;
  • Qualsiasi video che utilizzi clip di contenuti musicali commerciali.

I danni non solo per la libertà di espressione, ma anche per l’informazione. Il risultato immediato, evidente, sarà la diffusione libera e selvaggia di contenuti prodotti da siti di propaganda, mascherata da informazione, che non rivendicano nessuna forma di diritto d’autore, permettendo così di essere condivisi e di circolare ovunque — mentre i contenuti di informazione vera vengono bloccati dai social network per non pagare gli editori milionesimi di euro a visualizzazione.

Quanti post sono rimasti nella vostra timeline? Mi raccomando, scrivete a vostro cugino, il suo bimbo di due anni è proprio bello.

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