in copertina, foto di Beatrice Bottini

Una sontuosa villa abbandonata tra alloggi studenteschi mai consegnati: villa Buccellati è un simbolo dell’emergenza immobiliare milanese.

Ormai più di un anno fa avevamo visitato lo Stadera, un quartiere popolare di Milano sud, tra il naviglio Pavese, la circonvallazione e la campagna. Siamo tornati a capire cosa è cambiato, ma soprattutto per parlare di un particolare esempio di riqualificazione, che riguardi il benessere collettivo — e che non sia sinonimo di gentrificazione.

Il luogo in questione è la villa della famiglia Buccellati, in via Neera. Abbiamo parlato con Beatrice Bottini, una studente di NaBa che nell’ambito del suo progetto didattico ha preparato un piano di riqualificazione della struttura, abbandonata ormai da più di tre decenni dai legali proprietari. Bottini vive allo Stadera, a poca distanza dalla struttura abbandonata. La villa si trova proprio nel cuore del quartiere, di fronte all’originario nucleo di case popolari definito della “Baia del Re.” La struttura è stata costruita intorno al 1920 — qualche anno prima dell’edificazione del quartiere popolare adiacente — ed è stata integrata nel dopo guerra da una dependance.

Per un lungo periodo la villa è stata di fatto un rifugio per chiunque volesse o dovesse entrarci. Da qualche mese, però, i vecchi proprietari hanno deciso di bloccare l’accesso con mezzi più convincenti del vecchio cancello. “Mi hanno dato il permesso di lavorarci dentro, ma dopo un paio di mesi mi hanno detto che l’hanno murata,” ci racconta Bottini. “Quando sono entrata si vedeva che la gente ci entrava e ci dormiva. La villa è ancora piena di letti. La cucina, lo stile, sono intatti, come se i proprietari se ne fossero andati all’improvviso. Dentro è ancora magnifica — c’è uno scalone, tra i due piani, davvero bello.”

La famiglia Buccellati non abita più la villa ormai dagli anni Ottanta. Una buona parte della famiglia vive negli Stati Uniti, a New York, e un’altra parte sta a Bologna. Oggi, Buccellati è uno dei più importanti marchi di gioiellerie di lusso del mondo — come del resto lo è dagli anni Venti del secolo scorso, quando il capostipite Mario Buccellati divenne l’orafo preferito di Gabriele D’Annunzio. Negli anni Ottanta una parte della proprietà era stata affittata e adibita a fabbrica. L’impresa però non è andata molto bene, e l’affittuario, a quanto pare, gli ha dato fuoco a causa di un problema di debiti. “La famiglia l’ha lasciato così. Quando se ne sono andati la casa s’è trascinata insieme.”

La possibile destinazione di uso pubblico di villa Buccellati non è un tema esattamente all’ordine del giorno nel dibattito cittadino, ma è un ottimo spunto per capire come la proprietà immobiliare, a Milano, sia distribuita in modo fortemente disuguale e come alcuni spazi, potenzialmente di grande utilità per il pubblico, siano preclusi alla collettività per ragioni di vari interessi privati.

“Questo quartiere ospita tante comunità diverse. Qua vivono studenti, stranieri, e molti anziani milanesi —però queste comunità non comunicano tra di loro, c’è tantissima frammentazione. Sono nati vari progetti, come Dar=casa, che ha riqualificato gli alloggi ma anche reso più facile la convivenza all’interno del condominio, facendo stipulare un patto tra gli abitanti — grazie a cui si riescono a gestire le differenze tra le varie comunità.”

“La villa era qui da prima di questi palazzi. Ha visto come è nato il quartiere. Nel mio progetto ho pensato di realizzare un museo con una sezione d’arte, che potesse dare spazio anche agli artisti del quartiere. Ho immaginato poi un’ala dedicata alla storia del quartiere, a quello che era, quello che è oggi e che magari potrà diventare con il contributo di tutti.” L’ala in questione è quella più moderna, realizzata alla fine degli anni ‘40, che ha anche caratteristiche architettoniche leggermente diverse: soffitti più bassi, mura meno spesse.

“Nella parte bassa ho previsto delle aule didattiche — perché a Stadera ci sono tanti bambini. Spesso stanno in parrocchia, ma altrimenti li si vede spesso in giro con le Mobike a fare un cavolo. Questo potrebbe essere un punto d’incontro. Come dire: vado allo Stadera per la villa. La cascina Cuccagna è vissuta, ma non è che tutta Milano la conosca, diciamo.”

grafica di Beatrice Bottini

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Siamo andati a trovare anche Carapellese, il militante del Pd locale che l’anno scorso ci aveva accompagnati nel nostro giro del quartiere, per chiedergli cosa è cambiato in questo lasso di tempo.

Carapellese ci racconta subito un aneddoto su villa Buccellati, motivo primo della nostra visita. “Quella villa nel dopoguerra era di proprietà di antifascisti, e la vendevano a un prezzo bassissimo, era quasi regalata,” ricorda Carapellese. “C’era anche stata la possibilità che entrasse il PCI, ma non c’erano comunque abbastanza soldi. Sarebbe stato un acquisto incredibile.” I membri della famiglia Buccellati, all’epoca, erano divisi tra fascismo e antifascismo, come ricorda questo articolo di Avvenire.

Nel quartiere, comunque, ci sono altre novità: “la scuola Silvio Pellico è stata demolita ed è così recuperato dello spazio verde. L’area è stata messa a bando e si dovrà trovare un acquirente privato: è probabile che verrà costruita qualche casa con vincoli per una percentuale di social housing. Un altro progetto che si sta realizzando è un parcheggio per auto, moto, e bici coperto per l’interscambio con la metropolitana, dove prima sorgeva un distributore di benzina — sarà pronto prima dell’estate. In via De Sanctis l’ex deposito autobus è stato ripulito perché acquisito da un privato.” Per finire, anche quest’anno lo Stadera ospiterà alcune installazioni del Fuorisalone, incentrate in particolare sul design sensibile verso chi ha disabilità. “L’intenzione è favorire, dal punto di vista artistico e di produzione, prodotti che siano pensati per quella categoria sensibile di persone, come l’anno scorso.”

Come in tutta Milano, in particolare nelle periferie, la gestione delle case popolari è uno dei punti più critici per l’amministrazione pubblica. Mentre parliamo con Carapellese veniamo interrotti dalle lamentele di un inquilino di una casa popolare MM. “Lì nelle case MM ci sono problemi, come ci sono anche nei più vasti pezzi ALER.” La maggior parte delle case popolari del quartiere, infatti, è di proprietà della società regionale.

ALER, allo Stadera, è coinvolta anche in un altro contenzioso, che riguarda il destino di uno studentato — ultimato ma mai aperto all’uso. “Gli alloggi per gli studenti sono ultimati, ma sono bloccati da anni per un contenzioso tra la cooperativa che ha fatto i lavori e ALER,” ci spiega Carapellese. “È un grande spreco di denaro pubblico.” Gli alloggi in questione sono ben 76, e sarebbero particolarmente utili oggi che la crisi dei prezzi delle case milanesi ha raggiunto livelli drammatici per studenti e meno abbienti. “La situazione va avanti così dal 2012, e siamo arrivati al 2019. Oltre ai 76 alloggi ci sono anche dei box costruiti da ALER, mai utilizzati e fermi da anni.”

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“Qui abbiamo quattro università in zona, assorbono una forte domanda. Quel tipo di studentati avrebbe prezzi calmierati. Ce n’è un altro in via Missaglia, in alcuni palazzi edificati dai Ligresti che sono stati convertiti dopo un procedimento giudiziario.”

Allo Stadera è ben visibile la contraddizione del mercato immobiliare milanese: una villa di grande pregio di proprietà di una famiglia molto ricca che però non se ne fa nulla; le case popolari gestite in modo inadeguato, con i problemi della società regionale che si scaricano sulla pelle delle persone; una situazione difficile a livello economico per giovani e studenti. Purtroppo è difficile che il comune di Milano, con le prerogative concesse alle amministrazioni comunali, sia in grado di risolvere tutte le questioni aperte nel quartiere. Almeno per casi come villa Buccellati lo stato dovrebbe mettere a disposizione uno strumento legale per espropriare il bene e riconsegnarlo ai cittadini — o comunque imporre ai privati di cederne, se non la proprietà, almeno l’utilizzo al pubblico, che ne farebbe senz’altro miglior uso rispetto a lasciarlo abbandonato per un trentennio.

 

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