Dopo aver aspettato troppo a lungo, il Partito arriva al congresso senza aver prodotto una singola nuova idea su cosa debba dire il centrosinistra alle europee, e oltre.

Le primarie del Partito Democratico hanno già svoltato il primo giro di boa, senza che il Paese se ne sia accorto. Nelle scorse settimane i circoli di tutta Italia si sono pronunciati sui candidati alla carica di segretario — una prima scrematura riservata ai soli iscritti, quella delle convenzioni, a cui seguirà la fase aperta del congresso.

Senza sorprese, a guadagnare la finale sono stati Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e il duo Roberto Giachetti e Anna Ascani.

Si tratta, senz’ombra di dubbio, del congresso più difficile del Partito, convocato simbolicamente il 3 marzo, 364 giorni dopo la fatidica data che ha segnato il punto più basso della formazione dalla sua fondazione. Data simbolica, ma faticosamente fissata dopo mesi trascorsi nel reparto “gravi ustionati”, dedicati al doloroso restauro dei cocci rotti all’impatto coi risultati elettorali.

Degli 11 milioni 203 mila, 231 voti di quel fausto 26 maggio 2014 (il 40% tanto rivendicato da Matteo Renzi), al PD rimangono le 6 milioni 134 mila 727 schede alla Camera delle passate elezioni politiche del 2018 (un 18,6% stranamente non altrettanto rivendicato).

Breve storia di una parabola

Il 2 febbraio 2014 SWG — esattamente cinque anni fa e, come oggi, a ridosso delle elezioni europee — attestava il PD al 31,5%, in lieve flessione rispetto al mese precedente, ma saldamente primo partito d’Italia. Erano le settimane della fatidica frase, divenuta leit motiv, “Enrico stai sereno”, e poi della scalata alla presidenza del consiglio di Renzi. La Lega, al 4,7%, poteva al più rivendicare la posizione di stampella di Forza Italia.

Il 2 febbraio 2015 i dati Ixè confermavano un PD fortissimo, al 36,8%, con il M5S che non raggiungeva il 20% e la Lega al 13,6%. Ma da marzo in avanti qualcosa inizia a guastarsi: la riforma costituzionale e l’Italicum vengono fatti passare in Parlamento a suon di minacce e voti di fiducia; nel frattempo, viene varata una riforma della scuola che agli insegnanti e agli studenti non piace affatto, malgrado il nome, ponendo nuovamente la fiducia al Senato. La sinistra del Paese, ancora scottata dal Jobs Act, è in ebollizione, ma le risposte dell’esecutivo sono sempre più ostili e canzonatorie.

I dati dell’EMG del 1 febbraio 2016 registravano un 31,8% di elettori propensi a votare PD, con un M5S al 26,5% e la Lega al 15,8%.

Il 2016 è contrassegnato da una campagna battente sulla riforma costituzionale, che, come noto, ha comportato una fortissima personalizzazione dell’appuntamento del 4 dicembre 2016.

Il 6 febbraio 2017, all’indomani del voto e delle dimissioni di Matteo Renzi, il Partito Democratico, al 30,5%, stacca di soli due punti il Movimento 5 Stelle, al 28,1%. La Lega si fermava in quella data al 13,5%, sopra a Forza Italia (dati EMG Acqua per La7).

Dal 4 dicembre in avanti la tendenza negativa del partito — guidato da un Renzi sempre più cupo e incattivito e, successivamente, da Maurizio Martina — subirà un’accelerazione inedita, aggravata dall’esito delle politiche del 2018.

Nell’agosto del 2018 il Partito Democratico sfiorava la massa critica del 15% dei gradimenti.

Se attribuire le colpe del tracollo esclusivamente alla persona di Matteo Renzi, come in tutti i casi del genere, sarebbe miope e intellettualmente scorretto, è anche vero che la stagione dei rottamatori ha raggiunto il suo apice positivo già molto tempo fa.

Si può attribuire alla dirigenza uscente l’aver avuto una parte importante nel dilapidare un patrimonio che, ancora nel 2013, quando il PD “non-vinse”, valeva 10 milioni di voti. Tanto coloro che aderivano sinceramente alla causa della Leopolda, quanto coloro che le si sono aggrappati per opportunismo (pardon, per “presidiare i vertici”), hanno contribuito a rendere il partito la formazione politica più invisa del panorama nazionale, a destra come a sinistra, sostenendo pressoché acriticamente e fino all’ultimo le decisioni di un leader ingombrante, quasi egemone all’interno della comunità degli iscritti, che però risultava allo stesso tempo il meno amato dagli italiani, anche e soprattutto a causa delle scelte di governo.

In altre parole: l’esperienza della rottamazione è stata deludente e nociva, ma non basterà di certo sacrificare un capro espiatorio per risollevare le sorti del PD.

Nel 2012, dal palco della Leopolda, un Renzi più giovane e slanciato tuonava: “Oggi, la classe dirigente che ci ha portato fin qui ha rotto il giochino. Ha rotto il giochino: non è colpa di qualcuno — di Tizio o di Caio — non possiamo dare la responsabilità a loro. E noi pensiamo che chi ha rotto il giochino non può essere lo stesso che lo aggiusta. E quindi, con la necessaria volgarità, con la necessaria maleducazione, con la necessaria franchezza e trasparenza […] abbiamo detto “sapete che c’è? C’è da voltar pagina”. E non puoi continuare a dire che si volta pagina e le facce sono le stesse, quindi bisogna cambiare anche le facce”.

Il giochino, oggi, è rotto per davvero. Si vedrà se la colla basterà a riattaccare i pezzi e se chi dei tre candidati al Congresso la spunterà sarà in grado di riaggiustarlo.

Dato il pessimo esito della rottamazione, ciò che è certo è che, nonostante il fallimento, le facce non cambieranno: rimane da capire se almeno la linea politica verrà rivista.

Verso il quinto congresso: Giachetti

Con la Convenzione Nazionale di ieri si è aperta ufficialmente la seconda fase del congresso. Come si diceva, al giro di boa sono arrivati per primi Nicola Zingaretti (47,38%), Maurizio Martina (36,1%) e il candidato bicefalo Giachetti-Ascani (11,13%).

È proprio Giachetti il primo candidato a prendere la parola. Esordisce con un lunghissimo ringraziamento ai membri del partito, intessendo un panegirico del PD. Infervorato come un allenatore prima della partita, cerca di rianimare l’orgoglio della platea, solleticando quella presunzione di superiorità rispetto agli altri partiti con l’antico adagio per cui il Partito Democratico è ancora l’unico partito in Italia a fare delle primarie degne di questo nome (elemento che è casomai un demerito altrui, più che un merito del PD, e che non rende di per sé le posizioni del PD necessariamente migliori o più legittime rispetto ad altre). Il discorso giachettiano è una sequela di sassolini tirati fuori dalla scarpa e gettati addosso a tutti, meno che contro Anna Ascani, Ivan Scalfarotto e, naturalmente, Matteo Renzi: contro i 5 Stelle, contro la Lega, ma anche contro Zingaretti, che nella sua mozione comprende “tutto e il contrario di tutto”: abbraccia Minniti (che “ha fatto della politica dell’immigrazione un valore straordinario”) e critici di Minniti, “che lo ritengono sostanzialmente uno schiavista”, creatori del Jobs Act e oppositori del Jobs Act, Gentiloni e detrattori di Gentiloni. Ne ha anche per Martina, citato implicitamente, per aver convocato il congresso troppo tardi.

Critica, senza farne il nome, gli eurodeputati del PD che, in occasione del voto sulla crisi venezuelana, hanno ritenuto di astenersi in nome della non ingerenza negli affari interni di Paesi sovrani — Brando Benifei, Goffredo Bettini, Renata Briano, Andrea Cozzolino ed Elena Gentile — definendo la loro una “posizione inaccettabile”.

A ogni sassolino, l’assemblea esplode in un boato. Giachetti gioca ancora in casa. Ma ci tiene a dirlo: “non vuole essere divisivo”. E ancora c’è chi pensa che a fratturare il centro-sinistra sia stato Massimo D’Alema — per non parlare di chi, mosso da spirito comico, accusa Roberto Speranza.

L’afflato di Giachetti culmina in una difesa integrale dell’operato dell’esecutivo di Renzi e della sua gestione del partito. “Noi pensiamo” — dichiara —  “che la linea, la traiettoria per dare una risposta ai problemi del Paese sia stata già tracciata, che bisogna implementarla,” e scivola verso l’ultima stoccata, velata, che va agli ex componenti del Governo dei Mille Giorni, i quali hanno deciso di appoggiare un candidato diverso da lui e che lui invita a difendere quanto da loro fatto, al pari suo. “Noi difendiamo, rivendichiamo quanto fatto in questi cinque anni” — e loro? La provocazione di Giachetti, almeno in questo, coglie nel segno.

Per Giachetti, responsabili unici della sconfitta del 2018 sono i demagoghi di Lega e 5 Stelle, le opposizioni interne, oltre agli intramontabili Speranza e D’Alema (che ci metterebbero la firma, ma purtroppo per loro i numeri smentiscono questa tesi). Si chiede, “con grande umiltà”, che bisogno abbia il PD di fare alleanze, e all’idea di un’apertura a LeU risponde (umilmente) “senza di noi”.

Chiude citando (umilmente) Nelson Mandela: “io non perdo: o vinco, o imparo”.

Martina

I toni fortunatamente si elevano dalla scaramuccia interna con l’intervento del secondo classificato, il segretario reggente uscente Maurizio Martina, che si scaglia contro il governo e soprattutto contro Matteo Salvini, “i miei avversari”. Propone l’abolizione della Bossi-Fini e del decreto Salvini. Fa un appello per un nuovo umanesimo e lascia riaffiorare nella memoria alcune formule dell’epoca bersaniana, nel momento in cui rigetta il primato di uno solo davanti a tutti gli altri e descrive il partito come un luogo in cui si lavora “fianco a fianco”, in cui il leader è primus inter pares.

Ma risponde anche a Giachetti: “io so quello che ho fatto, insieme a tutti voi, in questi anni, per il governo del Paese. Lo rivendico, e non è materia congressuale tra noi!”. Va dato atto a Martina di essere il padre della riforma della legge contro il caporalato, e se ne può capire l’orgoglio, ma sbaglia a credere che l’operato del suo governo, o quantomeno le scelte più controverse, non debbano essere materia congressuale. D’altra parte, l’ex segretario lo dice: non vuole fare opposizione ai governi del PD per battere Salvini, dimenticando, però, che è anche sullo scarso gradimento di certe politiche e sull’inazione del governo rispetto a gravi problematiche del Paese che i 5S, prima della Lega, hanno fatto la propria fortuna.

Anche da parte sua, quindi, almeno nel discorso di ieri, non vi è stata alcuna ombra d’autocritica, né di critica nei confronti della passata stagione. Nel suo discorso Martina fa riferimento a principi alti, alla difesa della democrazia rappresentativa, alle unioni civili, al diritto a un compenso equo, all’Agenda 2030, al valore del compromesso e della pluralità in democrazia, e a un “riformismo radicale che sia intransigente sui valori non negoziabili”. Martina, che volutamente si propone nell’arduo ruolo di candidato d’unità in una prospettiva di superamento, non di contraddizione, della linea Renzi, deve ancora rivelare chiaramente in che senso la sua proposta intende essere radicale. Anche il programma di Renzi era un programma radicale – ciò non significa che fosse condivisibile. D’altra parte, è l’assenza di un’idea radicale e autenticamente propria, un sistema di pensiero che inevitabilmente precede qualsiasi riformismo, uno dei più grandi problemi del Partito Democratico. A oggi, l’azione politica del PD viene orientata prevalentemente sulla base di quella di Lega e 5Stelle, e non riesce a produrre idee articolate, solo macro-principi sicuri perché non divisivi, non riconducibili a una visione, a un pensiero politico organico.

Zingaretti

Zingaretti è l’unico dei candidati intervenuti che riconosce la necessità di un cambiamento significativo del Partito Democratico rispetto al passato e l’urgenza di ricostruire un rapporto di fiducia coi cittadini attraverso la messa in discussione di decisioni politiche recenti, allegandovi la proposta di inserire, in qualità di ospiti permanenti delle assemblee a tutti i livelli, dei rappresentanti del mondo associazionistico.

Il discorso del candidato favorito insiste sull’obiettivo di chiudere le forbici di disuguaglianza economico-sociali che ancora segnano il Paese: il divario Nord-Sud, uomo-donna, datore di lavoro-lavoratore, e per qualche secondo si può finalmente riconoscere dietro le parole un’idea vaga di sinistra che non viene quasi mai nominata, da nessuno dei tre finalisti.

Zingaretti si lascia poi andare a un afflato profetico, dipinge il Partito Democratico come primo argine alla deriva autoritaria che il Paese in questo momento rischia, “la terza fase del populismo”, quella che si aprirebbe in seguito al fallimento del governo pentaleghista e che determinerà, a detta del governatore del Lazio, un attacco alle istituzioni europee e repubblicane. Di qui, l’impellente bisogno di recuperare il dialogo con chi si è allontanato dal partito e di aprire a ciò che sta fuori dal PD — anche all’elettorato del Movimento 5 Stelle, ma non al Movimento 5 Stelle.

Glissa sulle contraddizioni che vi sarebbero all’interno della propria compagine in nome della necessità di voltare pagina, senza abiure, ma senza negare gli errori. Almeno quello di Zingaretti sembra un programma che cerchi un riscatto rispetto al passato recente agli occhi di un elettorato deluso dalle recenti politiche di governo.

Dalla messa in discussione delle modalità decisionali della passata segreteria e delle scelte più controverse del Governo Renzi – Gentiloni dipende la buona riuscita del dialogo con gli ex elettori del PD, la ricostruzione di una fiducia tradita.

Ma il carro del probabile prossimo segretario è di giorno in giorno più pesante — Giachetti non ha tutti i torti — e la forma concreta che prenderà il progetto zingarettiano è tanto più incerta quanto più eterogenea sarà la platea dei suoi sostenitori, col rischio elevato che il cambiamento di rotta atteso non si realizzi che sulla carta.

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