Smettiamola di far finta di credere che la Libia sia un posto sicuro

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L’ultimo report di Human Rights Watch rivela come la gestione italiana dei migranti in concerto sulla Libia sia completamente in cattiva fede.

Negli ultimi giorni sono successi alcuni avvenimenti molto rilevanti nel quadro delle migrazioni tra Africa e Europa. Il 21 gennaio, ad esempio, un rapporto di Human Rights Watch ha definito la Libia “un inferno senza uscita.” Il rapporto racconta di come le politiche europee, e in particolare quelle italiane, siano causa diretta di una lunga serie di abusi, torture e violazioni dei diritti umani verso chi fugge da guerre e miseria.

In particolare viene aspramente criticata la politica di sostegno e finanziamento da parte dei governi di Roma al governo di Tripoli — in un paese in cui, tra l’altro, non tutti ne riconoscono l’autorità. L’Italia, si legge sul rapporto, è la prima fornitrice di mezzi e di denaro per contrastare attivamente le partenze dalle coste libiche e lo sbarco su quelle europee. Ecco quello che si legge in un punto fondamentale del rapporto:

lI trattamento crudele, inumano e degradante descritto in questa relazione viola la legge internazionale. Le autorità libiche sono responsabili di questi abusi e di non sanzionare quanti li commettono. […] Nella misura in cui l’Ue, l’Italia e gli altri governi danno consapevolmente un sostegno fondamentale agli abusi commessi sui detenuti, ne sono complici.

Il governo italiano continua infatti a portare avanti la narrazione di una proficua collaborazione con la Libia, che in questa narrazione distorta diventa uno stato effettivamente esistente e un importante partner politico. Peccato che l’unica cosa che la Libia fa davvero sia torturare i migranti al posto nostro, su nostro diretto mandato.

Un buon esempio è il caso Lady Sham, probabilmente uno dei punti più bassi per la reputazione e la credibilità dello stato italiano nel dopoguerra. I migranti, su segnalazione italiana, sono stati soccorsi domenica sera dalla guardia costiera libica — che, è bene ricordarlo, è in larghissima parte collusa con i trafficanti. Ai migranti era stato detto che sarebbero stati portati in Italia, ingannandoli. Le persone a bordo, infatti, erano ben consapevoli di cosa li aspettava in Libia. Oggi, le persone che erano a bordo di quella nave sono nel centro di detenzione di Karareem, vicino a Misurata: un vero e proprio lager, di cui si legge anche sul rapporto. “I detenuti hanno raccontato che le guardie del centro di Karareem li colpivano sulle piante dei piedi,” riporta Human Rights Watch. “Kemi, una donna nigeriana allora incinta di sette mesi, ha riferito che una guardia del centro di detenzione l’ha picchiata con un tubo.”

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Salvini è stato chiamato a giudizio dal tribunale dei ministri di Catania per i fatti della nave Diciotti, risalenti allo scorso scorso agosto. Il ministro è accusato di sequestro aggravato di persona e di abuso d’ufficio. Ciononostante, è lecito pensare se sia l’unico che, nel caso, meriterebbe di comparirire in tribunale, di tutti i membri di questo governo o di quelli precedenti.

Salvini, si può dire, è andato a cercarsela, impuntandosi a non far sbarcare i migranti a bordo della Diciotti per i suoi precisi scopi mediatici di propaganda. Ma è gran parte dell’azione dello stato negli ultimi vent’anni ad essere ai limiti del criminale — probabilmente anche oltre i limiti.

Come dimenticare il ministro Minniti, predecessore di Salvini, che si vantava di essere andato a parlare con “le tribù” libiche per fermare gli sbarchi, appoggiando e fomentando il funzionamento dei lager di cui ha parlato lunedì Human Rights Watch? Come dimenticare che campi simili esistono da decenni, e la famosa visita di Gheddafi a Roma — quella con la tenda — aveva come oggetto il trattenimento in Libia di chi già allora fuggiva dall’Africa in autentici campi di detenzione?

Non è sufficiente processare Salvini, per quanto la cosa possa essere giuridicamente corretta. Il comportamento apertamente razzista degli ultimi anni ha infatti inquinato tutto il paese: non solo la classe politica, ma l’intera opinione pubblica, rendendoci tutti, di fatto, complici volontari o involontari di crimini atroci commessi contro degli innocenti, la cui unica colpa è fuggire da guerre e povertà — che l’occidente ha più che contribuito a causare.

Serve una vera e profonda riflessione di tutto il paese se si vuole che le istituzione della democrazia rappresentativa non diventi solo un paravento per giustificare uno stato di apartheid, controllato da politici il cui scopo è manovrare una componente contro una minoranza, sfruttando una forma di violenza subdola per raggiungere il potere. Serve che una forza politica opposta alla destra racconti un’altra storia sulla migrazione — una storia di uguaglianza e accoglienza: il contrario di quanto ha fatto il centrosinistra negli ultimi anni, allineato del tutto alla destra xenofoba.

Deve anche succedere prima che sia troppo tardi. Già oggi Minniti e poi Salvini hanno convinto l’opinione pubblica a supportarli nel causare attivamente la morte di persone che provano ad attraversare il mare, screditando e intralciando in ogni modo possibile il lavoro delle Ong. Con meno navi in mare non solo è aumentato il numero dei morti, ma è anche diminuito il numero di testimoni di questo massacro che va avanti da anni — e che purtroppo sembra destinato a durare ancora a lungo.

 

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