La Calmucchia verso l’autonomia: tra buddisti, scacchisti ed extraterrestri

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A Elista stupa bianchi, ruote della preghiera rosso zafferano e statue dorate di Gautama in meditazione punteggiano il paesaggio tra basse case in legno.

Nonostante il mio viaggio fosse cominciato circa duemila chilometri più in alto, questo era il primo tratto di terra che stavo attraversando su asfalto invece che rotaia. Sarebbe stato anche il più breve, considerato che raggiungere Elista da Volgograd lungo la strada piatta che taglia la steppa doveva impiegare tra le quattro e le cinque ore, secondo il pilota della marshurkta calda come un forno. Partendo da Murmansk, mi stavo muovendo parallelo all’invisibile confine continentale per raggiungere il sud dell’Iran dall’estremo nord della Russia, in parte per provare ancora quella sensazione di non essere né di qua, né di là, che sembra provocare solo il Nuovo Est, in parte per investire i due mesi a mia disposizione in un itinerario che non avevo sentito nessuno percorrere prima. La capitale della Calmucchia non era una destinazione che avevo pianificato di visitare, ma semplicemente una fermata che sulla mappa appariva comoda mentre tentavo di raggiungere la frontiera georgiana a Vladikavkaz prima che il mio visto scadesse.

La Repubblica della Calmucchia è una regione annidata tra le complicate province del sud del paese dove le dispute tra Governo e minoranze musulmane hanno causato decenni di conflitto armato, il mar Caspio ed il popolato nord-ovest europeo. È un angolo di Russia circondato da pianure aride che a primo impatto sembra non appartenere a ciò che lo contorna. Discendenti degli Oirati, il gruppo di nomadi mongoli situato più a occidente, i Calmucchi migrarono oltre il fiume Volga in cerca di terreni fertili nella prima parte del diciassettesimo secolo, finendo per piantare radici in questa zona remota in seguito ad un accordo con lo Zar che permetteva loro di fondare un Canato in cambio di un servizio di protezione dai nemici provenienti da est. La Calmucchia divenne così la più grande comunità buddista d’Europa, una provincia di circa 150000 fedeli che considerano il Dalai Lama loro capo spirituale.

Elista, una città di stupa bianchi, ruote della preghiera rosso zafferano e statue dorate di Gautama in meditazione che punteggiano il paesaggio tra basse case in legno, è mal collegata al resto della Russia. Pochi treni vi arrivano e i minibus vanno e vengono lasciandosi nuvole di polvere alle spalle. Raggiungo la stazione a nord del centro sette ore dopo la partenza, trovandomi in una piazza cementificata tra tassisti appisolati in attesa del prossimo cliente attorno ad un non così fortunato chiosco di kvas. Non sembra succedere molto da queste parti, una conclusione rafforzata dalla scoperta di essere l’unico ospite dell’hotel che avevo prenotato, una struttura gialla costruita con pannelli metallici accanto ad un benzinaio. Camminando su una delle vie principali oltre ai piccoli minimarket e agli alberi rigogliosi che traboccano dalle staccionate c’è ben poco da vedere. Su una rotonda priva di traffico spunta uno scrigno tra centinaia di bandiere di preghiera tibetane, un arcobaleno di stoffe scolorite che trema al soffiare del vento. Un tempio più grande emerge nella distanza, specchiando i raggi del sole che trafiggono le nuvole.

Il tetto luccicante del Burkhan Bakshin Altan Sume è visibile dalla distanza e aiuta a trovare l’orientamento in città. Il simbolo di Elista è stato eretto nel 2005 dove prima si trovava una fabbrica ed ha aperto le sue porte ai fedeli un anno dopo aver ricevuto la consacrazione dal quattordicesimo Dalai Lama, che, dopo la sua prima visita in Calmucchia, ha onorato il tempio donando la sua veste ai seguaci. Con 63 metri d’altezza, il tempio tibetano contiene la più grande statua di Buddha in Europa. Oltre ad esser diventato la principale attrazione di Elista, il monastero Burkhan Bakshin Altan Sume rappresenta una piccola rivincita per i Calmucchi, un popolo che in passato  ha sofferto a causa del proprio credo e sta lentamente risanando le proprie radici culturali. Durante la cerimonia d’apertura, il 27 Dicembre 2005, il Presidente Kirsan Ilyuzmhinov ha dedicato la struttura alle vittime dell’oppressione sovietica. La data non era una coincidenza, corrispondeva infatti sia alla festa dello Zul, il capodanno calmucco, sia all’anniversario delle deportazioni del 1943.

In seguito ad una campagna decennale anti-religione da parte dell’URSS, con l’Operazione Ulusy venne ordinata la deportazione di quasi 100000 calmucchi e russi sposati con calmucchi nel corso dei quattro giorni precedenti l’anno nuovo. Nonostante un gran numero di calmucchi facessero parte dell’Armata Rossa, Stalin li aveva accusati di collaborazionismo con i tedeschi e di essere responsabili di aver aiutato i nazisti durante l’invasione della Calmucchia nel 1942. I deportati furono spediti in Siberia e quasi un quinto di essi non fece mai ritorno dai campi di lavoro. Ai calmucchi fu permesso tornare alla propria terra solo tredici anni più tardi, quando Krushev salì al potere al Cremlino nel 1956.

Il tentativo di Elista di diventare una destinazione turistica non è stato privo di sforzi e nonostante questa città non sia mai stata promossa (a giusta ragione) come una Shangri-La europea, è riuscita ad ottenere una fama temporanea quando ha provato a farsi conoscere come la capitale mondiale degli scacchi. La costruzione di Chess City, un grandioso duomo di vetro creato per ospitare la trentatreesima edizione delle Olimpiadi di scacchi a molti campionati successivi, è un prodotto della mente del presidente Ilymzhinov, che dopo un presunto contatto con una specie aliena, decise di trasformare una delle regioni più isolate e sottosviluppate d’Europa in un punto di riferimento per gli scacchisti del mondo. Ilyumzhinov, che ha diretto la World Chess Federation dal 1995 dopo aver sconfitto il campione Gerry Kasparov, ha annunciato durante un’intervista sulla televisione russa di essere stato rapito da esseri extraterrestri vestiti di giallo responsabili di aver inventato il gioco degli scacchi.

Il rapimento, secondo la storia del presidente, è avvenuto nel settembre 1997 nel suo appartamento di Mosca; Ilyumzhinov è stato preso da una navicella spaziale e costretto ad indossare una tuta spaziale per poter respirare. Successivamente, è stato trasportato brevemente su un altro pianeta, per poi rientrare sulla Terra in tempo per presenziare alla Settimana della Gioventù organizzata dal Governo.

Originariamente una regione fertile ed attraente per i pastori, la steppa calmucca è divenuta un’area secca ed estremamente povera di risorse naturali per colpa delle attività di agricoltura intensiva introdotte dall’Unione Sovietica. L’allevamento di bestiame compone ancora una parte importante dell’economia e mentre la popolazione è costretta a preoccuparsi del proprio sostentamento, le cifre folli versate negli hobby del presidente non sono passate inosservate.

Sotto un cielo cupo la statua di Lenin saluta tra alberi alti la piazza che prende il suo nome, quasi nascosta dietro alla grande pagoda che racchiude una ruota della preghiera gigante. La notte, rosse luci al neon si accendono illuminando la struttura buddista, mentre la scultura nera sembra scomparire nell’oscurità. Un piccolo gruppo di skateboarder prova a saltare gli scalini in cemento che portano alla piazza, mentre, poco più in là, un piccolo luna park sovietico offre intrattenimento serale a famiglie e bambini. La vita ad Elista scorre senza fretta, concentrata in quelle poche vie illuminate che si incrociano nel centro città. I calmucchi stanno lentamente riconquistando la proprio autonomia, anche se la loro terra non ha più molto da dare.

Dodici ore di autobus attraverso il Caucaso settentrionale mi separano dalla Georgia, un altro luogo impegnato a ridefinire la propria identità. Mi guardo indietro, pensando quando distante, quando aliena, sia Elista rispetto ai suoi dintorni; uno di quei luoghi che mi ricordano perché viaggio via terra: per essere sorpreso da posti in cui, altrimenti, mai andrei.


Tutte le foto dell’autore.

Una versione di questo articolo è apparsa originariamente in inglese su Matador Network.

Angelo Zinna, scrittore freelance, è autore del libro Un altro bicchiere di Arak (Villaggio Maori Edizioni, 2016) e del sito di viaggi Exploremore. Seguilo su Instagram.

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