Ieri un’operazione di polizia ha portato all’arresto di 9 membri del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio, con accuse pesanti che hanno trovato ampio spazio sulla stampa — ma la realtà del quartiere è un’altra.

Quando arrivo nel quartiere Giambellino il sole è già calato da qualche minuto e il freddo dalla prima vera notte invernale milanese avvolge l’atmosfera di fuoco che si respira oggi per le strade della periferia. Nel cortile di una casa popolare in via Giambellino, un gruppo di giovani chiacchiera in disparte. Al loro fianco una madonnina contornata da un filo di lucine natalizie che si illuminano a tempi alternati prega con sguardo devoto. In una stanza dello stabile poco fa si è svolta una conferenza stampa con i giornalisti per parlare di ciò che è accaduto all’alba. Ora invece i giovani membri del Comitato stanno scambiando le ultime parole con Nicolò Fasiello, venticinquenne di Segrate che sta per costituirsi ai carabinieri. In tarda mattinata hanno animato un corteo nel quartiere per far sentire la loro voce. Un’altra manifestazione, più importante, è attesa a partire dalle 18 in piazza Tirana.

Quella di giovedì 13 dicembre sarà una giornata difficile da dimenticare per gli abitanti del quartiere Giambellino a Milano. Un’imponente operazione dei carabinieri ha messo sotto assedio il quartiere popolare a partire dalle cinque del mattino. Per strada c’erano volanti, camionette della celere e i reparti del ROS. I carabinieri hanno sgomberato nove case popolari occupate e messo sotto sequestro la Base di Solidarietà Popolare di via Manzano, sede del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio.

Contemporaneamente sono state posti agli arresti domiciliari nove persone, di cui sette italiani e due stranieri; metà dei giovani sono sotto i 30 anni e un paio sui 60 anni. Il pm Piero Basilone ha indicato i domiciliari per capi di accusa molto gravi: reato di associazione a delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di alloggi di edilizia pubblica e di resistenza a pubblico ufficiale per episodi avvenuti dal 2015 ad oggi.

Il Comitato Abitanti è accusato di aver creato un vero e proprio racket delle assegnazioni degli alloggi di case popolari, sostituendosi de facto all’Aler.

Seguendo un canale illegale, una cinquantina di “antagonisti” permetteva a persone e a famiglie in difficoltà di trovare alloggio in case popolari che venivano prontamente occupate. Bastava una chiamata – l’attività avveniva alla luce del sole, con annessa pubblicità stampata su volantini distribuiti in zona – e il Comitato si metteva in azione. Ciò permetteva a chi ne faceva richiesta di andare a vivere in una delle case vuote che l’Aler non mette a disposizione della platea di richiedenti perché vecchie e in disuso. Le imputazioni ricostruite dai magistrati sono una quarantina e sono state prodotte sulla base del materiale raccolto dal Nucleo informativo dei carabinieri, tramite tabulati telefonici e intercettazioni degli indagati.

Secondo i magistrati l’azione dei collettivo sarebbe solo un inganno, in quanto, occupando e opponendosi agli sgomberi, non farebbero altro che aumentare l’attesa delle famiglie in lista per l’alloggio. Pm e gip sembrerebbero considerare i componenti del comitato alla stregua di mafiosi, volti ad ingraziarsi buona parte della popolazione che vive in situazione di indigenza, sfruttando a loro favore la forte emergenza abitativa della zona e il disagio che ne deriva.

Una versione che è stata accreditata dalle ricostruzioni pubblicate sui giornali, Corriere in primis, con vari articoli-fotocopia pieni di stigma per l’attività del Comitato di via Manzano. I giornalisti si sono divertiti a scherzare a giocare sul richiamo implicito alla storia di Robin Hood (che ha dato il nome all’operazione di polizia) e si sono soffermati morbosamente su età, genere, cittadinanza e cv degli interessati. In particolare, non si sa perché, ha fatto scalpore che tra gli arrestati ci fosse “un brillante studente di filosofia” proveniente dal centro città. Nemmeno troppo velatamente, è stata fatta passare l’insinuazione gli antagonisti potessero prendere soldi in cambio del servizio: 10 euro al mese a titolo di riconoscenza — in un articolo pubblicato questa mattina sull’edizione milanese Corriere si legge 10 euro l’anno, il prezzo dell’iscrizione allo stesso comitato.

Il quartiere del Giambellino nasce negli anni ’20 con una connotazione fortemente operaia. Era il luogo periferico dove la borghesia milanese voleva nascondere i mali del progresso: l’alienazione e la disparità. Le fabbriche si trovavano soprattutto sul Naviglio grande, nel sud del quartiere, in quella che oggi è la zona più chic e gentrificata tra via Savona e via Tortona. I binari della ferrovia, costruita apposta per le industrie, delimitavano chi stava dentro e chi stava fuori. Si può dire che il quartiere sia costruito su due lunghi viali, via Giambellino e via Lorenteggio, che partono dalla cerchia dei bastioni e si dirigono verso la periferia sud-ovest. Rispetto alle altre periferie milanesi, Giambellino ha un problema in più: l’Aler.

Non è un segreto per nessuno il fatto che l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale stia gestendo in modo pessimo l’emergenza abitativa, ormai da molti anni. Le case di sua proprietà in zona sono 2000, di queste si stima che circa 800 siano vuote. Parliamo di abitazioni vecchie e perlopiù inagibili, che l’Aler non vuole ristrutturare per via degli alti costi necessari. Queste case vuote ovviamente fanno gola a molti, soprattutto quando le liste di attesa per le case popolari sono così lunghe che lascerebbero chiunque senza speranza. Succede dunque che le case vengano a poco a poco occupate illegalmente: si stima che quasi la metà di queste 800 abitazioni sia occupata da abusivi.

Foto di Stefano Colombo, 2016. Clicca sulla foto per leggere l’articolo.

L’Aler è a conoscenza della situazione e assieme al Comune e alla Regione sono riusciti ad attrarre un investimento di 90 milioni — di cui 60 provenienti dall’Unione Europea — per abbattere le vecchie case del quadrilatero di Lorenteggio e costruirne delle nuove — ma i lavori non riescono a partire. Così il rischio, come accade spesso in Italia, è che quei soldi alla fine vengano resi non più disponibili, perché incapaci di rispettare i vincoli europei.

La sorte di chi, una volta occupato, viene sgomberato è molto difficile. Chi ha occupato negli ultimi cinque anni, non può più essere messo in graduatoria per le case popolari. Quando le famiglie sono sgomberate vengono portate in posti terribili come il campo di via Barzaghi: capannoni in lamiera divisi in quadrati da tende, dove ci sta soltanto il letto. Arrivati lì, senza la possibilità di accedere alle liste di attesa, sono abbandonate a una vita di stenti. Ma quelle famiglie cercavano solo un luogo dove vivere.

Di ciò sono consapevoli gli antagonisti del Comitato Abitanti e proprio per questo motivo hanno iniziato la propria attività, pur consapevoli di andare contro la legge. In un comunicato stampa condiviso su Facebook, il Comitato si difende dalle accuse mettendo in primo piano la loro buona fede e lo scopo sociale della loro azione: “Affermiamo che queste accuse sono assolutamente vere. Da anni agiamo nel quartiere per far fronte alla grave situazione di emergenza abitativa, speculazione e abbandono che il quartiere, come altre zone della città, vive. Il Comitato degli abitanti del Giambellino Lorenteggio si occupa di risolvere problemi causati dall’incuria, la speculazione edilizia e la gestione mafiosa di ALER e del Comune. Abbiamo assegnato decine, forse centinaia di case vuote a famiglie che ne avevano bisogno. Abbiamo difeso queste famiglie dagli sgomberi e le abbiamo aiutate a riavere un tetto sulla testa. Lo abbiamo fatto insieme con gli abitanti, aiutandoci a vicenda.”

Foto via Facebook / Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio

Per fare il punto della situazione riesco a convincere uno dei giovani animatori del Comitato a rilasciare un’intervista, a patto che rimanga anonima.

Nel silenzio del Comune sulla questione, si legge sui giornali che le persone sgomberate non finiranno per strada, ma che per loro è stata individuata una sistemazione provvisoria fornita dai servizi sociali del Comune. Secondo il membro del Comitato “ci sono almeno due casi che mi vengono in mente di persone che non hanno dove stare, ma non so cosa farà il Comune di preciso. C’è solo una famiglia, mi risulta, che è a spasso in questo momento.” La risposta a chi accusa il Comitato di svolgere un’attività in cambio di un ritorno economico è che “questa è una bugia, che si è andata a formare grazie al tam tam giornalistico. Uno ha ripreso l’altro e si sono riportate notizie false. Probabilmente è partito tutto da un misunderstanding sul comunicato e la conferenza stampa che hanno fatto i carabinieri. La realtà è che a nessuno sono mai stati chiesti dei soldi e nessuno ha mai dovuto versare dei soldi per vivere negli alloggi. Questa è semplicemente una montatura che è venuta fuori dai giornali, non so se in malafede o no.”

Allo stesso tempo i pm ritengono che l’attività svolta dagli antagonisti servisse a porre il loro controllo all’interno del quartiere ingraziandosi la parte più indigente della popolazione. “Non la metterei né sul piano della questione umanitaria né tanto meno sul piano del controllo del quartiere, innanzitutto perché la nostra non è una rete che coinvolge tutte le persone del quartiere, non si tratta di controllo politico. Non c’è potere: è un’attività completamente orizzontale portata avanti da persone che si sono incontrate, accomunate da alcune necessità materiali, soprattutto dal problema del dove abitare, e che incontrandosi si sono date gli strumenti a vicenda per poter risolvere le proprie situazioni. Non c’è un controllo del quartiere, anche perché questo quartiere è strutturalmente incontrollabile.”

“È un’attività completamente orizzontale portata avanti da persone che si sono incontrate, accomunate da alcune necessità materiali, soprattutto dal problema del dove abitare.”

Ma come funzionava di fatto l’attività del Comitato? Come si accedeva al servizio? È molto semplice. Non ci sono liste o metodi precisi per affidare le abitazione a chi è più in difficoltà. L’attività era sommaria: “Non ci sono liste e nemmeno preferenze o amicizie. Semplicemente c’erano delle persone che entravano a far parte del comitato liberamente — c’era pure la pagina Facebook e i volantini per promuovere l’iniziativa. Arrivavano individui in situazioni molto gravi che avevano bisogno di aiuto e quello che facevamo era aiutare queste persone a cercare un posto dove vivere.”

L’attività degli antagonisti però era molto più ampia, con una lunga serie di servizi offerti agli abitanti quartiere. Se non fosse per i capi di imputazione il loro lavoro potrebbe essere equiparato a quello di una onlus: doposcuola per i bambini del quartiere, corsi di italiano per adulti e adolescenti, mensa popolare, recupero e distribuzione gratuita di cibo per gli indigenti, squadra di calcio maschile e femminile per ragazzi, lavori di autorecupero degli spazi comuni nelle palazzine fatiscenti, sportello di consulenza legale per regolarizzarsi, sportello di ascolto per donne in difficoltà, cooperative di disoccupati per piccoli lavori di imbiancatura, traslochi, feste popolari e altri momenti di socialità. Un ampio ventaglio di attività che avevano un ruolo prezioso in un quartiere difficile come quello del Giambellino. Purtroppo, la risposta delle autorità è sempre stata negativa, senza dialogo. Il contatto con le istituzioni avveniva solo nel momento in cui si palesava la polizia pronta a sgomberare una casa dopo l’altra.

Foto via Facebook / Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio

Sui giornali si è parlato molto di uno studente di filosofia laureato con 110 e lode che è andato agli arresti domiciliari. Sono due in realtà i membri del comitato laureati in filosofia con il massimo dei voti. “Posso dirti che laurearsi con 110 e lode a filosofia non è questa grande impresa, anch’io sono laureato in filosofia con il massimo dei voti. A volte la stampa ha dei gusti un po’ strani e ai giornalisti è piaciuto ricalcare questo aspetto del curriculum vitae. Ma anche altri ragazzi che sono stati arrestati sono stati degli ottimi studenti.”

Per i giovani membri del comitato questa è una giornata da dimenticare, ma non si danno per vinti.

“Non sappiamo d’ora in poi cosa succederà, come andrà avanti il comitato. Per noi questa è una bella botta. È stato bello sicuramente che ci sia stata una reazione da parte delle persone che sono solidali con noi. Spesso le persone cercano di trasformare questi eventi negativi in nuovi elementi di forza e nuove motivazioni. Cosa ne sarà del futuro non lo sappiamo perché è successo solo stamattina. Continueremo di certo a fare quello che abbiamo fatto finora.”

Le 18 sono passate da qualche minuto e, partito da piazza Tirana, il corteo si muove lungo il viale Giambellino. In marcia ci sono più di 200 giovani, provenienti da realtà associative e centri sociali sparsi per tutta la città. Mentre avanzano inneggiano cori in supporto del Comitato, chiedendo che venga rispettato il diritto ad avere una casa. Non mancano neanche alcune frasi critiche rivolte nei confronti del vicepremier Salvini e del Decreto Sicurezza.

La domanda che viene da farsi è se questa realtà, che ha voluto costruire un piccolo sistema di anti-stato nella periferia milanese, rispecchi le esigenze degli abitanti — sempre più residenti qui votano Lega e si oppongono alla crescente immigrazione. Il disagio accompagna la vita di tutti i giorni e l’emergenza abitativa è un problema a cui l’Aler e l’amministrazione comunale non hanno saputo dare risposta. Per risolverlo oggi c’è chi ha deciso di andare contro la legge, e ora rischia di finire in galera. Comunque vada, per il Giambellino sarà comunque una sconfitta.


In copertina: foto dell’autore dalla manifestazione di ieri in Piazza Tirana.

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