in copertina foto di Marco Panzetti: leggi l’intervista di Diaframma

“Il futuro si intravvede nei numeri, non si apprende dai media ogni giorno.”

La tematica dei flussi migratori esige quanto mai prima il rigore della ricerca, a fronte di una propaganda battente e una generalizzata ignoranza dei dati, fomentata dai mezzi d’informazione più frequentati dagli italiani.

Il primo, veemente appello che Mariella Enoc, presidente della Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicità (ISMU), ha lanciato aprendo la presentazione del XIV Rapporto sulle migrazioni prodotto per il 2018 dall’ente è una potente richiesta di abbassare i toni e di cercare soluzioni adeguate alle criticità del sistema d’accoglienza basandosi sui dati reali.

Da 24 anni l’istituto si propone di monitorare in modo indipendente e quanto più scientificamente possibile l’andamento dei flussi e il loro impatto sulla società italiana, per favorire un approccio sistematico e senza demagogia. Un approccio che risolve i problemi, non li gonfia e non li strumentalizza.

L’enorme bias percettivo del fenomeno migratorio da parte degli italiani è stato già messo in luce da uno studio dell’istituto Ipsos – MORI lo scorso agosto: se i cittadini europei sovrastimano nettamente la percentuale di immigrati presenti nei loro paesi (di fronte al 7,2% di immigrati non-UE presenti realmente negli Stati europei, gli intervistati ne stimano mediamente il 16,7%), gli intervistati italiani trasformano circa il 7% in 25%.

Complice un sistema d’informazione che sovra-rappresenta l’entità dei flussi. Stando al rapporto annuale dell’Associazione Carta di Roma, in tutto il 2017, sono stati solo 43 i giorni in cui i principali quotidiani nazionali non hanno riportato in prima pagina un titolo sull’immigrazione, e i TG hanno parlato del tema 3713 volte in prima serata. Per il 40% si è trattato di notizie sulla gestione degli arrivi — di fronte a un simile bombardamento, è quasi difficile biasimare chi crede nell’invasione.

Al 1° gennaio 2018 erano presenti sul territorio italiano 6 milioni e 108.000 stranieri (cittadini UE compresi), circa uno straniero per ogni dieci abitanti, di cui però solo un 9% senza regolare titolo di soggiorno. La nettissima maggioranza di questi arriva da Paesi dell’Unione Europea (circa il 3% dei residenti in Italia) e dall’Europa Centro-orientale (Albania, Ucraina e Moldavia in testa), per un totale di 2 milioni e 610 mila residenti, seguiti dalla minoranza nordafricana (655 mila persone) e dalle minoranze asiatiche (524 mila dall’Asia Centromeridionale e 482 mila da quella Orientale). La componente irregolare, composita e variegata per provenienza, si attesta attorno alle 533mila unità.

La chiusura dei porti

Il direttore della collana ISMU Vincenzo Cesareo fa notare che, per quanto gli arrivi possano essere crollati dell’80% nel corso del 2018 (dai 107.000 del 2017 ai 21.000 del 2018), a causa della politica della chiusura dei porti voluta dal governo è aumentato il numero di persone riportate dalla guardia costiera libica in Libia, considerato dall’UNHCR un Paese non sicuro, a causa delle torture e delle gravissime violazioni dei diritti umani a cui i migranti vengono sottoposti.

Come noto, in base alla Convenzione di Amburgo del 1979, gli Stati parte dell’accordo devono portare i migranti salvati in mare in porti sicuri, dunque non in Libia, ma evidentemente nulla vieta che questi stringano con le autorità locali patti per costringerli nelle carceri per anni.

La politica di contenimento europea si sta traducendo in un rigonfiamento del vero limes europeo, quello dei Paesi a cui gli Stati membri hanno affidato l’onere del blocco dei migranti: la Turchia e, per l’appunto, la Libia.

Secondo i dati dell’UNHCR, il numero di rifugiati siriani in Turchia supera i 3 milioni e mezzo, a cui vanno sommati 360 mila rifugiati afghani, iracheni, iraniani e somali. In Libia le cifre sono molto inferiori — secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione sarebbero 700mila nel 2018 i migranti presenti — ma andranno inevitabilmente a crescere.

Cesareo peraltro denuncia come, malgrado la politica muscolare del Ministro degli Interni, gli arrivi in Italia stiano continuando, anche se in forma diversa. Gli scafisti, al posto dei gommoni sovraccarichi, optano sempre più frequentemente per motoscafi rapidi e leggeri, difficilmente intercettabili, così da depositare i migranti sulle nostre coste senza alcun tipo di controllo o processo di identificazione.

L’Africa cresce demograficamente e i flussi non si fermeranno

Dal 1990 a oggi, la popolazione dell’Africa subsahariana è raddoppiata e l’intero continente sta attraversando un incredibile boom demografico, accompagnato da una notevole crescita economica — in parte dovuta alla crescita della popolazione stessa, in parte agli investimenti esteri — ma alla crescita del PIL non corrisponde una maggiore inclusività e redistribuzione delle ricchezze, e i sistemi economici nazionali soffrono di gravi difetti strutturali.

In altre parole, le disuguaglianze stanno aumentando, le condizioni di vita delle fasce più povere della popolazione vanno peggiorando, motivo per cui sono in molti a lasciare il proprio Paese per cercare opportunità e migliori condizioni socio-economiche. La maggior parte dei migranti rimane nel continente, ma è impensabile che, pure a fronte di un rafforzamento delle frontiere, parte di essi smetta di agognare l’Europa. Oltretutto, come sottolinea Livia Elisa Ortensi nel Rapporto, benché l’Africa sia il continente con il minor tasso di emigrazione internazionale, la crescita demografica, pur a tasso costante, comporterà anche un aumento del numero assoluto dei migranti africani.

Esiste d’altra parte una relazione positiva, attestata dalla letteratura scientifica, tra crescita economica ed emigrazione per i Paesi in via di sviluppo, che si inverte solo nel momento in cui il reddito pro capite non supera una certa soglia. Ancora, a maggiori livelli di ricchezza e istruzione si associa un basso tasso di fertilità — è il cosiddetto “paradosso economico-demografico.”

In altre parole, i flussi dall’Africa non diminuiranno e riguarderanno comunque l’Italia e l’Europa, per quanti ostacoli si possano frapporre fra noi e loro. Una risposta di medio-lungo periodo non è il contenimento dei flussi, tantomeno il blocco dei porti, inefficaci a lungo termine e lesivi dei diritti umani, ma una volta di più la cooperazione allo sviluppo.

L’importanza delle rimesse, dunque del lavoro.

In quest’ottica, emerge dal Rapporto un dato assai eloquente. Citando le rilevazioni della Banca Mondiale, Cesareo nota come le rimesse dei lavoratori stranieri dirette verso i Paesi a basso e medio reddito abbiano toccato, nel 2017, i 466 miliardi di dollari, a fronte di un impegno pubblico allo sviluppo di 146 miliardi. I trasferimenti verso l’Africa subsahariana sono tuttavia i più costosi al mondo, circa il 9,5% per 200$ nel 2015.

Il dato riflette tutta l’importanza delle rimesse dei lavoratori all’estero per lo sviluppo del continente, e si tratta di un notevole spunto per lo studio di politiche lungimiranti anche in Unione Europea.

La questione delle rimesse apre poi l’enorme capitolo delle condizioni di lavoro per gli immigrati.

È il fattore economico il primo motore delle migrazioni, e per quanto sia drastica la conclusione di Gian Carlo Blangiardo in merito al blocco delle quote di nuovi ingressi per motivi di lavoro dal 2011 a oggi, a suo dire una scelta saggia, è anche vero che il medesimo blocco ha contribuito a rendere il cappello della “migrazione umanitaria,” esattamente come in passato fu per il visto turistico, uno strumento alternativo d’accesso per coloro che vorrebbero raggiungere l’Europa a scopi lavorativi, vanificando qualsiasi tentativo di pianificazione, tanto che la dinamica degli ingressi è divenuta del tutto indipendente dalla programmazione dei fabbisogni e dalla domanda di lavoro. Sottolinea infatti Laura Zanfrini che la funzione delle quote era piuttosto di “far emergere rapporti di lavoro sommersi, regolarizzando al contempo il soggiorno sul suolo italiano,” piuttosto che arginare i flussi.

Nel nostro Paese sussiste una considerevole etnostratificazione del mercato del lavoro, per cui si registra una forte tendenza alla specializzazione per etnia e circa il 76,3% degli immigrati occupati si concentra nel comparto operaio. La condizione di straniero e di soggetto vulnerabile rende poi frequenti fenomeni di marginalizzazione e di retribuzione in nero. Ancora più soggetti al lavoro precario, gli stranieri extracomunitari soffrono di una penalizzazione retributiva del 35% rispetto agli italiani.

Quello che spesso non si considera è che la disparità di trattamento, il lavoro sommerso, il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori stranieri non incide negativamente solo sulla vita degli immigrati, ma su tutto il mercato del lavoro, generando casi di vero e proprio dumping salariale. Specie per quanto concerne la popolazione maschile a bassa qualificazione, per gli immigrati già presenti sul suolo italiano e per i lavoratori in nero, l’ingresso di manodopera irregolare o disponibile a lavorare per compensi infimi, senza alcuna garanzia in termini di diritti, rappresenta un pericolo sociale. Viene facile pensare che riequilibrando le disparità, garantendo diritti e lavoro regolare, non solo si apporterebbe beneficio tanto all’immigrato quanto all’italiano, ma arriverebbero anche più introiti nelle casse dello Stato, senza contare il fatto che si toglierebbero dal fuoco della “guerra tra poveri” tizzoni ardenti. Per di più, come sottolinea ancora Laura Zanfrini, la condizione svantaggiata degli immigrati è in un certo senso ereditaria, ricade sulle generazioni successive, decisive per il processo di integrazione.


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