“Insieme a tanti altri compagni abbiamo pensato che si doveva tentare un ultimo assalto alla rocca, diciamo, un tentativo disperato di salvare ciò che altri hanno distrutto.”

Dario Corallo ha 31 anni ed è candidato alla segreteria del Partito democratico. Il 18 novembre è riuscito a far parlare di sé a tutti i telegiornali del paese, lanciando dal palco dell’assemblea nazionale del partito una stoccata ai metodi comunicativi dell’immunologo Roberto Burioni — “occupiamoci di chi è svantaggiato, del 99% delle persone che non hanno la possibilità di far parte del ‘meglio’ della società. E non umiliamoli se avanzano dei dubbi, come un Burioni qualsiasi.”

Corallo è visto come un outsider nella corsa alla segreteria, un giovane alla ricerca di un’impresa audace. Secondo un sondaggio pubblicato ieri da Termometro politico, se si votasse oggi raccoglierebbe il 5,2% delle preferenze. L’abbiamo raggiunto per telefono per capire qualcosa di più riguardo alle sue idee politiche — abbiamo evitato di parlare di Burioni.

Ciao Dario. Hai 30 anni e ti candidi a segretario del Partito democratico: sei matto? Come mai questa decisione?

Perché l’alternativa era andarsene, mollare il campo di battaglia. E dopo tanti anni, tanta fatica da parte mia insieme a tanti altri compagni abbiamo pensato che si doveva tentare un ultimo assalto alla rocca, diciamo, un tentativo disperato di salvare ciò che altri hanno distrutto.

Pensando alla “distruzione” nel Pd degli ultimi anni è impossibile non vedere il Jobs act come uno spartiacque, pratico e ideologico.

In realtà lo spartiacque ideologico non è lì — lo è stato più comunicativamente, forse. Il punto essenziale è il 2012, quando cade il governo Berlusconi e Bersani, segretario, anziché prendersi il carico di andare al voto e governare il paese — visto che la vittoria del centrosinistra sarebbe stata scontata in quel momento — decide di sostenere il governo Monti, un governo di destra. È come se il segretario avesse detto “le nostre ricette non funzionano, usiamo le loro perché questa responsabilità non ce la prendiamo.” È lì la sconfitta: il gruppo dirigente di una comunità che non crede nelle proprie idee, nelle proprie proposte, ed è l’inizio della fine. Weber contrapponeva l’etica della responsabilità all’etica dei principi; io credo si debba tornare all’etica dei principi e abbandonare questa etica della responsabilità, che ci ha portato a essere totalmente sovrapponibili alla destra.

Ma quindi un provvedimento come il Jobs Act, se tu fossi segretario, nell’impianto del partito verrebbe confermato o ci si muoverebbe attivamente per ripensarlo?

Purtroppo non avrei il potere di modificarlo. Questo è un altro grande non detto di questo congresso: prima che il centrosinistra torni a governare ci vorranno anni. Posso anche dire “se divento segretario lo cancello subito:” il problema è che non è così. Pur volendo non potrei, perché non governiamo più proprio per via di quelle scelte. Se parliamo invece di un futuro ipotetico ti direi di sì.

Per aiutare i lavoratori non serve aiutare gli imprenditori, come è stato fatto in questi anni: sembrerà strano, ma per aiutare i lavoratori si devono aiutare i lavoratori, innanzitutto dando loro il bagaglio di welfare di cui ha bisogno qualsiasi famiglia. Poi serve che lo stato torni prepotentemente nell’economia e nel mercato del lavoro. In questi anni abbiamo visto come la detassazione per le aziende che assumevano abbia comportato una maggiore assunzione, ma a condizioni disumane. Io do sgravi per, diciamo mille euro all’azienda che assume, ma poi al lavoratore ne arrivano 800. Sempre più persone pur lavorando restano povere, ma una persona, più che lavorare, cosa deve fare?

Cambiamo argomento, ma sempre cose democratiche degli ultimi anni. Come ti poni rispetto alle politiche migratorie di Minniti?

Innanzitutto ritengo che quello sia stato uno dei momenti in cui meglio sia stata mostrata la subalternità della sinistra alla destra. Siamo andati a chiudere un accordo di dubbia moralità con la Libia — in cui ci sono carceri in cui non vengono rispettati i minimi diritti umani — per poi dire “ah abbiamo fermato i flussi.” Fenomeni di questa portata non li fermi, al massimo puoi governarli: Minniti ha detto che lui li ha governati, ma non è così.

Bisogna ragionare a lungo sul post–colonialismo: c’è un continente che è stato martoriato per secoli da colonialismo e neocolonialismo, e ci stupiamo che i suoi abitanti vadano a cercare fortuna altrove. Quando un uomo ha fame non lo fermi in nessun modo — come noi non fermiamo i ragazzi nostri che vogliono andare a cercare lavoro all’estero. E adesso aumenteranno, perché ci saranno anche le cosiddette migrazioni climatiche.

Non si può mettere un tappo senza allentare la pressione, bisogna andare nei paesi di origine e fare investimenti. Inoltre il Pd ha governato per anni e non ha ancora cambiato la Bossi–Fini. C’era un disegno di legge del 2014, di Beppe Guerini, un parlamentare bergamasco che tra l’altro è stato ricandidato in posizione ineleggibile. Lui aveva presentato un disegno per abolire la Bossi–Fini, e nessuno si prese la briga di sostenerla.

Parli anche di eventuali corridoi umanitari?

Sì, anche di corridoi umanitari. Il Sahara oggi è un cimitero. Un paio di mesi fa ho avuto la possibilità di andarci: ho parlato con vari gruppi di beduini, di persone che il deserto lo conoscono. Ci sono moltissime persone che dall’Africa subsahariana che decidono di attraversare il Sahara e per non finire in un carcere libico che decidono di tornare indietro — ed è difficile sopravvivere due volte all’attraversamento del deserto.

Uhm.

Bisogna garantire dei passaggi, dare degli strumenti per poter venire qua regolarmente. È la legge che definisce lo status di clandestino, ecco perché quello che dice Salvini sono stupidaggini. Non è una definizione data da qualche caratteristica naturale.

Alla segreteria del Pd sono candidati solo maschi. Credi che sia un problema? (l’intervista si è svolta il giorno prima della candidatura di Maria Saladino, ndr)

Sì, c’è un tema gigantesco che è il maschilismo all’interno del partito. Non solo — in tutta la società c’è questa concezione patriarcale della famiglia per cui la donna dev’essere un soggetto sottomesso all’uomo. L’abbiamo visto anche nel decreto Pillon e nella chiusura dei rubinetti per i fondi al congedo di paternità. Ci si concentra molto su microfenomeni come violenze singole e poco sul fenomeno principale, su cui si dovrebbe lavorare: lo smantellamento di una concezione culturale della donna. E questo avviene anche all’interno del partito, per cui la donna è quell’elemento che viene messo in quota — “ah, ho candidato una donna, avete visto?” È una figurina: la prima cosa che ci viene chiesta parlando di una candidata donna è sempre “chi c’è dietro?”

Ma quali potrebbero essere delle politiche attive per smantellare questo impianto ideologico?

Una proposta, per esempio, l’ho lanciata nei giorni scorsi ed è il congedo di paternità obbligatorio paritario. Perché la donna deve avere sei mesi di congedo e l’uomo quattro giorni, adesso neanche quelli? Perché si sta tacitamente dicendo che la cura della famiglia è una cosa della donna. E lo stesso avviene per tantissime cose. Salvini è andato a sostenere quell’idea, facendo vedere la foto della compagna che gli stirava le camicie. Bisogna fare politiche serie per l’inclusione nel mondo del lavoro, soprattutto per l’assunzione: con il permesso di paternità obbligatorio verrebbe a cadere uno dei principali elementi di discriminazione in fase di assunzione. È una proposta che abbiamo fatto come associazione giovanile quando governavamo, ma non siamo stati nemmeno ascoltati.

Prima delle elezioni Liberi e Uguali ha proposto l’università gratuita per tutti. Cosa ne pensi?

Io sono convinto sia una proposta non solo fattibile ma che dovrebbe essere portata avanti. Se una cosa viene ritenuta un diritto, questo dev’essere gratuito. Un’operazione in ospedale la paghiamo diversamente in base a chi viene operato? L’acqua è pagata diversamente in base a chi la beve? No.

Una domanda da nerd di politica. Candidato premier e segretario del partito: stessa persona sì o no?

Assolutamente no. Noi stiamo mettendo in programma la totale incompatibilità del segretario con qualsiasi carica monocratica. Un segretario non può fare neanche il presidente della provincia. Amministrare e fare politica sono due cose molto diverse. L’amministratore deve conoscere il particolare, la signora che abita al civico X, il cassonetto della strada Y, deve occuparsi delle piccole cose. Il politico deve occuparsi delle grandi cose, riuscire ad andare a volo d’uccello. Il problema è che qua di volare non se ne parla neanche.

Ultima domanda — ma non per importanza: ananas sulla pizza, sì o no?

Assolutamente no!

:(

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