Senza un piano complessivo di contrasto alla diffusione del “cibo spazzatura” e delle dipendenze connesse, la sugar tax serve solo ad accentuare il divario tra chi può permettersi un’alimentazione sana e chi no.

Nella ricerca disperata delle coperture finanziarie per coprire tutte le promesse elettorali incluse nella manovra di bilancio, l’ultimo espediente è arrivato con un emendamento proposto dalla presidente della commissione Finanze della Camera, la pentastellata Carla Ruocco: tassare le bevande zuccherate, come Coca Cola e affini, per coprire l’esclusione del regime Irap per le partite Iva fino a 100 mila euro. Sulla proposta il governo però è già diviso, non nel merito della nuova tassa — che dovrebbe ammontare a mezzo centesimo per ogni grammo di zucchero — ma per come impiegare il gettito ricavato: il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, infatti, vorrebbe che i proventi andassero a incrementare i fondi per l’università e la ricerca.

La “sugar tax” non è una novità: i primi esempi di tassazione sulle bibite zuccherate sono addirittura anteguerra, come il caso della tassa sui succhi di frutta della Danimarca, negli anni Trenta (tassa che ha poi soppresso nel 2013). La diffusione di sugar tax, Finlandia e Ungheria, 2011, Francia, 2012, Messico, 2013, Regno Unito, 2016, arriva sull’onda del successo — più o meno discusso — della tassazione sul consumo di tabacco di altre sostanze che generano dipendenza. Nel 2015, l’Organizzazione mondiale della sanità ha raccomandato di ridurre l’assunzione di zuccheri a meno del 10% del totale delle calorie assunte nel corso di una giornata — e, possibilmente, a meno del 5% — per evitare gravi conseguenze sulla salute di adulti e bambini. In molti paesi, come Stati Uniti e Messico, la diffusione di cibi altamente zuccherati assume le dimensioni di una vera e propria emergenza sanitaria. Per questo, anche se i suoi effetti sulle abitudini di consumo sono discutibili, e certamente non è sufficiente da sola per ridurre la diffusione di obesità e diabete, la sugar tax è generalmente accolta positivamente dall’opinione pubblica.

Ma qual è il problema, allora?

Un paragone fondamentale per capire che cosa non funzioni nella proposta di Carla Ruocco è quello con le imposte pigouviane, come si chiamano comunemente le tasse imposte a settori responsabili di emissioni inquinanti. Il paragone è importante perché l’economista da cui prendono il nome — Arthur Cecil Pigou — teorizzava come necessario, oltre alle imposte, un insieme di sussidi che inducessero l’industria a comportamenti diversi.

È difficile invece vedere un collegamento diretto tra una sugar tax — anche leggera — e l’esclusione dall’Irap delle partite Iva medie (ma anche dall’impiego dei fondi per la ricerca, scopo meritorio ma che comunque non c’entra nulla): trattandosi di un’imposta sui prodotti è trasversale e in maniera percentuale non può che interessare maggiormente i ceti più deboli della popolazione — quelli tra cui, oltretutto, le bevande zuccherate sono più diffuse — mentre il gettito ricavato avvantaggerebbe l’imprenditoria medio-piccola. Si tratta, a tutti gli effetti, di una redistribuzione di reddito al contrario.

La tassazione di consumi obbligati o legati a situazioni di dipendenza è una vecchia tradizione della tassazione emergenziale italiana, e, tradizionalmente, non è contestualizzata da nessuna operazione, appunto pigouviana. In questo modo, non si fa che accentuare un divario che è già drammatico: quello tra chi può permettersi un’alimentazione sana e chi no, rendendo anche la tavola un luogo in cui le differenze di classe sociale siano ben chiare.

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La tassa sullo zucchero sarebbe soltanto un modo estremamente facile di far cassa sulle spalle dei più poveri, senza dimostrare nessun serio interesse nel combattere i diffusissimi casi di obesità o l’avanzata del diabete — interesse che non c’era neanche quando si è trattato di tassare alcolici, junk food, o si è fantasticato di impedire l’acquisto di sigarette con l’ipotetico reddito di “cittadinanza” del Movimento 5 Stelle.

Se il governo ha veramente voglia di testare la propria popolarità contro i “vizi” del popolo, fa bene: ma lo faccia davvero, con programmi più ampi di incentivi per il consumo di alimenti salutari, rivedendo ad esempio i confini delle agevolazioni Iva, ma soprattutto con politiche sociali e industriali che per scardinare dipendenze e rimodellare filiere produttive vecchie spesso più di un secolo. Alcuni studi indicano come efficaci anche riforme banali come pretendere bottiglie più piccole, in sezioni meno esposte dei supermercati. Se invece si vogliono trovare misure di redistribuzione del reddito attraverso la tassazione, non mancano gli esempi che si potrebbero seguire per andare a colpire chi ha di più, non chi ha di meno: dalle tasse sul lusso alle imposte sugli immobili di proprietà, che la destra italiana boicotta da decenni. Per non parlare della temutissima patrimoniale, che anche secondo quei pericolosi estremisti di sinistra dell’OCSE sarebbe uno strumento utile per riequilibrare le disuguaglianze. Va ricordato inoltre che in Italia gli assorbenti non sono ancora considerati come un bene primario.

A inizio articolo scrivevamo che la tassa sulle bevande zuccherate in Danimarca è saltata nel 2013. Com’è successo? È successo che un anno e mezzo prima il governo aveva deciso di colpire drasticamente il consumo di cibi con un contenuto di grassi saturi superiore al 2,3. La legge voleva spingere i danesi verso prodotti più salutari, ma copriva anche il burro. Il suo unico risultato fu creare una vera ondata di traffico frontaliero verso Svezia e Germania da parte di famiglie che andavano a comprare il burro per cucinare. Un anno e mezzo dopo, l’intero pacchetto di tassazione “salutare” fu fatto saltare.

Esistono anche studi incoraggianti sugli effetti positivi della sugar tax, ma è chiaro che senza un lavoro davvero sistemico contro la diffusione del cibo spazzatura e il contrasto alle dipendenze si tratta, se mai, di “effetti collaterali” di una politica finalizzata unicamente a fare cassa: nel caso del governo italiano, una scusa per trovare rapidamente coperture e scaricare la spesa delle proprie promesse elettorali direttamente sulla cittadinanza.


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