150.000 franchi svizzeri, ripartiti in diciotto comode tranche, per finanziare la propria campagna elettorale.

Per questa volta noi italiani non c’entriamo. Anche dall’altra parte delle Alpi la politica gioca sporco. Il caso dei flussi di denaro sospetti dalla Svizzera a favore del partito d’estrema destra Alternative für Deutschland, in altri tempi, avrebbe troncato sul più bello la carriera di Alice Weidel, giovane leader del movimento. In altri tempi, una parlamentare tedesca incastrata in un affare simile, colpevole o meno, avrebbe rassegnato le dimissioni, o quantomeno le sarebbe stata indicata la porta dai compagni di partito. Ma Alice Weidel non è che l’ultima rappresentante dell’AfD coinvolta in un giro di denaro fumoso.

Chi è Alice Weidel

L’impressionante biografia di Alice Weidel fa di lei contemporaneamente il soggetto perfetto per un romanzo e il profilo istituzionale che la destra europea aspettava per sfondare le porte di Bruxelles: trentanove anni, di cui sei trascorsi in Cina per un dottorato di ricerca in Economia; un percorso accademico e professionale costellato di successi, una casa a Costanza, due figli e una moglie. L’essere donna, l’essere lesbica, l’essere stata cittadina del mondo la rendono irriducibile allo schema retorico che vorrebbe l’AfD come partito xenofobo, omofobo, erede nostalgico del nazionalsocialismo, in quanto incarnazione di tutto ciò che c’è di più distante dall’ideale di donna della destra estrema tedesca, se non fosse che per i capelli biondi e gli occhi chiari. In effetti, il primo, non unico peccato della portavoce al Bundestag dell’AfD è l’incoerenza fra il programma del partito in cui milita e il suo vissuto, che ne farebbe a tutti gli effetti un leader del XIX secolo, il prodotto ideale dello sdoganamento dei valori tradizionali.

Alice Weidel, oltre a parlare perfettamente il mandarino, sa parlare al Volk tedesco con una capacità oratoria rara e affilata, come una gelida macchina del consenso.

Le ultime notizie giunte in Italia a proposito della parlamentare tedesca riguardavano il suo commento acre rispetto alla manovra finanziaria del governo giallo-verde.
“Come si può vendere agli europei il concetto che in futuro 400 mila o 500 mila italiani andranno anticipatamente in pensione, ma anche che ci sarà un reddito minimo e una flat tax? Questi sono atti di beneficenza di uno Stato sociale che altri Paesi membri non osano neanche sognare. Di fronte ai piani italiani, gli esperti finanziari hanno i capelli dritti: con 132% del Pil ci si permette una quota doppia di quella tedesca. Ma Roma ha un monte debiti ormai difficilmente abbattibile di 2,3 mila miliardi di euro.”

foto CC Olaf Kosinsky

Alice Weidel, foto CC Olaf Kosinsky

“Soci d’affari” generosi

“Un donatore dalla Svizzera sostiene settimanalmente Alice con diverse migliaia di franchi. Che facciamo? Devo registrare le somme da qualche parte o renderle note?”. Il 10 agosto 2017, la tesoriera del circolo provinciale di Costanza scriveva perplessa al tesoriere della frazione del Baden-Württemberg Frank Kral.
La domanda è mal posta, ma la donna pare non rendersene conto. Secondo la legislazione tedesca, le donazioni dai Paesi non-UE, come la Svizzera, non possono essere accettate dai partiti politici. Inoltre, qualsiasi somma donata superiore ai 50.000 euro dev’essere notificata agli uffici del Bundestag – fatto che rende ancor più sospetta la dilazione dei pagamenti, volta con tutta probabilità ad aggirare la norma. Ma per ignoranza, per leggerezza o per malafede che sia, Herr Kral, nell’e-mail di risposta, tranquillizzava la perplessa tesoriera, rassicurandola del fatto che fosse tutto regolare e che nessuna segnalazione fosse necessaria.

Chi poi fosse il benefattore svizzero non era chiaro allora e non lo è tutt’oggi: i versamenti venivano effettuati anonimamente da un non meglio identificato “Geschäftsfreund”, un “socio d’affari,” con la più che esplicita causale “Donazione campagna elettorale Alice Weidel.” Annette Sawatzki, portavoce dell’associazione LobbyControl, sottolinea ai microfoni della ZDF che per legge il nome del donatore dev’essere riconoscibile, non può essere nascosto dietro perifrasi simili. L’unica informazione nota circa l’origine del denaro è il conto di provenienza. Si tratta di una piccola casa farmaceutica con sede a Zurigo, la Pharmawholesale International AG” (PWS), il cui consiglio d’amministrazione tuttavia si rifiuta di diffondere il nome del donatore.

Incalzata dai giornalisti della Süddeutsche Zeitung, di WDR e NDR, Weidel si è dovuta smarcare dalle accuse, negando di essere a conoscenza dei fatti e di non avere idea della provenienza, né della motivazione, di questa donazione – a suo dire – non richiesta. Da aprile in avanti, i soldi sarebbero stati restituiti, in tutto o in parte, alla PWS, ma la restituzione non esime la capogruppo AfD dal confronto con la legge. Appare inverosimile che Weidel non sia stata nemmeno avvertita di quel flusso di denaro a suo nome sul conto del suo circolo di riferimento.

La “Schweiz-Connection” dell’AfD

Il caso Weidel non è che un esempio sfortunato di quello che sarebbe il reale metodo di autofinanziamento dell’AfD. Già nel 2017 un’inchiesta del sito d’informazione CORRECTIV e della magazine della ZDF “Frontal21” aveva portato alla luce una liaison tra il portavoce federale del partito Jörg Meuthen, eletto come Weidel in Baden-Württemberg, e un’altra compagnia svizzera, l’agenzia pubblicitaria Goal AG, che avrebbe pagato parte della cartellonistica e del materiale propagandistico della sua campagna per le elezioni del Landtag nel 2016. Anche in quell’occasione il partito non sentì la necessità di registrare i favori, in aperta violazione della normativa sui partiti. Circostanza, questa, che consentiva a CORRECTIV di avanzare l’ipotesi della sussistenza di altri finanziamenti elettorali non dichiarati da parte della Goal AG. Ed effettivamente l’agenzia pare aver sostenuto un altro candidato AfD, Guido Reil, entrato in gloria tra le fila del partito d’estrema destra dopo ventisei anni di militanza nell’SPD, questa volta in Nordrhein-Westfalen.

Jörg Meuthen, foto CC Robin Krahl

Jörg Meuthen, foto CC Robin Krahl

La difesa di Weidel è in tutto identica a quella del collega Meuthen, che l’anno scorso parlava di un servizio da lui non richiesto, un’iniziativa a lui non nota (salvo poi essere smentito da documenti attestanti il contrario), in seguito, di una dimostrazione d’amicizia da parte del capo dell’agenzia.

Non è l’unica ombra nel meccanismo di finanziamento del partito che sta facendo tremare Angela Merkel. Le strade delle città in Nordrhein-Westfalen e in Baden-Wurttemberg furono a loro tempo invase da enormi cartelloni a sostegno di Alternative fur Deutschland, ma a provvedere alla loro produzione e affissione era qualcun altro, nominalmente l’associazione Recht und Freiheit1, “think tank civico e conservatore,” come lo definisce il suo presidente, David Bendels . Recht und Freiheit, oltre a diffondere per tutta la Germania migliaia di copie del suo giornale gratuito Extrablatt, deve aver speso diversi milioni di euro per sostenere i candidati dell’AfD, nonostante Bendels neghi un rapporto di dipendenza dall’AfD, ma da dove provengano tutti questi soldi non è dato saperlo.

Il quartier generale di Recht und Freiheit aveva sede a Stoccarda e consisteva esclusivamente di una cassetta delle lettere, il cui contenuto veniva periodicamente inviato altrove. Ad Andelfingen, in Svizzera, per l’appunto, alla sede della Goal AG. Goal AG che, stando alle indagini di Frontal21, avrebbe finanziato anche il gruppo euroscettico del Parlamento Europeo Europa delle Nazioni e della Libertà, lanciato da Marine Le Pen, Matteo Salvini e  Geert Wilders nel 2014. Il capo dell’azienda, Alexander Segert, ha inoltre contribuito in prima persona alle campagne della Schweizer Volkspartei, formazione politica elvetica di estrema destra populista, e a quella dell’austriaca FPÖ.
Il caso Weidel dunque rinforza il sospetto che vi sia tuttora un collegamento tra le casse dell’AfD e la Svizzera — una “Schweiz-Connection,“ come definita dal tesoriere federale della Die Linke Harald Wolf.

L’esempio tedesco getta peraltro ombre inquietanti sul meccanismo di finanziamento dei partiti d’estrema destra in Europa. Della generosità di Alexander Segert e dei munifici soci d’affari elvetici hanno beneficiato solo tedeschi, austriaci e francesi?


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