Hanno ragione, ma non possono farci niente.

La proposta di rimuovere Mark Zuckerberg da presidente dell’azienda che ha fondato è sulla scrivania degli azionisti di Facebook da mesi. Lo scorso giugno l’agenzia di gestione investimenti Trillium Asset Management aveva presentato una lettera per la sua rimozione, dopo ripetuti inviti da svariati azionisti che ne avevano chiesto le dimissioni.

Tutto, però, è cambiato questo mercoledì, quando la proposta di Trillium è stata sottoscritta anche dai tesorieri di Rhode Island, Illinois e Pennsylvania, e dal controllore delle finanze della città di New York.

Insieme, questi funzionari pubblici controllano centinaia di miliardi di dollari in investimenti statali e fondi pensionistici su tantissime aziende private, avendo così un’influenza gigantesca sugli altri azionisti, dentro e fuori da Facebook. Nell’azienda, sommati, i quattro fondi controllano 36,7 milioni di azioni: il 4,9% del totale.

Gli investitori hanno ragioni biecamente finanziarie per chiedere la testa di Zuckerberg: dallo scorso luglio il valore delle azioni di Facebook è sceso da 217$ agli attuali 158.

Ma Facebook ha una struttura altamente verticistica: se le loro lamentele si fermassero qui, non avrebbero nemmeno la possibilità di essere considerate. Non solo su Zuckerberg sono concentrate sia la figura del presidente che quella dell’amministratore delegato, ma, attraverso un sistema deforme di divisione delle quote, Zuckerberg detiene il 60% del potere di voto malgrado sia in possesso solo del 16% delle azioni. La decisione di creare nuove quote senza titolo di voto, presa ormai più di due anni fa, nel giugno 2016, ha cementato il controllo di Zuckerberg, e potrebbe risultare uno degli errori piú gravi compiuti dagli investitori di Facebook.

Nel comunicato delle quattro tesorerie vengono sollevate le solite sacrosante preoccupazioni sulle azioni dell’azienda. Traduciamo dalla lettera:

  • L’influenza russa nelle elezioni statunitensi,
  • La condivisione dei dati personali di 87 milioni di persone con Cambridge Analytica,
  • La condivisione di dati con produttori di telefoni, tra cui anche Huawei, segnalato dall’intelligence statunitense come una minaccia alla sicurezza nazionale (*senza nessuna prova),
  • Il ruolo nella diffusione di violenze in Myanmar, India, e Sudan del Sud,
  • La diffusione di fake news,
  • Gli effetti negativi sulla salute mentale degli utenti, tra cui depressione, stress e dipendenza,
  • La possibilità concessa a chi fa campagne pubblicitarie di escludere persone di colore, ispaniche o di altre “affinità etniche.” (come le chiama Facebook)

È impossibile ridurre in punti il fallimento generale, totale, irrimediabile dell’attività di Zuckerberg, che — ricorderete — aveva annunciato che avrebbe dedicato quest’anno a migliorare il proprio servizio. Assenti dalla lettera, facendo una rapida analisi a semplice memoria d’uomo, mancano:

Batti il cinque

Batti il cinque

Sono così tanti che di sicuro ne stiamo dimenticando dozzine. Sono così tanti che da quando i quattro fondi hanno firmato la richiesta di rimozione di Zuckerberg dalla presidenza, consentendo almeno all’azienda di essere coinvolta in un dialogo sulla propria direzione, ne sono successe un sacco di altre, tra cui il recente furto di tutte le informazioni riservate di 29 milioni di persone da parte di spammer.

La situazione di Facebook, mentre cerca disperatamente di ricostruire la propria immagine agli occhi di un’utenza sempre piú disillusa, è così precaria da sembrare comica, o almeno tragicomica.

È difficile trovare un altro aggettivo per descrivere il destino di una società che organizza un ampio tour stampa dei propri uffici da cui monitora e contrasta le operazioni di influenza psicologica sulle elezioni, dando ampio spazio a come sta contrastando la diffusione delle fake news nelle drammatiche elezioni in Brasile, proprio mentre scoppia uno scandalo che rivela l’esistenza di un’intera industria di produttori di fake news in sostegno del candidato fascista Bolsonaro.

Per come è organizzato Facebook, nessuna cordata di investitori — nemmeno, letteralmente, tutti — può avere il potere di contrastare la volontà del fondatore, Zuckerberg, tantomeno licenziarlo. Ma dopo un biennio così critico, con il valore dell’azienda irrimediabilmente danneggiato, non possono non esserci conseguenze. E sottolineare le molteplici gravissime responsabilità di Facebook, per quanto sembri masochistico, potrebbe essere per gli azionisti l’unica via d’uscita: come hanno potuto permettere che un’azienda che ha questo potere e influenza sul funzionamento della democrazia stessa fosse amministrata sostanzialmente come una dittatura?

Intervistato da Kara Swisher su Recode, nel corso del proprio tour di scuse per lo scandalo Cambridge Analytica, Zuckerberg aveva risposto alle critiche con finta fierezza: “È una piattaforma che ho creato io, per cui se qualcuno deve essere licenziato per questo [scandalo], dovrei essere io.”

Quante persone devono vedere tutti i propri dati in mano a malintenzionati, quante persone devono essere vittime di linciaggio, quante democrazie devono trovarsi in bilico verso l’autoritarismo prima che “qualcuno venga licenziato”?


nell’articolo, foto CC Alessio Jacona

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