Non ci troviamo più davanti al razzismo da paese, che per quanto intollerabile aveva una sua precisa dimensione politica: gli episodi di Lodi e del Veneto si inseriscono in uno scenario di razzismo sistematico da parte dello stato — e dunque, infinitamente più pericoloso.

In Italia stanno succedendo una serie di fatti che non suonerebbero fuori luogo in un regime di apartheid come quello del Sudafrica pre-Mandela o dell’Alabama degli anni ‘50. La parola apartheid deriva dall’olandese sudafricano e significa “separazione.” È l’idea che sta alla base del concetto di apartheid: i bianchi mangiano in un posto e i neri nell’altro — proprio come è successo a Lodi.

La sindaca della città lombarda ha promosso un regolamento trappola per la mensa, disegnato su misura per separare i bambini stranieri dai loro compagni italiani. In pratica: per iscrivere il proprio figlio alla mensa scolastica, un genitore lodigiano straniero deve presentare una accurata documentazione riguardo ad eventuali proprietà immobiliari all’estero, pena il pagamento della retta massima. Purtroppo, questa documentazione spesso è impossibile da reperire: il risultato è che solo 5 famiglie straniere su 259 sono riuscite ad ottenere quanto necessario. Gli altri si sono rassegnati a non mandare il figlio in mensa, ma a farlo mangiare o a casa o con una schiscetta, separati dagli altri.

Per fortuna i bambini di Lodi non sono stati lasciati soli: tutto il Paese è stato attraversato da una potente ondata di indignazione — forse facilitata dal fatto che le vittime del razzismo, in questo caso, non erano i “soliti” adulti ma degli innocui bambini. Il Comitato Uguali doveri, già attivo a Lodi da diversi anni, ha organizzato una raccolta fondi per permettere agli alunni stranieri di andare in mensa, coprendo dunque le spese della retta massima. In poche ore il Comitato ha raccolto sessantamila euro — ovvero quanto necessario per garantire la mensa fino a dicembre — e più.

Quello di Lodi non è l’unico caso all’ordine del giorno: un episodio simile è in corso in Veneto, regione leghista in modo ancora più fervente rispetto alla Lombardia, dove l’amministrazione ha richiesto agli alunni non italiani una certificazione molto simile a quella voluta dal comune di Lodi — in questo caso per avere diritto a importanti agevolazioni sull’acquisto dei libri di testo. La regione Veneto, in seguito alle polemiche, ha replicato che si tratta semplicemente di “un’applicazione della legge nazionale.”

Questi provvedimenti hanno un elemento in comune: sono ideati e promulgati da amministrazioni locali a guida leghista, seppur di diverso livello.

Non si tratta di casi unici. A febbraio avevamo fatto un campionario delle peggiori iniziative del potere locale leghista, di cui facciamo un breve riassunto — giusto per dimostrare che quello di Lodi non è un episodio:

  • nel 2008, il comune di Brescia decise di elargire un “bonus bebè” di 1000 euro, a patto che almeno uno dei due genitori fosse italiano. Nel 2009 il bonus venne esteso a tutte le famiglie, in seguito a notevoli proteste.
  • Nel 1997, il sindaco-sceriffo Gentilini di Treviso fece togliere le panchine dalla città, perché “le usano gli immigrati.”
  • Il divieto di usare altre lingue che non fossero l’italiano per gli eventi pubblici nel comune di Trenzano (BS).
  • L’organizzazione di un White Christmas in cui i vigili urbani andavano durante le feste a suonare alle case degli stranieri e se li trovavano sprovvisti del permesso di soggiorno ne revocavano la residenza (sì).
  • Il divieto a Como di chiedere l’elemosina, anche e soprattutto per i numerosi migranti in transito verso il Nord-Europa.

Si potrebbe andare avanti all’infinito negli scorsi due decenni e mezzo. Se Salvini è un fenomeno relativamente nuovo nella storia politica italiana, la Lega è stata ben presente per lungo tempo. A partire dall’inizio degli anni ‘90, ha avuto sempre lungo tempo la stessa linea politica — anzi, spostandosi progressivamente sempre più a destra — ed è stata sempre al governo di una fetta importante delle amministrazioni locali del nord Italia, in particolare lombarde e venete. Negli anni novanta e duemila ha anche governato la stessa città di Milano, in proficua collaborazione con Forza Italia.

Questo profondo radicamento sul territorio — oltre ad aver estremizzato il proprio stesso elettorato, facendogli assimilare posizioni sempre più razziste e oltranziste — è però sempre stato abbastanza fine a sé stesso.

Nel discorso leghista: questa è casa nostra ➝ comandiamo noi ➝ abbiamo voglia di rendere la vita difficile a chi è diverso ➝ lo facciamo ➝ siamo contenti così.

Adesso, invece, questo potere può fare un salto di qualità. Può essere usato come base per promuovere politiche razziste su una scala nazionale anziché locale. Matteo Salvini infatti è stato un terremoto per il suo stesso partito, mandando nel dimenticatoio vari elementi identificativi del leghismo storico: Prima il Nord — sostituito da Prima gli italiani, il colore verde, Alberto da Giussano, una certa mistica e retorica indipendentista, le voglie di secessione. In cambio, Salvini ha puntato tutto sul rafforzamento di pochi particolari elementi leghisti che potevano essere sdoganati e condivisi anche a Sud del Po: la tutela dei più abbienti e soprattutto il razzismo.

Il razzismo leghista dunque ha fatto un salto di qualità: oggi è più pericoloso che mai. Se dieci anni fa un sindaco leghista che emanava ordinanze per chiudere i negozi etnici alle 21 lasciava sì sconcertati, ma veniva vissuto dall’opinione pubblica come una macchietta da far prendere in giro da Fabio De Luigi, oggi la situazione è radicalmente cambiata — specie se a proporlo, come qualche giorno fa, è il Ministro dell’interno. Azioni criminali come queste non sono più esclusivamente fini a sé stesse: fanno parte di un programma politico di respiro su ampio.

Non è più un razzismo da paese, che per quanto intollerabile aveva una sua precisa dimensione politica: si inserisce come avanguardia in uno scenario di razzismo sistematico da parte dello stato — e dunque, infinitamente più pericoloso.

Il modo che ha la Lega per rendere la vita impossibile agli stranieri infatti sta nei dettagli. Non è più il tempo delle leggi razziali esplicite, ma del definanziamento dei centri SPRAR e dell’esclusione dei bambini stranieri dalle mense per un presunto principio di uguaglianza burocratica. Notare che gli amministratori locali si sono difesi sostenendo di aver attuato una legge nazionale — ma chi fa le leggi oggi è Salvini, che ha tutto l’interesse a costellare l’Italia di sindache di Lodi. A livello locale, infatti, è molto più facile far passare misure intollerabili, che se promosse direttamente su scala nazionale potrebbero attirare aspre critiche — ad esempio dall’UE — creando focolai per alzare la tensione in tutto il paese. Non a caso, il provvedimento forse più eclatante del governo finora in materia di razzismo è stato il sabotaggio violento del modello Riace.

L’episodio di Lodi, però, e in modo diverso anche quello di Riace, hanno dimostrato che con una opposizione forte, decisa e puntuale si può impedire al governo e ai rappresentanti della Lega di mettere in campo tutto il razzismo che vogliono. Se infatti la sindaca di Lodi ha dichiarato che terrà duro sul suo provvedimento razzista, la mobilitazione ha avuto l’effetto di fare scricchiolare in modo forse decisivo il fronte razzista, che non ha capitolato, ma sembra aver capito di aver perso la battaglia. A dimostrazione che fare opposizione in modo concreto funziona.


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