in copertina: My Brain and My Mental Health by Caroline Joanisse, un’artista canadese affetta da Sindrome alcolica fetale

Spesso chi soffre di malattie e disturbi di origine psichica e psicologica viene discriminato ed emarginato, ancora oggi.

Oggi è il World Mental Health Day, la giornata mondiale della salute mentale, istituita nel 1992 dalla World Federation of Mental Health con l’obiettivo di sensibilizzare su tutti i disturbi psicologici. Per l’occasione, in Italia viene celebrata la Giornata Nazionale della Psicologia, con iniziative come l’apertura degli studi degli psicologi in tutta Italia, che dal 4 ottobre scorso hanno accolto nuovi pazienti per un consulto terapeutico gratuito. Nonostante ci siano 17 milioni italiani afflitti da un disturbo psicologico, nel nostro paese il progetto è solamente alla sua terza edizione: ben diversamente da paesi come Inghilterra, Stati Uniti e Australia, che da moltissimi anni — negli USA addirittura dal 1949 — organizzano mesi interi di awareness per educare chi soffre a prendersi cura di sé e degli altri senza pregiudizi.

Lo stigma sociale che  accompagna i disturbi mentali, nonostante siano sempre più riconosciuti a livello clinico, ne mette in ombra l’importanza.

Così, finiscono spesso sottovalutati, ignorati o denigrati. Non stupisce dunque che secondo l’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), il 70% degli italiani considerano inutile lo psicologo e, ancora più importante, giudicano come “fragili” coloro che si sottopongono alla terapia. La legge Basaglia del 1978, con la chiusura dei manicomi, non ha dunque sgomberato la connotazione negativa di “pazzia:” basti pensare che fino a poco tempo prima della legge 180 coloro che venivano ricoverati negli ospedali psichiatrici risultavano automaticamente iscritti al “Casellario Giudiziario”, privati dei diritti fondamentali e della possibilità di avere un pubblico impiego e, nella maggior parte dei casi, rinchiusi a vita. tutto questo sin dalla legge Giolitti del 1904, il cui testo privilegia la “protezione della società” limitando le libertà del malato con l’affermazione dei concetti di pericolosità sociale e pubblico scandalo.

Secoli prima, nel 400 a.C., Ippocrate fu il primo a tentare il superamento di dottrine superstiziose e a circoscrivere i disturbi mentali nel campo della medicina, con la cosiddetta Teoria Umorale. La branca della medicina che oggi si occupa dei disturbi mentali è la psichiatria, secondo cui questi sono causati da un malfunzionamento del sistema nervoso centrale a livello fisiologico. Questo ci porta dunque ad un ulteriore stigma legato alla salute mentale: quello degli psicofarmaci. Tutti ormai sanno cosa sono le benzodiazepine — tutti conoscono lo Xanax — così come le parole ansia e depressione, usate alla minima occasione per descrivere una semplice emozione straniante: eppure gli psicofarmaci, gli ansiolitici e gli antidepressivi vengono visti come un ulteriore elemento di fragilità di coloro che li assumono.

Psichiatra lui stesso, Thomas Szasz (1920-2012) ha portato avanti la battaglia contro la visione classica della psichiatria, sostenendo che non esistono le malattie mentali ma solo comportamenti che gli psichiatri disapprovano. Per Szasz le malattie della mente hanno un senso solamente metaforico, in quanto essa non è un organo corporeo come invece il cervello; non si possono dimostrare oggettivamente disturbi come la depressione o la schizofrenia, ma solo sulla base di un colloquio. Secondo l’antipsichiatra, come un tempo venivano considerati problemi psichiatrici la masturbazione e l’omosessualità, oggi sono medicalizzati la malinconia, la pigrizia o il suicidio, e aggrediti come vere e proprie malattie.

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Qualunque definizione gli si voglia attribuire, è innegabile che i disturbi mentali siano strettamente correlati alle funzionalità fisiologiche del cervello. La neuroscienza ha scientificamente provato che disturbi quali la depressione e l’ansia — i cosiddetti DPC, Disturbi Psichiatrici Comuni — sono connessi ad alcuni deficit cognitivi e che questi ultimi non vengono migliorati, ma anzi spesso peggiorati, dagli psicofarmaci. Inoltre, per individui geneticamente predisposti, l’esposizione ad uno stress eccessivo è un fattore di grande rischio per la corretta funzione cognitiva. Anche fattori esterni sono responsabili dell’aumento dei disturbi mentali, quali ad esempio i cambiamenti climatici. Il SAD, Seasonal Affective Disorder, anche conosciuto come winter depression, è un disturbo depressivo che colpisce soggetti a rischio nei mesi freddi, per venire successivamente alleviato dall’arrivo della bella stagione, i cui raggi solari, stimolando la produzione di melatonina, influenzano positivamente l’umore.  

In una società iperconnessa come la nostra è stata posta molta attenzione sulle conseguenze negative della tecnologia sulla salute mentale, specialmente per i giovani adolescenti. Come sottolineato da Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, non solo violenza, abusi e sostanze stupefacenti, ma anche la tecnologia porta a disturbi psichici nell’adolescenza, un’età già complicata di per sé. Basti pensare che la metà di tali disturbi comincia all’età di 14 anni e che il 10% dei giovani tra i 15 e i 29 anni soffre di DPC. Ancora più spaventoso, in questa fascia d’età il suicidio è la seconda causa di morte.

Abbiamo detto che sono 17 milioni gli italiani che soffrono di un disturbo psichico. Ma quanti cercano aiuto?

Secondo le stime Istat, poco meno del 15% della popolazione afflitta. Questo perché molti si affidano alle cure del solo medico di base o di altri servizi sanitari gratuiti, quali i consultori o i servizi ospedalieri. I più fortunati cercano aiuto da specialisti privati, spesso molto costosi e quindi poco appetibili per il grande pubblico — senza contare che ammettere di dover chiedere aiuto è probabilmente il passo più difficile da fare per entrare in terapia. Il nostro paese inoltre è solamente al ventesimo posto in Europa per spesa pubblica dedicata alla salute mentale. Solo il 3,5% della spesa sanitaria nazionale vi è infatti dedicata, contro una percentuale del 10-15% di Francia, Germania e Regno Unito. Servizi molto ristretti dunque, che non danno aiuto concreto alla popolazione e che non badano al gap economico.

L’ultima iniziativa del Ministero della Salute, prima della Giornata Nazionale della Psicologia, è stata la Campagna Stigma del 2006, con gli obiettivi di “aumentare le conoscenze e la comprensione relative alla natura delle malattie mentali e alle diverse possibilità di trattamento, promuovere iniziative volte a migliorare l’atteggiamento generale verso le persone affette da disturbi mentali e verso i loro familiari e promuovere azioni specifiche che prevengano e superino la discriminazione e il pregiudizio in specifici gruppi sociali”. Obiettivi che però non sembrano essere stati perseguiti dal Governo con serietà e impegno. Le stesse iniziative nelle scuole e nelle Università non sono pienamente funzionali: spesso per ottenere un consulto psicologico gratuito serve tempo e il servizio è ristretto, con un numero massimo di sedute, come avviene anche per i consultori.

Se hai bisogno di aiuto, non aspettare più. Rivolgiti a chi possa ascoltarti senza pregiudizio e capirti. Parlarne e ammettere di aver bisogno di aiuto è il primo passo – il più difficile – per stare meglio. Non sei da solo. Non sarà sempre così.

Se hai bisogno di parlare con qualcuno, o conosci qualcuno che ha pensieri suicidi, puoi contattare gratuitamente il Telefono Amico al 199 284 284 (anche via internet) o la Onlus Samaritans al 800 86 00 22.

 

 

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