Malja’a Lebanon: quattro storie di emancipazione tra i rifugiati in Libano

Più di un milione di profughi si sono rifugiati in Libano a partire dall’inizio della guerra in Siria, trovando un Paese già dilaniato da storici conflitti. Se lo stato libanese non si è ufficialmente impegnato in una politica di accoglienza, sono moltissime le realtà associative attive in tal senso. Abbiamo deciso di raccontare alcune di queste esperienze.

“Emarginare è una scelta politica. È politica, è una mentalità, è una cultura. Perché generalizzare è una maniera di semplificare e cancellare o peggio scacciare via tutte le differenze.”

“Quando ci si identifica politicamente e culturalmente con una certa identità, questo è l’inizio di una discriminazione verso tutto ciò che è diverso. A questo noi ci opponiamo con il nostro lavoro.” Sono alcune delle frasi con cui Junaid Sariedden, co-fondatore del Teatro Zoukak, ci introduce alle attività della sua associazione, che opera in Libano ormai da tredici anni.

L’idea di un viaggio

Le auto scorrono velocissime nella tangenziale di Beirut adiacente i locali dove incontriamo l’attore/regista. È di uno degli ultimi incontri del nostro piccolo viaggio nella terra dei cedri. Dopo un paio di settimane passate a Beirut, l’impressione chi si ha della città e del Paese è quello di un complesso teatro di conflitti. Teatro nel senso, fuor di metafora, di rappresentazione scenica di un groviglio di lotte, interessi e storie. Ad amplificare quest’impressione è probabilmente il clima elettorale, con il popolo libanese che torna a votare dopo nove anni.* E forse contribuisce pure l’aspetto stesso della città, con l’estrema diversità dei suoi quartieri, e l’affiancarsi di palazzi derelitti, ancora coi segni dei proiettili risalenti alla guerra civile, a costruzioni figlie delle moderne speculazioni.

L’ecole de la paix a Beirut

L’ecole de la Paix a Beirut

Tutto qui rimanda a storie passate e conflitti attuali, in un gioco di ruoli che investe la società libanese a tutti i livelli, dalle interazioni personali fino alle relazioni politiche “ufficiali”; vecchi e più recenti antagonismi sono regolarmente rievocati, sfidando il fragile equilibrio libanese senza infrangerlo, perché alla fine chi ha voce in capitolo in questa “recita” fa parte di un sistema che vuole solo perpetuare se stesso.

Ma, in questa grande e intricata narrazione corale, i giochi sembrano farsi sempre sulla testa di qualcuno: per esempio, dei rifugiati palestinesi.

La lunga storia di accoglienza, unita alla mancanza di diritti civili cui sono sottoposti, anche dopo decenni di residenza in territorio libanese, è il risultato di diversi fattori: della guerra civile scoppiata nel 1975, del conflitto perenne con Israele, della necessità di mantenere i rapporti numerici fra comunità religiose in funzione di un sistema politico confessionale, fino al classico disprezzo per il diverso, al classismo – i rifugiati palestinesi svolgono lavori umili con stipendi sensibilmente più bassi – e a forme malcelate di vero e proprio razzismo.

Accanto ai palestinesi, un altro soggetto si è affacciato recentemente sulla scena: i profughi provenienti dalla Siria.  Qualche dato può aiutare a capire le proporzioni: il numero di rifugiati è stimato a 1,5 milioni, su una popolazione locale di poco più di 4,2, ma concentrarsi sui numeri, dimenticando il contesto, può essere fuorviante. Nove anni fa il presidente del consiglio uscente Hariri — che ha mantenuto il posto nonostante la recente vittoria elettorale del fronte di Hezbollah — vinse le elezioni alla testa di una coalizione anti-siriana. Questo perché, dopo la guerra civile, la Siria, che era stata parte belligerante, aveva lasciato comunque le sue truppe sul territorio libanese, ritirandole soltanto nel 2005. Senza contare il fatto che il citato Hezbollah, uno dei partiti più discussi e controversi del panorama libanese, è attivo attualmente nel conflitto siriano in funzione pro sciita e pro Assad. Il che ovviamente pesa agli occhi di tutti i libanesi che non hanno simpatie per questo movimento.

Non possiamo parlare delle attività delle associazioni che lavorano con i rifugiati siriani prescindendo da tutto ciò. Come dimenticare uno degli slogan elettorali del partito falangista che campeggiava su uno striscione appeso in piazza Sassine: “Verrà il giorno in cui si dirà al siriano: prendi le tue cose e tutto quello che hai rubato, e vattene.”

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Campagna elettorale a Beirut

In questa situazione in parte esplosiva, in parte davvero recitata, ci siamo posti il compito di raccontare alcune esperienze militanti che, ponendosi a servizio della causa dei rifugiati, lo facciano mettendo in discussione l’approccio paternalista e/o colonialista. Il Libano non riconosce direttamente lo status di rifugiati, e quindi tutta la gestione dei campi, della burocrazia e dei servizi è demandata alle associazioni legate alle Nazioni Unite – UNHCR e UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente) – alle Ong e al mondo associativo, per così dire, di base.

*Questa serie di articoli è il frutto di un viaggio e di incontri avvenuti tra il 18 aprile ed il 7 maggio 2018. Il Libano, dopo ben nove anni, è tornato a eleggere i rappresentanti del Parlamento lo scorso 6 maggio.

Federica Pretto, laureata in sociologia delle migrazioni all’Università Paris Diderot, è attualmente studentessa di arabo all’Institute Français du Proche-Orient a Beirut.

Simenza, fotografo e filosofo, è autore di tutte le foto dove non indicato diversamente.

Leggi il reportage:

Il campo di Shatila nel 2016 / foto CC Trocaire, Flickr

Bayslan, il teatro rifugio del campo palestinese di Shatila

Il teatro Bayslan, come il fiore da cui prende il nome, cresce in condizioni difficili: sotto terra, in un ex rifugio della guerra civile trasformato in uno spazio auto-organizzato e aperto a tutti.

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Operazione Colomba e il futuro incerto dei rifugiati siriani a Tel Abbas

I ragazzi dell’associazione italiana Operazione Colomba, attiva in un accampamento di profughi siriani nel nord del Libano, ci raccontano delle condizioni d’accoglienza e dei limiti del lavoro delle agenzie internazionali e delle Ong.

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Come si risolvono i problemi concreti di un campo profughi: la storia di Syrian Eyes

Dalla conservazione del cibo all’assistenza psicologica, i volontari di Syrian Eyes aiutano le famiglie che vivono nel campo libanese di Al Fares ad affrontare i problemi della vita quotidiana.

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“Costruire un teatro è come costruire una speranza”

Alla fine del nostro viaggio, Junaid Sarieddeen, co-fondatore del Zoukak Theater, ci spiega le potenzialità del teatro in contesti di estrema marginalizzazione.


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