La coalizione di paesi xenofobi dell’Unione europea, apparentemente con scopi e necessità contrastanti, è unita nel mettere in stallo i lavori sulle politiche dell’accoglienza.

Il ritardo con cui si è formato il governo Conte ha fatto sì che la sua nascita fosse in perfetta congiuntura con la bocciatura, su fronti molteplici, della proposta di riforma del pbarorotocollo di Dublino. Il nuovo esecutivo ha confermato la posizione tenuta dal governo Gentiloni negli ultimi due anni, rifiutando di accettare qualsiasi riforma che preveda drastiche possibilità di elasticità per la “necessaria” “ridistribuzione” dei migranti.

Secondo le regole tracciate da questo accordo e aggiornate per l’ultima volta nel 2013, un richiedente asilo che giunge nell’UE è forzato a presentare la propria domanda di protezione internazionale alle autorità del primo stato in cui ha messo piede. Gentiloni era stato in passato estremamente trasparente riguardo le proprie (poche) speranze sul trattato di Dublino, rivendicando che qualsiasi programmaticità da parte dell’Unione europea in materia fosse soltanto frutto di una risposta alle operazioni italiane del 2015.

Potrebbe dunque stupire il fatto che Salvini sia sia opposto a una riforma che in teoria avrebbe dovuto alleggerire il “peso” dell’accoglienza dalle spalle italiane, rendendo più facile il dirottamento dei migranti verso altri paesi. Va detto che la riforma proposta, presentata con un’accelerazione sui tempi previsti dalla Bulgaria — paese presidente di turno del Consiglio d’Europa — era lontana dall’inquadrare la gestione dei migranti come un problema di tutta l’Unione. Si prevedeva che il meccanismo di redistribuzione scattasse solo nel momento in cui un paese d’ingresso avesse superato di una volta e mezzo la propria calcolata capacità di accoglienza. Non una risoluzione del problema dunque, ma l’ennesimo tentativo di gestire le migrazioni come una crisi emergenziale e non un fenomeno strutturale di lungo periodo, che non avrebbe modificato la sostanza delle cose per Roma — ecco perché anche Gentiloni si era opposto. La riforma non era stata apprezzata neppure dalla Germania, che oltre ad essere il paese che in assoluto ha accolto più profughi in Europa — circa un milione tra 2015 e 2016 — o forse proprio per questo, è anche tra i principali sponsor di una ripartizione più razionale dei migranti sul territorio dell’Unione.

Una proposta di riforma che forse un altro governo italiano avrebbe potuto sottoscrivere era la proposta della commissione del parlamento europeo su Libertà civili, Giustizia e Affari interni (Libe), che prevedeva di abbandonare il criterio dello stato di primo ingresso e di suddividere i richiedenti asilo in base a un sistema di quote, riconoscendo le necessità di ricongiunzione familiare non solo per i minori ma anche per altri migranti che potessero produrre “un legame rilevante” con uno specifico paese dell’Unione.

Sia chiaro — anche questa proposta, con le proprie concessioni alle necessità minime di chi migra — non avrebbe superato l’orrore delle deportazioni mascherate da ricollocamento, lasciando al sistema europeo l’ultima parola su dove un rifugiato debba essere stanziato, e solo a quel punto — una volta identificato un possibile stato ospite — assegnando a quello stato la responsabilità di riconoscere o meno la validità della richiesta di permanenza della persona. Nel contesto dell’accoglienza dell’Europa attuale, tra militarizzazione dei confini e rifiuto sistematico degli impegni presi nelle politiche di redistribuzione, si tratta comunque di una proposta debolissima, che continua a non superare il problema centrale: la biopolitica della crudeltà dei singoli stati europei.

Guarda il reportage, Bardonecchia, la rotta della neve:

Restando in Italia, la xenofobia cieca non è limitata alla sola Lega: in precedenza anche il Movimento 5 Stelle si era detto contrario al disegno della Libe, perché — come dichiarato dall‘eurodeputata Ferrara — avrebbe lasciato a carico dell’Italia “tutti i migranti economici,” un’affermazione completamente errata che però costituisce un precedente interessante per valutare quanto saldamente il governo Conte combatterà contro meccanismi europei che cerchino di codificare qualsiasi tipo di condotta nella gestione dei migranti.

Salvini negli ultimi mesi si era dichiarato contrario al progetto, e una volta arrivato al governo ha esercitato il proprio peso politico per farlo fallire ancora più nettamente. Molti commentatori hanno giustamente registrato l’immediato avvicinamento dell’Italia al cosiddetto “blocco di Visegrad”: il blocco di paesi dell’est europeo guidati da governi di destra, capitanati dal sempre più arrogante premier ungherese Viktor Orban, che recentemente ha varato una legge che inquadra come criminali attività fondamentali delle organizzazioni che assistono i migranti nel paese.

Ovviamente ci sono sempre stati altri governi e politici di peso in Europa esterni al blocco di Visegrad, ma il fronte xenofobo si sta allargando sempre di più, e soprattutto sta guadagnando peso e audacia. Ieri il segretario di stato per le migrazioni del Belgio Theo Francken — nonostante il Belgio sia stato favorevole alla riforma, presumibilmente perché avvantaggiato dalla preservazione dello status quo — si è lasciato andare a commenti di una ferocia poche volte sentita prima:

“Penso che sia positivo se l’Italia inizia rifiutare i migranti sulle proprie coste, e non li lascia più entrare in Sicilia. Dal 2012 non possiamo più fare respingimenti, e finché è così, la situazione continuerà ad essere caotica. Dobbiamo rimandarli indietro. Quindi dobbiamo cercare di aggirare l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani.”

A Francken ha risposto direttamente il commissario europeo Dimitris Avramopoulos, affermando espressamente che “L’Ue non seguirà mai il modello australiano per la politica migratoria, non facciamo i respingimenti.”

Theo Francken

Theo Francken

A luglio però la Bulgaria lascerà la presidenza semestrale del Consiglio d’Europa all’Austria, un paese guidato da un governo di destra fortemente reazionario.

Il ministro degli Interni di Vienna, Herbert Kickl, ha annunciato che se non si troverà una soluzione entro giugno il suo paese presenterà “una rivoluzione copernicana” del modello di accoglienza.

Il paragone con l’Australia sembra inevitabile, e che l’Australia e la sua politica di violenza totale contro i migranti siano un modello segreto per molti paesi europei non è un mistero. Un esempio viene proprio dall’Italia, sotto forma di una campagna da un milione e mezzo di euro voluta dall’allora ministro dell‘Interno Alfano diretta verso il pubblico di giovani dell’Africa subsahariana per terrorizzarli di fronte alle difficoltà della migrazione. Il sito “Aware Migrants,” è ancora online e operativo, e raccoglie contenuti matti come le success stories di persone che sono rimaste in Africa invece di morire per mancanza di soccorso. L‘operazione era chiaramente ispirata dalle campagne orrorifiche del governo australiano, fino all’uso degli orrori del mare come elemento di condizionamento. L’anno precedente aveva lanciato una campagna simile anche il governo danese, con una serie di pubblicità sui giornali che comunicavano a possibili migranti libanesi che il paese aveva dimezzato i benefit per rifugiati. (Un vero pioniere di queste pubblicità di terrorismo psicologico? Il governo Zapatero)

Lo stesso Salvini nel 2015, l’anno in cui in Europa erano fallite per l’opposizione del gruppo di Visegrad le proposte di ripartizione dei profughi secondo un sistema di quote, si era detto entusiasta all’idea di “affittare un’isola” dove fare campi di concentramento:

La rivoluzione copernicana intesa da Kickl probabilmente andrà nella direzione dei respingimenti sistematici, prendendo più o meno spunto dalle politiche australiane. L’impressione è che si stiano creando, passo dopo passo e in modo ben pianificato, tutte le condizioni per arrivare a una politica di massima durezza. Dopo aver lucrato alle urne montando un allarme sull’ “invasione” dei migranti, favorendo una percezione distorta di quello che in realtà è un fenomeno perfettamente governabile — basti pensare al numero di rifugiati accolti dai paesi immediatamente confinanti con le aree di conflitto, come la Giordania —, per le forze di destra europee adesso è il momento di dare in pasto al proprio elettorato spaventato e conservatore la dimostrazione che sono davvero decise a portare i loro proclami alle naturali conseguenze.

Il semestre di presidenza austriaco potrebbe marcare passo ulteriore verso quello che può essere ormai apertamente definito l’obiettivo ultimo delle destre europee: la chiusura totale del continente, con respingimenti in mare e l’accettazione contenta e attiva di politiche neocoloniali come e peggio di quelle messe in atto da Minniti in Libia o dalla Francia in Mali, oltre a una discriminazione razziale sempre più forte sul suolo europeo.

Per arrivare al momento in cui una politica ovviamente e giuridicamente inumana trovi le condizioni adatte per potersi realizzare, la destra deve alzare sempre di più la tensione sociale e retorica sull’argomento. Un governo come quello di Conte, teleguidato da Salvini, ha interesse a che non venga trovata una soluzione di compromesso ma si giochi a un rilancio sempre più esasperato verso la xenofobia, fino ad arrivare alla soluzione desiderata. La “questione migranti” è stata creata dalla destra, e il centrosinistra italiano ad esempio è uscito sconfitto proprio perché l’ha seguita sul suo stesso terreno: sarà la destra a decidere quando, come e con quanto dolore per i migranti si potrà risolvere.


in copertina: rifugiati siriani in coda lungo il confine con la Germania, foto CC Mstyslav Chernov. Foto Theo Francken, cc EU2017EE.

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