La Corte d’assise di Palermo, dopo cinque anni di processo e cinque giorni di riunione in camera di consiglio, ha emesso la sentenza sulla trattativa Stato-mafia: sono stati condannati a dodici anni gli ex generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella. È stato assolto, invece l’ex ministro Nicola Mancino.

A distanza di 25 anni dalla stagione del terrorismo mafioso, the Submarine ricostruisce gli eventi principali della trattativa Stato-mafia, dall’anomalia palermitana fino alla sentenza di oggi.

A partire dagli anni ’50 lo stato e Cosa Nostra sono coesistiti in Sicilia e successivamente anche al nord Italia in una situazione di pacifico rispetto degli spazi, se non di simbiosi. Tuttavia, all’inizio degli anni ’80 in Sicilia nacque la cosiddetta “anomalia Palermitana,” un filone di magistrati e membri delle forze dell’ordine che, accreditandosi con una parte della politica, svilupparono dei metodi e degli strumenti innovativi per condurre un efficace contrasto alla criminalità organizzata.

I loro sforzi diedero vita al maxiprocesso di Palermo, il cui esito rivoluzionario scardinò improvvisamente gli accordi tra i boss di Cosa Nostra e i vertici collusi delle istituzioni. A quel punto entrambe le parti iniziarono a intavolare un lungo e violento dialogo sotterraneo – la cosiddetta “trattativa,” una partita a scacchi giocata a colpi di stragi e di arresti eccellenti – allo scopo di stabilire le condizioni sotto le quali stato e mafia sarebbero potuti tornare ad una situazione di pacifica convivenza.

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Le conseguenze del maxiprocesso e l’attacco alla politica

Palermo, 30 gennaio 1992. La corte di cassazione conferma le condanne del maxiprocesso: 19 ergastoli e un totale di 2665 anni di carcere per boss e altri membri di Cosa Nostra, che per la prima volta nella sua storia si trova in difficoltà. Poco dopo, il Ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, Calogero Mannino (Democrazia Cristiana), confida i propri timori al maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli: “Ora uccidono me o uccidono Lima.”

Il 4 marzo l’ex-agente segreto Elio Ciolini – uomo vicino ad ambienti di estrema destra e già condannato per falsa testimonianza sulla strage di Bologna – riferisce di una riunione segreta avvenuta in Jugoslavia. Esponenti eversivi della destra europea avrebbero deciso di sovvertire il potere politico in Italia attraverso una strategia della tensione da attuarsi tramite attentati dinamitardi e sequestri o uccisioni di personaggi di spicco della politica.

Il 12 marzo due sicari di Cosa Nostra uccidono l’europarlamentare Salvo Lima (DC), uomo di fiducia di Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio.

Calogero Mannino nel 2010 / Wikimedia Commons

Calogero Mannino nel 2010 / Wikimedia Commons

“Ora tocca a me,” avrebbe detto il ministro Calogero Mannino all’esponente DC Nicola Mancino, che lo riferirà in seguito durante un processo — ma sarà smentito dallo stesso Mannino. Ulteriori dichiarazioni di Ciolini vengono inoltrate al Ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, e al capo della polizia, Vincenzo Parisi, che le dirama alle prefetture di tutta Italia e chiede maggiore protezione per i membri della DC Andreotti, Mannino e Carlo Vizzini.

Il 20 marzo Scotti si reca in Senato e dichiara che sarebbe opportuno informare i cittadini del presunto tentativo di golpe, ma per Andreotti si tratta di un bluff. A fine marzo, Vito Ciancimino detto Don Vito – ex sindaco di Palermo e trait d’union tra la politica siciliana e mafia di Corleone – riceve a colloquio nella sua villa Bernardo Provenzano, che gli rivela i suoi sospetti. “Riina sta prendendo una piega che non mi piace. Gli hanno riempito la testa di minchiate. Qualcuno gli ha promesso qualcosa di grosso, veramente grosso. Ha intenzioni brutte.”

Vito Ciancimino

Vito Ciancimino

Il 4 aprile, il maresciallo Guazzelli, che stava segretamente investigando su Mannino, viene assassinato da Cosa Nostra ad Agrigento.

L’instabilità politica profetizzata da Ciolini diventa sempre più evidente: il 24 aprile cade il governo Andreotti e subito dopo le elezioni scoppia Tangentopoli, che porta all’arresto di un gran numero di politici e imprenditori a loro vicini.

Tra aprile e maggio, Mannino inizia a incontrare in veste informale il capo della polizia Parisi, il n°3 del SISDE Bruno Contrada e il capo dei carabinieri del ROS Mario Mori. L’ipotesi degli inquirenti è che il ministro, preoccupato per la propria incolumità, abbia incoraggiato l’avvicinamento di alcuni esponenti dello stato ai boss di Cosa Nostra, al fine di avviare una negoziazione e avere salva la vita.

Inoltre, nelle misteriose lettere scritte a fine giugno dall’anonimo ribattezzato “Corvo Due,” si legge che Mannino a maggio avrebbe incontrato Totò Riina in persona, in una chiesa di San Giuseppe Jato. Il 21 maggio Paolo Borsellino concede un’intervista esclusiva a Canal Plus in cui ammette che la mafia sta cercando di avvicinare gli imprenditori di spicco dell’Italia, tra i quali Silvio Berlusconi.

La strage di Capaci e la destabilizzazione del governo

Il 23 maggio 1992, a Capaci una carica di esplosivo uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Tra le macerie viene ritrovato un bigliettino che riporta il numero di telefono del numero 2 del SISDE, Lorenzo Narracci, che in seguito dirà di averlo perso durante un sopralluogo. Nel frattempo, i computer e le memorie elettroniche contenenti i diari di Falcone e i suoi appunti investigativi vengono manomessi, formattati o rubati. Si salvano solo due cartelle di testo affidate personalmente da Falcone alla giornalista Liliana Milella.

Borsellino cerca fin da subito di far luce sulla strage di Capaci e per questo vuole proseguire le indagini iniziate dal suo amico e collega. In particolare, si interessa del rapporto “mafia e appalti” stilato dai ROS nel 1991, di cui però esisterebbero due copie.

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

L’originale, in cui erano presenti i nomi di imprenditori e altri personaggi in odore di mafia – primo tra tutti Mannino, che sarebbe descritto come il “gestore” del sistema – e una copia depurata dai nominativi più illustri. Sarebbe quest’ultima edizione quella che fu consegnata a Falcone.

La strage di Capaci sconvolge il Parlamento al punto di provocare la sconfitta del candidato allora favorito nella corsa al Quirinale, Giulio Andreotti. Al suo posto viene eletto Oscar Luigi Scalfaro. 

Il ministro Scotti candida Paolo Borsellino a sua insaputa a capo della super-procura antimafia ideata da Falcone. Il prestigio di quella carica è elevatissimo e il magistrato si sente sovraesposto al rischio di un attentato: “Hanno messo l’osso davanti ai cani,” dirà Borsellino al tenente Carmelo Canale, uno dei suoi collaboratori più stretti.

L’inizio della trattativa e le indagini di Borsellino

Il 30 maggio il capo del ROS Giuseppe De Donno incontra Massimo Ciancimino su un aereo e gli chiede di incontrare in veste informale il padre Vito. Per i magistrati è in questo momento che inizia la trattativa. Provenzano incontra Vito Ciancimino a inizio giugno e gli ordina di agire da mediatore fra il ROS, Riina e Antonino Cinà (medico della mafia e interlocutore dello stesso Provenzano).

L’8 giugno il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli (PSI), molto vicino a Falcone, ottiene l’approvazione di un decreto che inasprisce il carcere per i boss mafiosi. La seconda settimana di luglio ha inizio una serie di incontri fra Vito Ciancimino e Giuseppe De Donno, ma per trattare seriamente occorrono delle coperture politiche, motivo per cui il carabiniere in seguito si presenterà assieme al capo del ROS Mario Mori.

Il 21 giugno Riina viene informato del dialogo avviato con i capi del ROS e ne parla al suo braccio destro, Giovanni Brusca: è felicissimo nel sapere che lo stato sta considerando di scendere a patti con la mafia. I boss di Cosa Nostra iniziano a consultarsi fra loro per stilare il papello, una lista di richieste cui lo stato dovrà cedere per fermare gli assassinii dei politici.

Nel frattempo Giuseppe De Donno informa Liliana Ferraro, direttrice degli affari penali del Ministero della Giustizia, che i ROS stanno trattando con Ciancimino, interlocutore dei mafiosi; la Ferraro riferisce a sua volta a Martelli. I vertici del ROS Mori e De Donno incontrano segretamente Borsellino il 25 giugno, in seguito dichiareranno di aver discusso con lui solo del rapporto “mafia e appalti,” e non degli incontri fra i ROS e Ciancimino.

Quella sera però, il giudice, invitato a parlare ad un convegno organizzato da MicroMega, nel suo discorso dirà: “In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone.” Il 28 giugno viene eletto presidente del consiglio Giuliano Amato e i suoi ministri sostituiscono quelli del precedente governo Andreotti.

Il ministro dell’Interno Scotti viene sostituito da Mancino, il quale sostiene di aver chiesto a Scotti di rimanere al Viminale, ma quest’ultimo nega. Il politico Giuseppe Gargani (DC) cerca di convincere Bettino Craxi (PSI) a candidarlo come ministro della giustizia al posto di Martelli, ma il suo piano fallisce.

Borsellino tradito: la fine dell’anomalia palermitana

Sempre il 28 giugno Borsellino incontra la Ferraro all’aeroporto di Fiumicino, che lo informa delle negoziazioni fra i ROS e Ciancimino, ma il giudice non sembra per niente sorpreso dalla notizia. Rimane invece sconvolto quando viene a sapere dal ministro della difesa Salvo Andò (PSI) che un’informativa del ROS li segnala entrambi come possibili bersagli di un attentato dinamitardo, assieme al PM di Mani Pulite Antonio Di Pietro.

Borsellino è furioso e amareggiato, perché a lui quel documento non è mai arrivato, mentre Andò l’ha ricevuto dal procuratore capo del tribunale di Palermo, Pietro Giammanco. Forse è per questo motivo che, un giorno imprecisato di fine luglio, Borsellino si porta le mani al volto e scoppia a piangere in presenza dei magistrati Alessandra Camassa e Massimo Russo. “Un amico mi ha tradito,” singhiozza il giudice, ma i due racconteranno questo episodio solo nel 2009.

Il primo di luglio Borsellino sta interrogando il pentito Gaspare Mutolo a Roma, quando viene interrotto da una telefonata dal Viminale che lo invita ad incontrare il nuovo ministro dell’Interno, Mancino. Al ritorno, Borsellino è talmente scosso che fuma due sigarette per volta, senza neanche accorgersene. Nell’anticamera del ministero si è imbattuto in Bruno Contrada, che ha fatto una battuta sul pentimento di Mutolo – ma quell’informazione al momento doveva essere segreta.

Bruno Contrada in carcere

Bruno Contrada in carcere

Borsellino lo reputa pericoloso al punto tale da dire che “solo a fare il nome di quell’uomo si può morire,” e forse è per questo che la stessa sera confida alla moglie: “Ho respirato aria di morte.” Nel frattempo il papello viene consegnato dai corleonesi a Vito Ciancimino, e dentro ci sono delle richieste talmente esose che l’ex-sindaco le ritiene “irricevibili,” tra cui l’abrogazione della legge sul 41bis e l’introduzione del meccanismo di dissociazione per reati di mafia.

Il 13 luglio Ciancimino mostra comunque il papello ai carabinieri del ROS, che rifiutano l’accordo. Il 16 luglio Borsellino interroga Mutolo per l’ultima volta e riceve un’informativa del ROS che lo mette in guardia su un imminente attentato ai danni suoi e del PM Di Pietro.

Il giorno dopo allora si reca a Roma, dal capo della polizia Parisi, e gli chiede un rafforzamento della scorta, che però non avverrà. Quando passa in procura si ferma a salutare e abbracciare affettuosamente tutti i colleghi, cosa mai accaduta prima: ormai ha capito che sta per essere assassinato. Mentre viene accompagnato all’aeroporto per tornare a Palermo, telefona a due magistrati, Giovanni Tinebra e Pier Luigi Vigna, e ad uno di loro dice: “Adesso noi abbiamo finito, adesso la palla passa a voi.”

Una volta giunto a Palermo, Borsellino confida alla moglie: “Sto vedendo la mafia in diretta.” Mutolo ha fatto i nomi di personaggi insospettabili che sono in realtà al servizio della mafia, tra di loro ci sarebbe addirittura il comandante del ROS Antonio Subranni, indicato come punciutu, ossia affiliato a Cosa Nostra con rito del sangue. Tanto sono gravi le cose dette da Mutolo, che al termine dell’interrogatorio il giudice si è sentito male e ha vomitato.

I pentiti Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi raccontano che proprio in questo momento la trattativa subisce una “accelerazione.

Due giorni dopo, il 19 luglio 1992, una Fiat 126 bianca imbottita di tritolo esplode in via d’Amelio uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. “È finito tutto,” commenta in lacrime l’ideatore del pool antimafia, Antonino Caponnetto: la morte di Borsellino segna la fine dell’anomalia palermitana e apre la strada ad un riavvicinamento tra stato e mafia.

Le autorità si accorgeranno in seguito che dalla borsa del magistrato recuperata dal luogo della strage manca l’agenda rossa, in cui Borsellino annotava gli appunti delle sue indagini.

La trattativa parallela

Nell’estate del 1992 l’estremista di destra e agente segreto Paolo Bellini avvicina in carcere il boss Antonino Gioè per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta. Bellini propone al boss un accordo per farsi consegnare da Cosa Nostra delle opere d’arte rubate, promettendo in cambio privilegi per i detenuti mafiosi. Gioè si mostra disponibile a trattare, così lo 007 lo riferisce a Tempesta che a sua volta lo comunica al generale Mori. Ma verso agosto i carabinieri chiudono i contatti col boss, che estremamente irritato risponderà a Bellini: “Cosa ne pensereste se una mattina vi svegliate e non trovate più la torre di Pisa?”

A distanza di un anno, Gioè morirà suicida in carcere, in circostanze poco chiare.

La cattura di Riina, di Ciancimino e di Contrada

Il 29 settembre gli agenti del questore di Palermo Arnaldo La Barbera individuano in tempi record il presunto autore dell’attentato in via d’Amelio: Vincenzo Scarantino, che quasi subito decide di pentirsi e collaborare con la giustizia per fornire la sua versione dei fatti, anche se i magistrati Antonio Ingroia e Ilda Bocassini lo ritengono un teste inattendibile. Solo nel 2010 si scoprirà che La Barbera lavorava sotto copertura per il SISDE. 

A fine agosto riprendono i contatti fra Vito Ciancimino e i ROS, il cui nuovo obiettivo è arrestare i boss latitanti di Cosa Nostra, per questo consegnano all’ex-sindaco delle mappe di Palermo. A novembre suo figlio Massimo le porta agli uomini di Provenzano, e quando torna a riprenderle nota che sulle cartine sono stati tracciati dei segni.

Sta per finire il 1992 quando Vito Ciancimino vorrebbe abbandonare l’Italia: fa domanda per ottenere un passaporto, ma i magistrati lo arrestano preventivamente il 19 dicembre; “Sono stato scavalcato,” dirà durante uno sfogo col figlio Massimo.

Il 24 dicembre viene arrestato Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 10 gennaio del 1993 Mancino viene intervistato al termine di una conferenza stampa e a proposito della lotta alla mafia dice: “Prendiamo Riina,” che infatti viene arrestato nei pressi del suo covo cinque giorni dopo dal capitano dei carabinieri Sergio De Caprio, detto Ultimo.

Il nascondiglio di Riina però non viene perquisito per giorni, così i mafiosi hanno il tempo di svuotarlo per intero e perfino di tinteggiare le pareti. “Dentro c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno stato intero,” rivelerà nel 2005 la collaboratrice di giustizia Giusy Vitale. Il 13 febbraio il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rimuove Martelli dalla carica di ministro di Grazia e Giustizia e lo sostituisce con Giovanni Conso.

La stagione del terrorismo mafioso

Via D’Amelio

Via D’Amelio

Inizia la stagione del terrorismo mafioso: scoppiano delle autobombe il 14 maggio a Roma in Via Fauro, il 27 maggio a Firenze in via dei Georgofili, il 27 luglio a Milano in via Palestro e il 28 luglio a Roma davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro – l’obiettivo della mafia è colpire il patrimonio artistico dello Stato e diffondere il terrore tra la popolazione.

Il 10 agosto la Direzione Investigativa Antimafia ipotizza l’esistenza di una trattativa stato-mafia: le bombe della mafia servirebbero a costringere lo stato a soddisfare le sue richieste, a cominciare dalla revoca del 41bis. In effetti a novembre Conso lascia scadere volontariamente 343 mandati di 41bis per membri di Cosa Nostra in carcere, ma si giustificherà dicendo che voleva dare un segnale di distensione.

La “sommersione” e la fine della Prima repubblica

Il 31 ottobre fallisce il micidiale attentato allo stadio olimpico di Roma, ma il 1993 si chiude comunque in una situazione di terrore per la popolazione, dato che le bombe di Cosa Nostra hanno causato 21 morti e 117 feriti.

Ha inizio la cosiddetta “sommersione”: la mafia cessa le ostilità contro lo stato e torna a svolgere i propri business criminali in modo silenzioso. Il 27 gennaio 1994 vengono arrestati i boss mafiosi Filippo e Giuseppe Graviano, ritenuti dai magistrati i principali mandanti delle stragi del ’92-’93.

Il 28 marzo Forza Italia vince le elezioni politiche. Alcuni pentiti dichiareranno in seguito che Marcello dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi, ha già stretto un patto con la mafia siciliana per governare insieme il paese.

Il 31 ottobre del 1995 l’infiltrato Luigi Ilardo incontra Bernardo Provenzano al cosiddetto “summit di Mezzojuso.” I ROS Mario Mori e Mauro Obinu potrebbero decidere di intervenire e arrestare il boss, perché Ilardo ha costantemente tenuto informato il colonnello Michele Riccio sui preparativi della riunione mafiosa, ma alla fine Mori e Obinu sceglieranno di limitarsi ad osservare l’incontro da lontano, così il blitz viene annullato.

Il primo agosto del 1996 i senatori Melchiorre Cirami, Bruno Napoli, Davide Nava e Ivo Tarolli propongono di introdurre il meccanismo di dissociazione per reati mafiosi.

Le rivelazioni dei mafiosi e il coinvolgimento del Quirinale

Il 26 giugno del 1998 i procuratori Vigna e Pietro Grasso si recano in carcere a interrogare il killer di Cosa Nostra Gaspare Spatuzza. Il mafioso rivela alcune informazioni esplosive sulla strage di via d’Amelio, sugli attentati del ’92-’93 e su altri fatti inquietanti, ma il verbale sarà reso pubblico solo nel 2013 e Spatuzza deciderà di collaborare formalmente con la giustizia solo nel 2008.

Il 10 marzo del 2004 Totò Riina, interrogato dalla Corte d’assise di Firenze rilascia una strana deposizione:

Perché non si deve sentire il figlio di Ciancimino che era in contatto col colonnello dei carabinieri e l’allievo di quelli che mi hanno arrestato? Perché cinque o sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice “Riina viene arrestato”? A Mancino chi celo disse che io venivo arrestato?

La sera del 10 aprile 2006 il centrosinistra vince le elezioni, il giorno dopo viene arrestato Bernardo Provenzano in una masseria di Corleone. Rimasto esterrefatto di fronte all’irruzione dei carabinieri, il boss risponde: “Voi non sapete cosa state facendo.”

Il 19 dicembre 2007 Massimo Ciancimino rilascia una serie di rivelazioni alla rivista Panorama e viene per questo immediatamente convocato dalle procure, che iniziano ad indagare sulla trattativa.

Nel 2008 il mafioso Gaspare Spatuzza diventa collaboratore di giustizia e rivela di essere stato lui – e non Scarantino – a posizionare la Fiat 126 che uccise Borsellino. Dice inoltre di aver visto un uomo estraneo a Cosa Nostra nel garage in cui l’auto fu imbottita di tritolo. In seguito Spatuzza lo identifica con l’agente del SISDE Lorenzo Narracci.

Nel 2009 Massimo Ciancimino inizia a raccontare ai magistrati degli incontri avvenuti fra il ROS e suo padre. Il 25 novembre del 2011 Mancino viene intercettato mentre telefona più volte a Loris d’Ambrosio, consulente giuridico del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Quando nel febbraio del 2013 Massimo Ciancimino chiede di poter ascoltare le intercettazioni per difendersi in tribunale, il Quirinale solleva un conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo e ottiene la distruzione dei nastriIl sospetto dei magistrati è che in quelle telefonate l’ex-ministro Mancino esprima la preoccupazione di essere investito dal processo sulla trattativa.

Un mese dopo, il 21 dicembre, la giornalista Sandra Amurro in una pasticceria di Roma ascolta per caso un dialogo tra Mannino e Gargani:

“Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no?”

Archiviazioni e assoluzioni

Il 9 marzo del 2012 la procura di Caltanissetta archivia le indagini sui politici coinvolti nella trattativa, ma ne sottolinea il comportamento riprovevole. La stessa cosa accade più o meno per tutti i membri delle forze dell’ordine inizialmente indagati – e molti nel frattempo hanno fatto carriera.

Il 3 febbraio 2006 viene definitivamente assolto Sergio De Caprio per la mancata perquisizione nel nascondiglio di Riina, perché il fatto non costituisce reato.

Il 16 maggio del 2012 viene definitivamente archiviato il processo al generale Subranni, che si è dichiarato estraneo alle accuse. L’indagine sul n°2 del SISDE Lorenzo Narracci viene archiviata il 15 gennaio del 2016, mentre la condanna del n°3 Contrada viene ritirata il 7 luglio del 2017, anche se l’agente segreto ha già scontato la pena.

L’8 giugno del 2017 il generale Mori e il colonnello Obinu vengono definitivamente assolti per non aver fatto scattare il blitz di Mezzojuso, perché il fatto non costituisce reato.

Mario Mori

Mario Mori

I pezzi mancanti

Ancora adesso non ci sono gli elementi per condannare di alcun reato i personaggi finora presentati e le forze dell’ordine non sono riuscite ad arrestarne altri che siano stati dimostrati colpevoli della trattativa e delle stragi.

Rimangono diversi interrogativi su quanto accadde nei retroscena della politica italiana in corrispondenza degli avvenimenti succedutisi fra il 1992 e il 1994, così come sulla possibile interferenza di forze esterne al nostro paese.

Anzi, la verità è sempre più lontana, poiché negli ultimi due anni sono deceduti tre uomini che sapevano tutto della trattativa: Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Giovanni Aiello – meglio noto come “faccia da mostro” – l’uomo dei misteri che forse ebbe un ruolo di collegamento tra la criminalità organizzata (in particolare la ‘ndrangheta), i servizi segreti deviati e la Gladio.

Oggi, di un insieme di processi terminati senza colpevoli, senza verità e senza giustizia resta una sola certezza:

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia.” (Corte d’Assise di Firenze, Sentenza del Processo Tagliavia per la Strage di via dei Georgofili)

In ogni caso, dobbiamo chiederci se una trattativa tra stato e mafia non sia ancora aperta.

***

L’articolo è stato costruito sulla base di un video del Fatto Quotidiano e sulla base degli archivi di Repubblica, Antimafia 2000, Archivio Antimafia, Wikimafia e 19luglio1992.

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