Quando la fotografia lascia spazio ai demoni dello spettatore, intervista a Stuart Paton

The Submarine è media partner ufficiale della seconda edizione del Festival di fotografia Riaperture di Ferrara. Come terzo contributo, intervista a Stuart Paton.

Quest’anno the Submarine è media partner della seconda edizione di Riaperture a Ferra, il festival di fotografia che raccoglie gli sguardi di artisti dell’immagine provenienti da tutto il mondo. Il tema di quest’anno è Reale — come si legge nel comunicato “reale è l’indagine costante della fotografia: profonda, costante e meticolosa ricerca di tutte le possibilità della vita.” Per l’occasione abbiamo fatto due chiacchiere con Stuart Paton, uno dei fotografi che partecipa al festival con il suo progetto Ersatz.

Vorrei cominciare dall’inizio, quando le tue foto erano più vicine ad uno stile giornalistico da reportage e in bianco e nero. Ti va di dirci come questo si collega alla tua persona e al tuo stile di fotografo?

Per prima cosa va detto che mantengo ancora una continuità con quelle foto. Il mio stile si è evoluto e le situazioni che fotografo sono probabilmente meno identificabili come documentaristiche o da reportage, ma la mia bussola morale è comunque intatta. L’empatia e la rabbia necessarie sono sempre lì, in ogni momento.

Sono cresciuto in Scozia, in un periodo in cui la lotta di classe era probabilmente più tangibile rispetto a ora ed ero pieno di risentimento per ciò che Margaret Thatcher stava facendo a persone come me. Nello stesso momento però, sono inciampato nella fotografia, più per caso che per progetto. All’inizio, scattando crap snaps durante una gita in America, poi tornato a casa mi ci sono dedicato con più dedizione. Emulando personaggi come McCullin e Killip, mi sono fatto le ossa per riprendere la vita di strada intorno a me. In questo periodo forse il mio gruppo demografico si è spostato un po ’e la mia esecuzione a volte è più “surreale,” ma le mie intenzioni sono molto simili. Per esempio, accanto al tipo di immagini che la gente vedrà al festival, sto anche lavorando a un progetto documentaristico su un gruppo di rifugiati chiamato “Haven” che significa molto per me.

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Cosa ti ha spinto a diventare un fotografo professionista?

La qualità della mia voce ha significato che la mia strada verso la celebrità non è mai andata oltre le sessioni di air-guitar nella mia camera da letto. Se potessi cantare queste immagini per te, allora lo farei volentieri. Quando ho avuto lavori “normali” e ho intravisto me stesso in uno specchio c’era sempre la sensazione di “Questo non è per te, amico.” Inoltre, non mi piace sentirmi dire cosa fare altrimenti la mia belligeranza del nord tende a emergere. Quindi la fotografia è il mio premio di consolazione, la mia mescalina e la migliore idea che mi sia venuta in mente per vendere me stesso a me stesso.

In che modo definiresti il tuo stile fotografico?

Non lo faccio. Senza sembrare troppo serio o pedante, penso che una definizione della professione la stia indebolendo. Mi contorco ogni volta che mi viene chiesto.

Cerco solo di godermi la fotografia, mantenere alcuni principi fondamentali e andare avanti. Gueorgui Pinkhassov dice che la cosa più difficile da fare è “non voler niente, essere vuoti.” Detto questo, se mi minacciasse di castrarmi con una rotella da pizza, probabilmente griderei “documentario.”

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La tua serie Ersatz è un misto di serie precedenti: Matador, Black Dog Empire, AKA e Lonely Planet. Che tema segue ogni serie e come hai editato quelle che possiamo vedere nella mostra?

Matador è una foto segnaletica della Milano periferica, Black Dog Empire è il mio lutto in 2D, AKA riguarda l’identità e non ci sono premi per chi indovina di cosa si tratta Lonely Planet. Sarebbe stato pigro esibire uno di questi progetti.

Per trattare l’invito al festival con il rispetto che merita, avevo bisogno di rimuginare sul tema, quindi selezionare le immagini che meglio si adattano, indipendentemente da eventuali classificazioni precedenti. Spero di aver centrato il bersaglio. Mi ero sempre promesso che avrei scelto qualcosa di molto kitchen sink (lavandino da cucina ndr) come titolo di una mostra, eppure ho scelto Ersatz. Il titolo funziona su diversi livelli ma la definizione di ’imitazione inferiore e artificiale’ si adatta all’alienazione ricorrente. La miscela di ninne nanne fantascientifiche e paesaggi da sogno leggermente distopici.

Bene, abbiamo evitato di parlare dei colori fino ad ora, ma le tue foto hanno un uso molto forte dei colori e del contrasto, come mai questa scelta?

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Uno dei pregi delle interviste è che ti costringono ad articolare quello che che prima non avevi mai dovuto articolare. La “scelta” presuppone che ci sia qualcosa di cosciente a riguardo quando in realtà c’è solo un’evoluzione spontanea basata su circostanze e gusti mutevoli. E come nell’evoluzione propriamente detta, può cambiare senza soluzione di continuità o a volte andare avanti veloce. Non cerco consapevolmente il colore: è un sottoprodotto accidentale. Perseguo il significato, l’umore e le emozioni. Uso spesso l’ombra (oltre che la silhouette e il riflesso) per suggerire le sottocorrenti individuali o sociali al lavoro. Lasciano uno spazio nella mia idioglossia perché lo spettatore lo riempia dei propri demoni.

Pensi che il colore e il bianco e nero possano esprimere diversi sentimenti o è solo una scelta del fotografo?

Non saprei, suppongo che alla fine sia negli occhi di chi guarda, quindi non posso presumere di saperlo, ma immagino ci sia una significativa sovrapposizione. È tutta una fotografia. Forse la differenza è più in termini di percezione — la presunta gravitas che molte persone sembrano prestare alla monocromia? Io non discrimino.

Cosa significa per un fotografo avere la possibilità di esporre un progetto e poterne parlare?

Significa che ora sono una leggenda nel mio salotto. Questa è la prima volta che mostro una quantità considerevole di lavoro, quindi è come uscire dal garage e suonare a Woodstock. Avevo programmato di destare un po’ di attenzione arrivando a Ferrara con un grande cappello e fingendo una leggera eccentricità. Ma invece ho deciso che guarderò le foto e mangerò pizza. La fotografia ha un lessico finito in modo che le interviste siano un’occasione gradita per colmare le lacune e fare il furbo. È un esercizio simile al Karaoke, nel senso che le possibilità di emergere come una stella minore o un coglione totale sono approssimativamente equivalenti. Da lì in poi, il tempo dirà se questo è un siparietto sulle consacrazioni in arrivo o solo il mio canto del cigno.

Cosa ne pensi di Ferrara e gli altri fotografi in programma?

Per ora devo rinunciare ad un giudizio su Riaperture, ma Giacomo (Giacomo brini, il Presidente dell’Associazione ndr) è stato un gentiluomo fino ad ora, quindi è promettente. Generalmente non faccio molti sforzi sul fronte chi è chi, quindi non ti mentirò, gli unici due di cui avevo sentito parlare sono stati Francesco Zizola e Letizia Battaglia — porterò con me la mia copia di Sicilian Chronicles per lei). Ma ho approfondito gli altri e ho scoperto dei lavori che mi piacciono molto.

Spero che il mio contributo non venga oscurato. Spero che toccherà le giuste corde delle persone. Se prenderò il treno per Milano pieno di bei ricordi da Ferrara, allora sarà fantastico. Se qualcuno da qualche parte avrà apprezzato abbastanza le mie foto da voler prendere una scommessa con la propria macchina fotografica, allora sarà sicuramente un lavoro ben riuscito.

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Sono nato e cresciuto nella zona centrale della Scozia, ma ora vivo a Milano. Sono diventato un fotografo perché è il modo che ho per superare i miei demoni e incantare il mio mondo.

Le mie immagini tendono a ruotare attorno a temi come l’alienazione, la solitudine, l’identità e la dissonanza sociale. Più shadowboxer che pugile, aspiro comunque alle immagini con un valore sociologico e un’anima lo-fi. Delizie escatologiche come leitmotiv e una miscela di ’Guernica’ e The Shangri-Las.


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