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La plastica è uno dei contaminanti più presenti in mare e soprattutto una seria minaccia per i delicati equilibri ecosistemici e per la salute umana. Il caso particolare del Mar Rosso.

I materiali plastici sono polimeri organici sintetici ottenuti tramite la polimerizzazione di monomeri estratti da gas e oli. La produzione di tali sostanze cominciò nel 1907, anno in cui fu ottenuta per la prima volta la bachelite. A partire dal quel momento la gamma di materiali plastici è andata via via ampliandosi grazie all’innovazione tecnologica e all’ottimizzazione delle tecniche preesistenti.

La malleabilità, la resistenza, la leggerezza e la durevolezza di tale materiale hanno portato al suo intenso utilizzo su scala globale e alla produzione di massa negli anni Quaranta. La produzione mondiale di plastica è salita da 5 milioni di tonnellate nel 1950 a 322 milioni di tonnellate nel 2015. Sebbene i benefici ottenuti dall’uso della plastica siano notevoli, parallelamente sono sorte complicazioni ambientali di rilievo a causa dell’ubiquità di rifiuti plastici sia sulla terra che nei mari, infatti è stato stimato che il 10% della plastica prodotta ogni anno finisce in mare (Thompson, 2006)1.

plastic-631625_960_720Negli ultimi anni l’attenzione internazionale si è concentrata sulla problematica rappresentata dalla plastica e in particolare delle macroplastiche (detriti con diametro maggiore di 5 mm n.d.r) all’interno dell’ambiente marino tramite l’attivazione di progetti di smaltimento, recupero e sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Con la Direttiva Europea “Marine Strategy” del 2008 si è passati dalle parole ai fatti.

Nonostante ciò, essa rappresenta ancora uno dei contaminanti più presenti in mare e soprattutto una seria minaccia per i delicati equilibri ecosistemici e per la salute umana. Tale paradosso può essere correlato alla coesistenza e alla sinergia tra diversi fattori: la presenza di lacune nelle normative di gestione sia a livello produttivo che di smaltimento, il continuo aumento della produzione e della richiesta globale di materiali plastici, la naturale resistenza alla biodegradazione di tali materiali in ambiente marino.

L’impatto dei rifiuti plastici di maggiori dimensioni non solo è sotto i riflettori, ma è anche oggetto notevolmente diffuso della ricerca ambientale mondiale. La presenza di macroplastiche in mare rappresenta un problema estetico con ripercussioni economiche sull’industria turistica, e un rischio per attività economiche legate al mare, come la pesca, la produzione di energia, l’acquacoltura e la navigazione.

D’altro canto le problematiche influenzano negativamente anche la vita in mare provocando gravi danni fisici e fisiologici a organismi marini a causa dell’intrappolamento o dell’ingestione. La presenza di zattere di plastica galleggiante, inoltre, può provocare il trasporto di specie alloctone (aliene n.d.r) in nuovi habitat e l’affondamento delle stesse può portare al soffocamento delle comunità bentoniche dei fondali marini, impedendo i normali scambi gassosi con la colonna d’acqua (Cole et al., 2011).2

water-2655759_960_720Negli ultimi anni, l’interesse globale si sta pian piano focalizzando su altri contaminanti emergenti: le microplastiche e le nanoplastiche. Essi derivano da prodotti per la cura personale come scrub ed esfolianti, dalla frammentazione delle macroplastiche oppure dal lavaggio di tessuti sintetici. La loro presenza è stata per la prima volta riscontrata negli anni Settanta (Carpenter and Smith, 1972)3 e nell’ultimo decennio l’interesse a riguardo è aumentato, poiché si tratta di inquinanti ubiquitari e potenzialmente pericolosi per tutte le forme di vita sulla Terra. A causa delle loro dimensioni, infatti, tali frammenti sono potenzialmente biodisponibili per gli organismi attraverso la rete trofica, e a causa della loro capacità di assorbire sostanze tossiche quali metalli pesanti e inquinanti organici, possono provocare l’introduzione di tossine nella catena alimentare.

All’interno dell’ambiente marino, la plastica è considerata il costituente primario del marine debris, che include normalmente materiale eterogeneo di origine antropica e materiali naturali come vegetazione e pomice. Le difficoltà maggiori sono riscontrate nel momento in cui ci si focalizza sulle microplastiche, la cui quantificazione è resa complicata dai limiti nelle tecniche di campionamento e nella determinazione dell’abbondanza. Infatti, quantificare la microplastica che ha già raggiunto gli oceani è pressoché impensabile, vista l’estensione degli oceani in relazione alle dimensioni delle microplastiche. Inoltre, la situazione si complica ulteriormente a causa delle correnti e dei cambiamenti stagionali dei mari, che provocano disomogeneità nella distribuzione dei rifiuti. Per poter verificare la presenza di tali detriti in mare è necessario quindi utilizzare una tecnica mista, composta da: campionamenti in spiaggia, del sedimento, dei fondali, monitoraggi visivi e analisi biologiche (Cole et al, 2011).

Le analisi condotte finora hanno dimostrato che in tutti i mari, compreso il nostro Mar Mediterraneo, macro, micro e nanoplastiche sono presenti senza tralasciare gli ambienti profondi. Nel 2015 è stata pubblicata una review riguardante la distribuzione globale dei rifiuti antropici negli oceani, mettendo in evidenza la presenza di tali detriti ovunque nel mondo. Si è infatti stimato che nei mari potrebbero esserci più di 5 trilioni di pezzi di plastica (Eriksen et al., 2014),4 ma queste sono solo stime.

Sebbene la quantità di microplastiche negli oceani del mondo sia elevata, il Mar Rosso sembrerebbe rappresentare un’eccezione. Studi recenti condotti dal Professor Carlos Duarte e il suo team dell’Università KAUST, hanno dimostrato che la concentrazione di frammenti plastici galleggianti è relativamente inferiore rispetto a quella riscontrata in altri mari. La situazione sembra andare controcorrente rispetto ai trend globali.

I campioni sono stati raccolti in 120 siti lungo 1500 chilometri di costa del margine orientale del Mar Rosso tra il 2016 e il 2017 ed è stato osservato che il 73% dei rifiuti sono rappresentati da oggetti rotti, il 17% è costituito da borse di plastica o imballaggi, mentre il resto è costituito da attrezzatura da pesca (6%) e gomma (4%).

La plastica è per la maggior parte costituita da polietilene (69%) e polipropilene (21%). La bassa concentrazione di materiali plastici nelle zone di campionamento è probabilmente legata a due fattori: i bassi livelli di immissione e gli efficaci processi di rimozione (Marti et al., 2017).5

Nelle zone limitrofe alla aree di campionamento l’unico grande insediamento umano è Jeddah, di conseguenza i normali processi di introduzione della plastica in mare dalla costa sono ridotti.

Inoltre, le caratteristiche ambientali del Mar Rosso possono contribuire all’intrappolamento e alla rimozione delle microplastiche.

Le mangrovie infatti possono trattenere questi materiali, ma non sono le uniche a contribuire a questo processo. Coralli e altri invertebrati filtratori possono ingerire i frammenti di microplastiche e accumularli all’interno dei propri tessuti. Inoltre, i frammenti potrebbero anche essere accumulati e trattenuti all’interno dei sedimenti marini. Anche se la notizia che la quantità di microplastiche nel Mar Rosso sia bassa possa sembrare positiva ad un primo sguardo, in realtà non è del tutto così. Ulteriori studi saranno necessari per valutare la presenza di tali rifiuti all’interno di questi compartimenti e ciò permetterà di valutare l’effettiva presenza di questi contaminanti nell’area.

La determinazione delle concentrazioni di plastica in mare rappresentano però solo il punto di inizio di un processo molto più ampio, che dovrà condurre l’intera umanità verso un uso più consapevole dei materiali plastici con l’obiettivo di ridurre l’impatto che questi hanno sull’ambiente, sugli organismi e sulla salute dell’uomo stesso.


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