Mi sento fortunato ad aver visto La forma dell’acqua

La forma dell’acqua è cinema puro, con sfumature di vario genere che remano tutte nella stessa direzione: raccontare con splendide immagini una grande storia d’amore tra emarginati.

Un paio di anni fa mi è capitato di scrivere con entusiasmo (e un pizzico di sofferenza) un articolo sul film di Andrew Haigh 45 anni, un dramma inglese di grande spessore, un film amaro, cinico, ma capace di insegnarci qualcosa su alcune delle più misteriose vie dell’amore.

Ero al festival di Venezia, quando spulciando il programma mi è cascato l’occhio su Lean on Pete, il nuovo film di Haigh, che veniva proiettato in contemporanea con “quello strano film di quel regista messicano.” La trama di quest’ultimo era ambientata durante la Guerra fredda, ed era una specie di storia d’amore tra una creatura marina piena di squame e una tizia muta dai buoni sentimenti,

Si prospettava il classico bivio, con un dettaglio non affatto trascurabile (perché per seguire rigidamente i ritmi di un festival, bisogna averci il fisico): la sala di Lean on Pete era la più vicina possibile; quella “del film su quella roba dell’acqua” era la più lontana, tanto che per andarci qualcuno prende il bus e fa il giro del Lido.

Da una parte dunque c’era il film di un regista che avevo amato, in una sala che avrei potuto raggiungere in tempo anche gattonando; dall’altra un autobus che mi avrebbe condotto sul ciglio di un burrone, da cui avrei poi compiuto un salto nel vuoto, senza sapere se si sarebbe aperto il paracadute.

Le premesse di Shape of Water, inoltre, erano davvero un po’ troppo strane. Certo, la storia incuriosiva, sapevo che entrando in sala sarei stato proiettato in un mondo parallelo, dove le divinità sono tra noi e assomigliano a dei giganteschi anfibi. Ma non era abbastanza: quella volta, hanno vinto la pigrizia e la diffidenza.

Cinque mesi dopo, ho visto in diretta la cerimonia degli Oscar, solo perché speravo di vedere la consegna del premio più ambito al nuovo capolavoro di Guillermo Del Toro. C’è voluto un Leone d’oro per darmi un’idea di quanto fossi stato miope, ma credetemi, dopo pochi secondi di Lean on Pete, accusavo già i primi sensi di colpa per non aver voluto esplorare l’idea di un cinema che osa.

In mezzo a questi due momenti, l’emozione per aver abitato un mondo non mio, ed esserne uscito più ricco. Provo a raccontare com’è stato il mio viaggio nella Forma dell’acqua.

Sott’acqua

L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (quella che assegna sti benedetti Oscar) ha novant’anni, lo abbiamo scoperto il 4 marzo. Siamo invece entrati nel centoventisettesimo anno di cinema, che come Meryl Streep ha conservato perfettamente intatto il suo potere seduttivo. Il cinema, specie quello in sala, ha ancora la capacità di narrare punti di vista e mondi che non conosciamo, di trasportarci altrove. In questo caso, sott’acqua.

L’atmosfera non respirabile è l’ABC di qualunque mondo nuovo che si rispetti.

L’atmosfera non respirabile è l’ABC di qualunque mondo nuovo che si rispetti.

È qui che veniamo accolti nella prima scena del film, un piano sequenza che con l’aiuto della voce fuori campo svela la nostra protagonista, una bella addormentata in versione subacquea. La forza di questa apertura è primordiale, richiama la curiosità del bambino che è in ognuno di noi. Quando si sono spente le luci, la sera in cui ho messo da parte i dubbi e mi sono deciso a recuperare il più grande rimpianto del mio festival veneziano, mi è sembrato di aprire un grande libro di fiabe.

Un misto infantile di stupore e curiosità, più che di meraviglia, ci accompagnerà in questo viaggio: lo stupore per l’incessante contrasto tra elemento fantastico e un contesto storico perfettamente realistico; la curiosità nel voler conoscere quel contrasto, rappresentato dal rapporto tra due personaggi emarginati, uniti da un amore puramente istintivo.

Questa capacità di stupire e incuriosire, rende La forma dell’acqua un esempio di cinema che utilizza al massimo il linguaggio per immagini, sempre al servizio dell’immedesimazione dello spettatore con i personaggi. Prima di attraversare la storia, soffermiamoci un attimo sul tipo di immagini che abbiamo di fronte.

Amelié?

Una delle caratteristiche fondamentali della regia di Del Toro, premiata con la statuetta, è la volontà di colorare lo schermo per caratterizzare i personaggi e i loro stati d’animo. La costruzione dell’ambiente non è dettata da scelte solamente estetiche, ma è sempre connessa con lo sviluppo della storia. Gianni Canova ha riassunto le scelte di fotografia in un bel pezzo su We Love Cinema. Due esempi:

Il blu e il ciano sono per l’appartamento di Elisa, che è spesso sott’acqua, pieno di perdite e di macchie; dopo aver fatto l’amore, Elisa inizia a vestirsi di rosso.

La regia meriterebbe di essere studiata scena per scena, nelle porzioni di realtà che decide di raccontare e nei suoi movimenti di macchina. Quello che mi preme maggiormente, però, è soffermarmi su alcuni frame fondamentali della storia, letti attraverso la sensazione principe di cui accennavo prima: la curiosità, la voglia di esplorare.

Esplorazione

La sequenza iniziale è quello che in gergo si definisce un “ghost,” una scena che introduce il tema del film prima ancora dei titoli di testa, prima che la storia possa partire. Subito dopo, come da manuale, i primi minuti svelano il protagonista e il suo mondo ordinario. Ed ecco subito un elemento distante dalla maggior parte di noi: la protagonista è muta. Stiamo per esplorare un mondo fluttuante, acquatico, e lo faremo da un punto di vista particolare. È tutto molto strano e affascinante.

Dopo una ventina di minuti, facciamo la conoscenza del “mostro.” E ci sentiamo un po’ come lui, la testa a pelo d’acqua, con un misto di curiosità e diffidenza che anticipano l’incontro con “l’altro.”

Occhi pieni di dubbi e speranza

Occhi pieni di dubbio e speranza

Come sarà questa nuova “bestia”? Arrabbiata e rancorosa? Indomabile? Oppure altruista, generosa, venuta per illuminarci? Rannicchiati nella poltrona, non vediamo l’ora che sveli la sua natura. E in fondo, forse, speriamo che possa andare d’accordo con la nostra. Anche Elisa sembra dalla nostra parte. È stata lei a decidere di svelare l’arcano che si cela nell’acqua di quella prigione, e adesso scoprirà a cosa è andata incontro. Osserva la creatura nella sua grandezza, come noi ammiriamo i volti enormi degli attori sul grande schermo, così grandi e maestosi, portatori di una qualche verità che l’arte prova a comunicarci.

Tutto questo con uovo sodo in mano, così banale e quotidiano, che ci riporta in una dimensione concreta.

Tutto questo con uovo sodo in mano, così banale e quotidiano, che ci riporta in una dimensione concreta.

La storia prosegue descrivendo il rapporto segreto tra Elisa e l’uomo-pesce, mentre aumenta sempre di più la rabbia del cattivone di turno, interpretato dal sempre grandioso Michael Shannon.

Fucking is normal, right?

Il climax della relazione tra i due protagonisti è la scena in cui fanno l’amore sott’acqua. L’elemento sessuale era già stato introdotto nella presentazione del mondo ordinario, con la routine della masturbazione da parte di Elisa. Questo è sicuramente qualcosa che ci stupisce. Embè? Cos’è, i sordomuti non si masturbano? Le divinità non possono fare sesso? Voglio dire, se sono divinità non avranno certo lesinato nella prestanza sessuale. Almeno, io non lo avrei fatto.

Guardate come Guillermo Del Toro introduca con estrema nonchalance il discorso sul sesso nel Q&A del festival di Telluride. Iñárritu chiede a Del Toro quale sia stata la genesi dell’idea per questo film. Del Toro risponde che è nata immaginandosi il mostro da bambino, poi ha pensato all’idea di innamorarsi di qualcosa che è “completamente fuori contesto”, e non nella solita maniera in cui viene raccontato, riferendosi palesemente a film come La bella e la bestia, dove il sesso è un po’ un tabù.

La forma dell’acqua tratta liberamente questo tema, aiutando la nostra immedesimazione. Stiamo conoscendo un mondo nuovo, in un altro momento storico, da un punto di vista che non è il nostro, eppure cominciamo a sentirci intimamente legati ad esso. Questa scena conferisce grande forza emotiva al film.

Tra imbarazzo e curiosità, aleggiava questa domanda nelle menti dei presenti in sala: ma non lo faranno mica, vero?

Tra imbarazzo e curiosità, aleggiava questa domanda nelle menti dei presenti in sala: ma non lo faranno mica, vero?

Generi

Nell’ultimo atto non c’è più spazio per la scoperta. Dobbiamo capire se l’unione di due mondi è possibile, o se qualcuno si porrà fatalmente di mezzo. La storia assume sempre di più i toni del thriller. Un altro elemento che contribuisce a rendere speciale l’esplorazione di questo film, infatti, è il continuo mischiarsi dei generi: fantasy, film romantico, drammatico e thriller coesistono perfettamente.

Recentemente ho intervistato i Manetti bros. (quelli di Ammore e malavita, un film molto interessante dove praticamente i camorristi cantano e ballano) e tra i vari spunti che ho potuto cogliere, mi viene in mente questo: “Siamo contro il cinema di genere […] quando l’italia si libererà del concetto di genere, farà un grande passo avanti. Siamo a favore del cinema in quanto cinema, delle storie in quanto storie.”

In Italia, secondo i Manetti, si producono solo “commedie” e “film drammatici d’autore.” Sarebbe bello liberarsi da questa dicotomia e cominciare ad essere artisticamente più liberi, producendo anche qua film come quello di Del Toro, che oltre a essere un regista della madonna è anche una persona tenerissima, un uomo rimasto bambino, in grado di trasferirci tutto il suo amore per il cinema e le grandi storie, attraverso la creazione di nuovi mondi, di sogni.

Su quel palco di Telluride, Del Toro ha anche dichiarato che per lui i concetti di “amore” e “passione”, sono completamente inscindibili da quello di “cinema.”

Si vede.

Cinema puro

Il finale, lo sappiamo, è lieto. Ma anche in questo caso Del Toro aggiunge qualcosa, ci sorprende. Questa volta non è la bestia che entra a far parte del mondo degli uomini, bensì viceversa. È l’apoteosi della scoperta in fondo all’esplorazione. È trovare la propria identità riconoscendosi nell’unione con qualcosa di profondamente diverso. diventando parte di esso.

La forma dell’acqua è cinema puro, con sfumature di vario genere che remano tutte nella stessa direzione: raccontare con splendide immagini una grande storia d’amore tra emarginati. Un’esperienza che stimola la nostra curiosità e ci regala nuove prospettive, visioni che non conoscevamo. Per questo, uscendo dalla sala, ci si sente fortunati ad averlo visto.

Per chi, come me, non aveva mai visto un film di Del Toro, può essere una vera epifania.

Bonus

Parlavo dell’intervista ai Manetti: eccola.

La tenerezza di Del Toro: guardatelo ricevere l’Oscar

Su Badtaste una bella intervista a Del Toro, che parla anche del processo creativo che sta dietro al film, compresa la scelta dei nomi dei protagonisti.


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