“Lu Colombo era un’artista impegnata con una forte vena cantautorale. Maracaibo è stata la sua rovina, da quel momento nessuno l’ha più presa sul serio; un personaggio romantico.”

Hold è il nuovo disco della band new wave torinese We Are Waves che arriva a distanza di tre anni dal fortunato Promises.

Hold si apre verso sonorità meno cupe e più moderne pur rimanendo molto fedele alle sonorità tipica degli anni Ottanta.

Il disco uscirà il 16 marzo. Oggi vi presentiamo in esclusiva “Maracaibo,” brano emblematico rispetto a quello che ci aspetta.

Fabio Viassone, voce e chitarra della band, ci spiega come mai.

Maracaibo non è un titolo casuale. Parla proprio di quella Maracaibo. La prima domanda è perché o meglio: è un omaggio voluto, costruito pezzo per pezzo? Musica e testo riprendono il famoso pezzo di Lu Colombo. Raccontami un po’ come è nata.

È sicuramente il pezzo con l’origine più strana. La prima bozza è arrivata subito dopo le lavorazioni di Promises, e quando ti rimetti a scrivere dopo l’uscita di un album hai voglia di sfogarti un po’. C’era questo giro iniziale abbastanza monolitico, carino ma un po’ scuretto. Io in quel periodo ero andato in fissa con i The The:  il loro “Soul Mining” mi stava insegnando che si poteva essere ironici e contaminati anche facendo una roba super fredda. E ci ho giocato su, inserendo un ritornello un po’ gigione e un ritmo funky con tanto di percussioni afro; hai presente quei campioni brutti delle librerie audio che tutti skippano? Ecco, quelli. Ma era poco più che uno scherzo per far ridere gli altri. Il pezzo non aveva nessun nome, e il commento è stato “non è male eh…ma sei sicuro di quel maracaibo finale?” Da lì è rimasto il nome fittizio ed è stata messa nel cassetto per quasi due anni.

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Quando abbiamo iniziato a pensare a un nuovo disco è sempre rimasta nella lista dei brani da tenere, anche se non eravamo per niente convinti di quell’arrangiamento. Ma chi l’ascoltava rimaneva talmente colpito che alla fine abbiamo deciso di osare. Abbiamo tirato giù diversi titoli — soprattutto nomi di città sudamericane — ma nessuno ci esaltava davvero, per cui abbiamo lasciato “Maracaibo,” campionando il “zazzà” dell’originale di Lu Colombo e inserendo citazioni e parole venezuelane nel testo.  

Che poi Maracaibo è un pezzo che siamo tutti portati a odiare per colpa di Calà, dei trenini e dei locali di terza categoria in cui furoreggia però è un pezzone, non trovi?

È un pezzo incredibile, tutti pensano sia un divertentismo della Carrà. Ma Lu Colombo era un’artista impegnata con una forte vena cantautorale. Maracaibo è stata la sua rovina, da quel momento nessuno l’ha più presa sul serio; un personaggio romantico.

È un modo per rivalutare anche quella parte degli ’80 — a voi tanto cari — più caciarona?

Anche, sì. È un pezzo per far pace con un po’ di cose e non prendersi troppo sul serio. Se avessimo scelto un titolo in inglese e un testo scuro ci avrebbe stancato dopo due mesi. Così ha una personalità tutta sua.

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Quello che mi piace particolarmente di questa canzone è la parte strumentale, suonata, divertente, si inserisce perfettamente nel mood. Dirò una cosa forse banale. Quello che amo degli anni ’80 era la capacità di essere molto seri pur in una leggerezza ostentata quasi fastidiosa. Come un’evasione, una necessità. Non c’è mai superficialità neanche nel glitter o nella lacca. Quanto di questo ritroveremo nel vostro disco che a tutti gli effetti è meno cupo di quelli precedenti?

Ci hai preso. Nessun’altra decade è riuscita a essere così leggera e pesante al tempo stesso. Ed è una delle cose che abbiamo cercato di portare dentro la nostra musica, che è nata con tinte molto più scure. Ma spesso quel tipo di oscurità diventa prima rifugio, poi corazza, e per ultimo zona di comfort; volevamo esporci maggiormente, e con questo disco lo abbiamo fatto.

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