in copertina, foto via Twitter @luigidimaio

Pochi in Italia hanno votato il centrosinistra. Al Sud, non l’ha fatto praticamente nessuno. La contesa è stata tutta tra coalizione di centrodestra e Movimento 5 Stelle.

Molti guardavano proprio a questa contesa come uno dei fattori determinanti per la nuova composizione politica delle camere — e così è stato.

Dalla contesa è uscito un vincitore, ed è il partito guidato da Luigi Di Maio, che ha vinto con percentuali superiori anche di dieci punti rispetto alla media nazionale. Basta leggere la forza grezza dei dati per capirlo: in Sicilia il Movimento raggiunge il 48% delle preferenze, probabilmente ottenendo tutti i 61 collegi uninominali a disposizione, riuscendo tra le altre cose a eleggere Piera Aiello, la candidata che non aveva mostrato il suo volto per motivi di intimidazione mafiosa. In Sardegna la situazione è simile, con il partito che potrebbe incassare tutti i collegi. In Campania la situazione è simile, anche se ancora mancano i dati definitivi. Il Movimento si attesta quasi al 50% con la vittoria in moltissimi collegi uninominali, soprattutto  nella città di Napoli. Nel proprio collegio elettorale, Di Maio batte il candidato del centrodestra Vittorio Sgarbi con una percentuale bulgara, 63 a 20,5%.

In queste regioni il Pd è completamente affondato. In Campania è il terzo partito, con Roberto De Luca — figlio del governatore regionale Vincenzo — che non riesce a venire eletto con il sistema maggioritario. L’unica regione in cui il PD è il primo partito è la Toscana.

In un ottimo articolo per il Corriere della Sera, Gian Antonio Stella ha evidenziato come questo forte voto pentastellato sia stato figlio soprattutto della mala gestione del meridione da parte della classe dirigente avuta finora, citando una serie impressionante di dati e indicatori economici che testimoniano l’accelerazione del declino di quella parte del paese, storicamente già svantaggiata rispetto alla parte settentrionale.

In queste zone la campagna elettorale del PD è stata ancora più autolesionista che nel resto d’Italia. Il partito di Renzi (mentre scriviamo queste righe è ancora in carica, ma non è chiaro se ancora per molto) ha giocato tutto sul presentarsi come forza di governo, creando una narrazione di una ripresa economica e sociale per poi intestarsene il merito. Come abbiamo spiegato questa mattina e come chiunque può notare, questa strategia si è rivelata fallimentare.

Per chi nasce in molte aree del Sud oggi non c’è alcun futuro. Più di 50.000 studenti pugliesi frequentano l’università in una regione diversa dalla loro, soprattutto al nord, su circa 120.000 studenti pugliesi totali. La situazione è simile in Calabria e in Sicilia; inoltre queste persone spesso non hanno la possibilità di votare. L’emigrazione sembra essere l’unica risposta possibile in un contesto sociale governato da una classe politica totalmente inadeguata.

Nonostante nessun soggetto politico l’abbia inserito nel proprio programma con un ruolo chiave, il divario Nord-Sud è uno dei problemi più gravi che il paese si trovi ad affrontare.

E in realtà basta osservare la composizione del voto per notare che gli elettori l’hanno capito, senza che qualcuno glielo spiegasse, esprimendo un voto di disagio verso le vecchie formazioni politiche che nelle aree più disagiate del Sud non è esagerato definire radicale.

Comprendere che questa frattura geografica non può più essere nascosta sotto il tappeto è fondamentale per rifondare una sinistra che riesca ad essere efficace nel meridione del paese. Anche perché —sembra superfluo dirlo — la sinistra dovrebbe occuparsi soprattutto degli svantaggiati. Non è un caso, del resto, che l’esperienza di Potere al Popolo sia nata a Napoli, in una regione guidata da una delle giunte di centrosinistra più controverse e discutibili, quella De Luca appunto.

A un residente nelle grandi città del Nord può riuscire difficile capire perché il 60% di un paese della provincia di Caserta dovrebbe votare il Movimento 5 Stelle. Non è un caso, ad esempio, che l’unico posto in cui il Movimento 5 Stelle abbia registrato una flessione significativa sia stato Torino, governata negli ultimi anni da una giunta pentastellata. Non è successo a Roma, dove secondo Roma Today non c’è stato “nessun effetto Raggi, né positivo né negativo”: e questo nonostante la sindaca di Roma sia stata molto più contestata negli ultimi mesi rispetto alla sua omologa torinese Appendino.

Stupirsi e lamentarsi del risultato elettorale è una tentazione poco costruttiva, ma in cui è facile cadere se si rispettano determinati criteri anagrafici — in primis, quelli di essere nati in una città del Nord, preferibilmente in un quartiere di fascia media o alta. La differenza tra centri urbani e provincia è fondamentale per capire i risultati del voto al Nord, in cui in generale il centrodestra ha stravinto, ma è andato peggio nei principali nuclei urbani. Basti far notare che a Milano, +Europa con Emma Bonino ha preso il 10,6% dei voti: più del quadruplo del suo risultato nazionale.

L’elettorato può essere manipolato da politici abili, ma una condizione necessaria perché questo avvenga è una situazione di partenza di profondo disagio culturale e sociale. C’è da chiedersi in quanti tra i milanesi che oggi su Twitter e Facebook invocano un passaporto per espatriare in un non meglio precisato paese straniero non avrebbero votato Movimento 5 Stelle se fossero residenti a Caltagirone, Torre Del Greco, Campobasso.

Non è nemmeno un caso che Salvini, anche dopo le elezioni, continui a rivolgersi agli elettori del Sud. Ai microfoni di La7 ha invitato gli abitanti del Meridione a votarlo nonostante il rapporto tra loro parta “da molto lontano” — probabilmente è un riferimento a quando inneggiava al Vesuvio per lavare col fuoco i napoletani puzzolenti. Come abbiamo detto, per sua stessa natura economica il centrodestra tende a discriminare il Sud, con le proposte di provvedimenti del tipo della flat tax. Ma Salvini sa bene che il discorso politico che gli ha fatto stravincere le province può funzionare benissimo anche al Sud, dove il disagio sociale è incomparabilmente più alto, e dove l’astensionismo è rimasto comunque di dieci punti sopra la media nazionale.

Fino ad oggi, il Meridione ha risposto solo in parte agli appelli del segretario leghista, con percentuali che fino a qualche anno fa erano impensabili per la Lega — a Roma ha ottenuto il 10% —ma ancora molto bassi rispetto al Nord, preferendo come canale di protesta il Movimento 5 Stelle. Il compito della sinistra nei prossimi anni è capire che il disagio alla base del consenso di questi partiti ha un’origine sociale comune e affrontarlo senza inseguire nessuno di essi sulle proprie posizioni. Altrimenti gli scenari possibili sono vari: un’espansione di Salvini al Sud, una crescita ulteriore del Movimento 5 Stelle. Ma ognuno di questi scenari vede un ulteriore assottigliamento della sinistra italiana.

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