Martedì scorso un gruppo di studenti e rifugiati ha occupato alcune aule dell’Università Paris VIII a Saint Denis. Siamo stati all’assemblea del collettivo che organizza l’occupazione e abbiamo parlato con alcuni dei migranti ospitati nell’edificio.

—Foto di copertina via Twitter, @Pressenza_fr

Da una settimana un gruppo di giovani rifugiati, aiutati da studenti universitari provenienti da diversi collettivi parigini, ha fatto di alcune sale dell’edificio A dell’Università Paris VIII a Saint Denis la loro nuova casa.

Tutto inizia martedì 30 gennaio verso mezzogiorno quando una sessantina di studenti accompagnano alcuni migranti nel periplo dei corridoi della fac (diminutivo di faculté) e prendono possesso di una parte delle aule. Da alcuni commenti raccolti da Pierre Bafoil su Les Inrocks scopriamo che l’idea serpeggiava da circa un mese. Abbastanza tempo da rischiare di dover annullare tutto, dopo che una fuga di notizie aveva portato i CRS (i nostri celerini) a sgomberare nella stessa mattinata proprio le persone che sarebbero state accompagnate all’università.

L’occupazione però va a buon fine, tra gli sguardi un po’ perplessi dei vigiles all’entrata che non bloccano né impediscono al gruppo di entrare. Da subito si iniziano a sistemare le sale in modo da farle diventare dormitori, divisi tra maschi e femmine, sale di riposo e una cucina.

L’edificio A ospita anche il mio dipartimento, quello di Arti, Filosofia ed Estetica. Ieri, lunedì 5 febbraio, il mio programma prevedeva: lezione di Gestione e sviluppo culturale, un salto in segreteria, una visita all’edificio occupato e un pomeriggio in biblioteca. Cercando il famigerato bâtiment A, in un’università che ha una superficie di 70.000 m2, mi imbatto in una prova scritta probabilmente di una classe di licence (l’equivalente alla nostra triennale). Mi viene il dubbio che il presidio sia già finito e mi sia fatta sfuggire da sotto il naso la prima occupazione di un’università parigina da parte di refugiés e studenti universitari.

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Sono ancora in tempo: in cima al secondo piano ci accoglie un ragazzo, seduto al centro dell’ingresso  con in mano un cellulare. Salut, ça va? Tu dors ici? Non risponde, anzi, abbassa la testa. Ho già fatto una gaffe, non dovevo dire dormire? “Stai vivendo qui?” o ancora meglio “Stai occupando?” Forse peggio. Alla fine, intuendo il nostro imbarazzo, ci conduce ad una sala nella quale alcune ragazze mimano una lezione universitaria. Ci fanno fare un breve tour guidato: qui ci sono i dormitori, qui non possiamo entrare ma in quest’altra sala sì, a loro piace la compagnia.

Mentre una di loro inizia a pettinare i capelli di una ragazza eritrea un’altra ci racconta: “La situazione adesso è molto instabile perché, oltre al fatto di essere qui da una settimana intera, siamo a Parigi. Queste occupazioni a Nantes o a Lione non sono state così complicate mentre qui è il Ministero dell’Interno per primo che sta mettendo pressione perché si liberino gli spazi, così come la Prefettura di Polizia.” Siamo interrotti, qualcuno entra nella stanza per cercare un traduttore francese–arabo per assistere alcuni giovani nel colloquio con un avvocato, venuto per aiutarli nella compilazione della domanda d’asilo. “Se volete saperne di più tra poco inizia il collettivo, ci devono raccontare com’è andato stamattina l’incontro con la presidenza.” Scendiamo al piano di sotto, non prima di aver scambiato una veloce conversazione con un ragazzo che parla italiano. Veloce perché a me mancano le domande che non siano retoriche, scontate o invasive, e a lui mancano le parole.

—Sei stato in Italia? Dove?
—Milano.
—In che zona stavi?
—Certosa.
—Quanto sei stato?
—Un anno.
—E da quanto sei a Parigi?
—Due settimane
—Da dove sei passato? Da Ventimiglia?
—No, sopra.

Fa un gesto con la mano a forma di U rovesciata, che indica l’atto di superare un ostacolo. Non vado oltre, capisco che è passato dalle montagne, come molti altri. Mentre scendiamo le scale incrociamo tre giovani che nessuna delle ragazze conosce. Monsieur, excusez-moi, vous faites quoi? What are you doing here? Sono appena arrivati, forse grazie a un passaparola, ma non sanno che per ora non possono restare a dormire. “Se hanno fame possono andare in cucina a mangiare, per questo non abbiamo regole. Per quanto riguarda i posti letto, stiamo riflettendo ad accogliere nuove persone, ma logisticamente è complicato. Non abbiamo più materassi o sale libere per ora.”

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All’assemblea, che si svolge in cucina perchè “le sale sono tutte occupate”, dovunque sono impilate scatole di conserve, piatti, stoviglie, ci sono alcuni fornelli elettrici e sul fondo due lavandini, uno per lavare, uno per sciacquare. Probabilmente questa è un’aula di arti plastiche o pittura. Siamo una quarantina, e il numero di non-rifugiati è considerevolmente più alto.

Come scoprirò più avanti i sans papiers presenti (non tutti in realtà stanno cercando in prima persona di ottenere lo status di rifugiati, come abbiamo potuto constatare: alcuni vedono la Francia come luogo di passaggio e puntano all’Inghilterra. Tutti sono però senza documenti) sono poco meno di una ventina. L’incontro è in francese, tradotto in simultanea in tigrino e amarico.

La delegazione che è stata ricevuta dalla presidenza di Annick Alleigre non ha ottenuto grandi risultati. Agli occupanti è stato fatto sottilmente notare che “sovrarappresentano” gli studenti e i professori che effettivamente li sostengono. Ma sarebbe difficile aspettarsi diversamente: l’università accoglie 22.000 studenti e circa 900 professori, oltre a 800 funzionari amministrativi. Solo una minoranza sostiene il movimento, e addirittura solo alcuni dei dipartimenti sono a conoscenza dell’occupazione.

Allo stesso modo la parte dell’edificio che in questo momento non è agibile al corpo studentesco “è occupata solo da 15 migranti, mentre sono circa 200 le persone altre che ogni giorno vi transitano. Ci viene quindi rimproverato di essere più al servizio di quest’ultime, per esempio nella preparazione dei pasti, piuttosto che dei migranti.” Quindi, troppo pochi sostenitori rispetto al totale del corpo studentesco, ma troppi se paragonati al numero di occupanti — chiamati anche “dublinés,” ovvero dublinanti, vittime del trattato di Dublino.

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Uno dei tre punti principali del manifesto — che si trova sul profilo twitter Les Exilé.e.s Occupent P8 (è ormai il terzo, dopo che i primi sono stati via via censurati, insieme a cinque pagine Facebook) riguarda la richiesta all’accesso ai documenti per tutti, insieme a un alloggio appropriato, la possibilità di continuare gli studi o di poter imparare il francese, la fine del ricorso al DEMIE (il dispositivo che accoglie i minori soli non accompagnati, che in molti casi è stato duramente criticato per le cattive condizioni di vita dei minori affidati), e la fine delle deportazioni verso tutti i paesi, europei e non.

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Un’altra delle richieste era quella di poter utilizzare la cucina di uno degli anfiteatri, più equipaggiata al sostentamento di decine di persone ogni giorno, ma la presidente Alleigre era più preoccupata per un’altra questione: “Ha molto insistito sul fatto che la nostra scelta di Paris 8 sia stata sbagliata e che saremmo dovuti andare a bussare alla porta di un’altra università, più ricca, come la Sorbona o l’IEP (l’Istituto di Studi Politici, una prestigiosa grande école simile a SciencesPo), in quanto le nostre richieste non possono essere soddisfatte per una semplice questione economica.”

La scelta di Saint Denis è stata tuttavia molto studiata: accessi facili, una banlieue popolare poco distante da Parigi e un clima universitario favorevole al tema. L’università, storicamente di forte matrice gauchiste e anti-establishment, con un’impronta comunista e maoista, è nata come Centro Universitario Sperimentale a Vincennes dopo il maggio ‘68 con l’obiettivo di ospitare i professori e gli studenti più reazionari il più lontano possibile dal pavè della Sorbonne. Nel 1980 Jacques Chirac, non senza contestazioni, la sposta nella sua attuale collocazione. Un clima non comparabile a quello attuale della Sorbona, e ancora meno a quello delle scuole private parigine.

I prossimi passi dell’occupazione saranno far aumentare il numero di résidents, probabilmente chiamare un presidio davanti alla fac e soprattutto un incontro con la prefettura e l’OFPRA, l’equivalente del nostro SPRAR. In una Tribune di sostegno pubblicata oggi su Libération, 11 tra ricercatori e artisti tra cui Thomas Piketty condannano l’ultimo progetto di legge del governo, “Asile et immigration”, che punta a ridurre sensibilmente il limite di tempo massimo per effettuare una domanda d’asilo, ricorso compreso, che dovrebbe diventare di soli 6 mesi, mentre quest’ultima procedura potrà essere depositata al più tardi dopo due settimane dal rifiuto. Delle domande depositate nel 2017, il 76% è stato negato, su un totale di 100.412 domande.

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Sarà per la vicinanza anagrafica, o forse perché Saint Denis è una delle città a più alto tasso d’immigrazione in Francia (nel 2012 più di un terzo della popolazione era di origine straniera) ma guardando l’assemblea discutere difficilmente si notano differenze tra questa e un qualunque altro collettivo politico universitario. Si può dire che i migranti ospitati tra le sue mura si confondano con gli studenti: stessi abiti, stessa età e stessa passione per gli smartphone. Vederli qui viene sicuramente più naturale che dormienti a Porte de la Chapelle, nelle tende Quechua come in un campo profughi.

Dormire al caldo è tanto importante quanto essere riconosciuti, di nuovo, finalmente, come esseri senzienti e dotati di intelletto, forza di volontà e coscienza politica. Un articolo di VICE Francia, oltre a definire in modo alquanto discutibile l’occupazione come applicante metodi degni di una start-up, paragona e contrappone i due gruppi sociali: gli studenti strutturati, con un loro codice ed un linguaggio mentre i rifugiati non fanno delle riunioni e dell’organizzazione dei voti la loro preoccupazione principale. Questa divisione è azzardata oltre che dannosa: suggerisce infatti che l’essere rifugiato preveda un abbandono delle pratiche sociali che vadano oltre il mangiare-bere-dormire, definendo uno status amministrativo quale può essere sposato, divorziato, italiano con specifiche aspirazioni generalizzate.

Al contrario, una delle vittorie di questo gruppo organizzato è proprio l’aver fatto ritrovare ai rifugiati una dimensione partecipativa, comunitaria in senso positivo, ridefinendo ognuno di loro in quanto persona. Per coloro che in questo momento sono al riparo dal freddo, ben vestiti e nutriti, diventa capitale fare il punto sulla propria situazione e sui modi per modificarla, in meglio. Se si inizia invece a pensare che questi ragazzi e ragazze non abbiamo una coscienza o una vita oltre lo status di rifugiati, si comincia a confondere i volti e le storie, finché diventano sfocate e lontane, come puntini, braccia che affondano nel canale di Sicilia o corpi neri morti assiderati sotto la neve.


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